Il lupo
Rantolava sbavando sulla terra umida del bosco, la ragazza: mezza nuda,
coperta solo dalla camicia da notte bianca bianca. Rantolava e sbavava, il
corpo coperto di graffi, i piedi lacerati dai rovi, al collo una ferita
schiumosa.
- Oh, Elena, Elena, l'hai fatto, l'hai fatto.
Piangendo, il Fidanzato si chinava su di lei, la prendeva tra le braccia,
tentava di riportarla alla vita, di scaldarle le carni, di catturarne lo
sguardo ormai perso nel nero di quel che aveva scelto lei stessa. L'aveva
fatto, l'aveva scelto, nella notte nera della campagna di ottobre, senza
luna, ma limpida di un cielo stellato che si intravedeva tra i rami.
-----------------------------------------------------------
- Che hai, Elena?, chiese il Padre.
Elena stava seduta sulla poltrona e leggeva un libro da fanciulle, una
storia d'amore onesto e di doni di fiori e di danze a quadriglia e
passeggiate per mano. D'improvviso, si era alzata e come attratta da un
richiamo era andata alla finestra del salone: occhi fissi nel buio di fuori,
bocca aperta, le mani aggrappate al davanzale come a sostenersi.
Riscuotendosi dallo strano torpore, rispose al Padre che andava tutto bene,
che aveva creduto di veder volare un uccello notturno, o un pipistrello, lì
fuori, e aveva voluto vedere.
E qualcosa, Elena, aveva visto. Una cosa nera e pelosa, denti d'avorio,
occhi di fuoco, lì fuori: un movimento sinuoso nella campagna bruna.
-----------------------------------------------------------
- E' successo ancora, diceva il contadino grasso.
- Ma dove, ma dove, ma quando?, grida concitate di contadine con le loro
gerle, con i loro pani, con i loro fianchi larghi e le spalle solide coperte
dagli scialli colorati.
- Stanotte, nel bosco della Forcella, appena fuori dal sentiero, rispose il
contadino magro.
- E chi...?, domandò la più vecchia, una donnetta piccola piccola col naso
che gocciava e zoccoli duri di legno.
La figlia di Gosto, del paese vicino. Nuda, i capelli strappati, i piedi
lacerati dai rovi, il collo squarciato con feroce appetito. I genitori
l'aspettavano di ritorno per oggi, si era forse incamminata prima, per
arrivare più presto a casa. Aveva attraversato la foresta all'imbrunire, la
notte l'aveva colta e insieme alla notte...
-----------------------------------------------------------
- Padre, raccontami ancora la storia del lupo.
- No, Elena, fa paura.
- Ma io non ho paura, non ho paura di niente.
- E invece dovresti, Elena. Il lupo si muove sinuoso e cerca la carne
fresca.
Elena si strinse nello scialle sentendo il brivido conosciuto, giù giù,
per
il collo e la schiena.
- Il lupo nelle notti nere si muove sinuoso con le fauci rosse di sangue. La
lingua penzoloni che gocciola saliva rossastra, gli occhi che penetrano le
tenebre cercando, cercando. Dicono che è un lupo, ma forse non è così.
Dicono che una volta non era una bestia, dicono che era un cavaliere e i
banditi gli hanno strappato la donna, violata, sgozzata, appesa a scolare.
Dicono che cerchi vendetta. Dicono anche che non cerchi vendetta, no, ma che
cerchi la sua donna nella notte dei boschi. Dicono che la chiami, dicono che
un giorno di certo lei risponderà e si troveranno nella foresta e dicono
che
il tempo è venuto, dicono che lei ha le spalle bianche e rotonde e capelli
corvini e bocca di bambina. Dicono che lei sente il richiamo e già scalpita
dalla voglia di correre per la foresta.
Elena sgranò gli occhi, le parve di sentire un qualcosa, lontano.
-----------------------------------------------------------
Il Fidanzato le stringeva la mano, guardandola preoccupato. Elena da un po'
di giorni stringeva i denti come ringhiasse e si perdeva in pensieri lontani
che non voleva condividere con lui. Il Fidanzato era un diciottenne solido e
serio, occhi castani e capelli di un bruno rossiccio. Trepido, attento,
passeggiava con Elena al braccio, guardandola appena per non farsi notare da
lei. Carattere ombroso che era peggiorato negli ultimi giorni, Elena non
sopportava i freni, i limiti che convenivano ai suoi sedici anni. Indomita,
un po' selvatica, nonostante le origini nobili. Sua madre era morta di
parto, viveva col Padre nella dimora di pietra grigia, col tetto spiovente e
le finestre piccole che guardavano sul bosco e sulla vallata. La vallata
scendeva veloce e ripida verso il fiume che scorreva lì sotto, nei basalti
e
nei rovi di more. Il Fidanzato voleva portarla al più presto via da quella
vita ritirata, in città, voleva condurla. In una casa adatta e luminosa,
con
la cameriera e la cuoca e il maggiordomo, perché il Fidanzato era figlio di
un ricco mercante di stoffe. Era preoccupato per lei, perché Elena sembrava
legata a quel luogo selvaggio, sembrava non poterne partire, non voleva
partire. Neanche adesso che si consumava di una strana febbre, che non le
impediva di uscire di casa, ma le toglieva le forze, le dava un languore
preoccupante, occhi febbrili, pallore diffuso e guance rosse. Rispondeva a
fatica alle parole del Fidanzato, che cercava di parlarle della città
lontana, delle luci, delle sere a teatro, della zuppa gratinata di cipolle
del dopo teatro, delle feste dal sindaco, della pasticceria che faceva la
crema di fragole di bosco. Il bosco, il bosco, il bosco: solo il bosco
sembrava risvegliare Elena.
- Raccontami, da che bosco vengono le fragole della crema di fragole di
bosco della pasticceria della città lontana? Da che bosco vengono?
-----------------------------------------------------------
- Una forma di anemia leggera, disse il medico giovane giovane. Elena deve
soltanto riposarsi, bere vino e mangiare carne rossa.
- Mangia solo carne rossa, infatti. Da qualche tempo, solo carne rossa, e
semicruda, rispose il Padre.
- Vuol dire che il suo corpo si regola da sé, rispose il medico giovane,
soddisfatto di com'era ben fatta la natura umana. Aveva una gran stima
dell'uomo e della sua capacità di rispondere naturalmente ai propri bisogni
corporali. Se Elena aveva voglia di carne rossa sanguinolenta, era perché
il
suo corpo, che sbocciava a fatica nei sedici anni, ne aveva bisogno. Si deve
sempre assecondare il desiderio naturale del corpo, pensava il medico
giovane. La natura è davvero la migliore cosa che ci sia, pensava ancora.
-----------------------------------------------------------
La sua natura di donna selvaggia scalpitava nei freni adolescenti, nel letto
di ragazza. Sogni, sogni, sogni di correre per i boschi, di correre dietro a
un cerbiatto, di agguantarlo, mordegli il collo, sgozzarlo con denti
appuntiti, tuffare la bocca bambina in quel sangue caldo, succhiarne la
vita, consumare la carne ancora calda e cruda. Sogni di urli lontani che la
facevano svegliare seduta sul letto, le braccia tese alla finestra lasciata
a bella posta aperta, la testa rovesciata all'indietro, il collo offerto
alla notte. Sogni di un corpo nero e caldo che le faceva rizzare i capezzoli
come fari nel buio, sogni di un fiato bruciante che la faceva smaniare in
preda a un nonsoché tra le cosce. Sogni di rovi sulla carne nuda, sogni di
corpi sulla terra molle, sogni di odore di licheni rasposi e desiderio di
maschio, del corpo peloso e possente, della bocca vorace, della lingua che
accarezza, che esplora, che svela. Sogni di essere presa, domata, tenuta per
la nuca, contro la terra, la terra umida e odorosa. Sogni di esplodere in un
urlo di vittoria, la vittoria della natura, della sua, della loro.
-----------------------------------------------------------
Camminavano insieme, Elena e il Fidanzato. Un languore teneva la ragazza in
una specie di torpore silenzioso. Il Fidanzato parlava e parlava, sul
sentiero che passava vicino ai campi, mentre le nubi correvano piano
gettando le ombre sulla valle. Il mare dei prati scendeva giù verso il
fiume. Le montagne svettavano come isole: la roccia grigia delle cime
illuminata dall'ultimo sole contrastava col verde scuro dei boschi e col
verde dorato dei prati che i due costeggiavano. La campagna brumosa di
ottobre, con l'odore del fumo della cucina di cavoli e lardo che si spandeva
nella sera che calava lentamente, umida e buia. Un repentino cambiamento in
lei, che si fermò un attimo soffiando aria dalle narici, come in ascolto. E
poi si girò verso il Fidanzato, con le guance arrossate, gli occhi
sgranati,
sulle labbra bambine un sorriso invitante. Denti sfoderati, parole
sfrontate.
- Visto che sei il Fidanzato, caro, caro: prendimi tra le braccia, fammi
tua.
E si slacciava il colletto e si apriva la giubba e la camicia bianca,
mostrando la biancheria che copriva il seno. E poi slacciava anche quella,
liberando il petto bianco e piccoli capezzoli ritti, che puntavano verso di
lui, che invitavano ai baci, alle carezze di lingua.
- Prendimi, prendimi ora, schiacciami sul prato al limitare del bosco.
Voglio sentire il tuo corpo sul mio, voglio sentire la tua carne nella mia,
voglio godere dell'abbraccio della terra, voglio la tua bocca sul collo, sul
collo.
Il Fidanzato cercava di frenarla, di ragionarla, di rivestirla.
- Lurido verme, uomo pavido, prenditi subito tutto di me. Non senti l'odore
del muschio, non senti il richiamo del mio corpo?
E già sollevava le gonne e slacciava le mutande lunghe al ginocchio e si
sedeva, carne nuda sulla terra molle, a sentire quella carezza, a sfregarsi
contro l'erba invitandolo.
Il Fidanzato corse alla dimora del Padre, piangendo d'angoscia, in cerca
d'aiuto.
-----------------------------------------------------------
- Una forma di esaurimento leggero, disse il medico giovane. Elena deve
soltanto riposarsi, bere vino caldo e speziato e mangiare molta carne rossa.
Non uscire di casa per qualche giorno, evitare i sentieri impervi che
potrebbero impressionarla.
- Ma queste crisi?, chiese il Padre.
- Niente di preoccupante, l'adolescenza, si sa, disse il medico giovane.
- E questo languore?, chiese il Padre.
- Niente di preoccupante, l'adolescenza, si sa, disse il medico giovane.
- Ma mangia solo carne cruda!, disse il Padre.
- Niente di preoccupante, l'adolescenza, si sa, disse il medico giovane.
- Ma Elena non è l'unica adolescente che io conosca, disse il Padre. Però,
continuò, è l'unica ad avere questo strano comportamento.
- Niente di preoccupante, disse il medico giovane. Stava per aggiungere:
l'adolescenza, si sa: ma si trattenne.
Aveva una gran stima dell'uomo, e piena fiducia nella sua naturale
evoluzione. Alcuni momenti erano difficili, per esempio l'adolescenza, si
sa. Ma l'uomo era fatto per bene. L'età adulta arrivava presto a rimettere
ordine, a dare un senso alle cose.
Il Padre fece sprangare porte e finestre della dimora antica.
Quella notte Elena, come sonnambula, scese in cucina e mangiò, senza
spiumarlo, il fagiano che attendeva, appeso per il collo a una trave, di
essere abbastanza frollo per finire in tavola.
-----------------------------------------------------------
Venne nella dimora un erborista errante. Si fermò nel cortile e tirò fuori
tutta la sua mercanzia. Scese la cuoca, arrivò la cameriera, la serva, il
maggiordomo. Uscirono anche il Padre, con Elena e il Fidanzato. L'erborista
errante mostrò i suoi rimedi: arnica contro il prurito, tiglio del nord
contro il languore, belladonna per i dolori delle lune, dente di leone ed
ortica contro i reumatismi, rosa canina per l'insonnia, more selvatiche
contro i sogni cattivi.
- Elena, dovresti provare forse il tiglio del nord, contro il languore,
disse il Padre.
- Elena, dovresti provare forse la mora selvatica, contro i sogni cattivi,
azzardò il Fidanzato.
Elena impallidì. Scosse la chioma torcendo il collo e guardando con occhi
di
odio quei due, indietreggiando e puntando l'indice contro di loro.
- I miei sogni non sono cattivi, lasciatemi in pace, non capite, uomini
piccini: e sbavava parlando.
L'erborista errante, incuriosito, la osservava con occhi seri.
- Non ho nessun languore, no, ringhiava Elena adesso. Sono forte per correre
nel bosco, è questa casa che mi spegne e mi uccide! Lasciatemi libera,
lasciatemi andare via di qui, fatemi uscire, respirare, respirare l'odore
selvaggio, bere l'acqua delle fonti, mangiare i frutti crudi della terra!
L'erborista errante si avvicinò e le prese le mani, infondendole in tutto
il
corpo un calore, una calma, una pace. Elena crollò per terra.
-----------------------------------------------------------
- Una forma di epilessia leggera, disse il medico giovane. Vino speziato,
carne rossa, riposo, frutta fresca. Pezze calde sul corpo nudo di notte,
qualcuno a vegliare il suo sonno dietro la porta. La cameriera, per esempio.
Il medico giovane osservava la cameriera. Bella ragazza, florida, solida.
Venuta dalla campagna, dal paese vicino. Bei fianchi robusti, da farci
l'amore. Bocca golosa, occhi da furetto, capelli corvini che la cuffia
tratteneva appena. Collo un po' corto, braccia forti che si intuivano sotto
la veste a maniche lunghe; le cosce dovevano essere piene e muscolose.
Sperò
che si girasse per poter valutare anche l'abside del monumento, ma lei
restò
lì impalata e lo guardava sfrontata, ficcandogli gli occhi negli occhi,
dietro le lenti rotonde.
- Allora, lasceremo la cameriera dietro la porta per tutta la notte, perché
intervenga nel caso Elena abbia bisogno di lei, disse il Padre. La cameriera
guardava invitante il medico giovane.
- Passerò a controllare che tutto vada bene, promise il medico giovane,
turbato e ingolosito da quelle rotondità che sorridevano sfacciate.
Aveva una serena concezione della vita, il medico giovane. Se delle
rotondità sorridevano sfacciate, era buon segno. Perché non cogliere i
dolci
frutti che la vita sparpagliava sul suo cammino? Aveva anche una moglie che
dormiva, di notte, del sonno del giusto, il medico giovane. Abituata com'era
alle uscite notturne del marito, chiamato al capezzale di un morente o nella
stalla di un contadino per far partorire la vacca, niente poteva svegliarla
o stupirla. Tale era la vita di un medico giovane in campagna.
-----------------------------------------------------------
A mezzanotte, il Padre aprì il portone al medico giovane. Gli fece strada a
lume di candela su su per le scale, fino alla stanza in cui Elena dormiva al
primo piano.
- Lo riaccompagnerai tu, disse il Padre alla cameriera.
Un sorriso radioso, un baluginio di denti solidi, occhi bassi a nascondere
il guizzo di gioia, accompagnarono il sì della cameriera.
Elena dormiva, coperta dalla camicia da notte bianca, sotto le coltri
pesanti. Con le mani si aggrappava al lenzuolo, respirava soffiando un poco
dalle narici, digrignando leggermente i denti.
Il medico giovane la osservò per un tempo che riteneva ragionevole, poi,
sicuro che non ci fosse nulla da temere, si voltò a guardare la cameriera.
Lei gli sorrise ed uscì dalla stanza ondeggiando quelle cose tonde e piene,
con la candela in mano. Per non restare al buio con Elena addormentata,
disdicevole cosa!, il medico giovane la seguì: fino alla sua stanza, di
poco
lontana da quella della padrona.
-----------------------------------------------------------
Alte grida svegliarono il medico giovane dall'abbraccio delle sfacciate
rotondità della cameriera, che vegliava sul suo sonno carezzandogli piano i
capelli e la fronte. Il Padre impazzito usciva gridando dalla stanza di
Elena, da cui si era recato per sincerarsi che tutto andasse bene.
Arrivarono il maggiordomo, la cuoca, la serva. Elena non si trovava, era
uscita dalla finestra, com'era riuscita ad aprirla?, si era calata giù per
il muro, aggrappandosi con le mani ed i piedi, chiamata lì fuori nel buio.
Arrivò anche la cameriera, e arrivò il medico giovane. Non c'era nemmeno
il
tempo, in quell'angoscia, per i rimproveri, per lo scandalo. Il Padre mandò
a chiamare il Fidanzato, che corse alla dimora di Elena già disperato.
Corsero per i campi, scesero giù al fiume, chiamarono gridando su per la
valle. Quando si avventurarono al limitare del bosco, era l'alba.
-----------------------------------------------------------
Rantolava sbavando sulla terra umida del bosco, la ragazza, Elena: mezza
nuda, coperta solo dalla camicia da notte bianca bianca. Rantolava e
sbavava, il corpo coperto di graffi, i piedi lacerati dai rovi, al collo una
ferita schiumosa.
- Oh, Elena, Elena, l'hai fatto, l'hai fatto.
Piangendo, il Fidanzato si chinava su di lei, la prendeva tra le braccia,
tentava di riportarla alla vita, di scaldarle le carni, di catturarne lo
sguardo ormai perso nel nero di quel che aveva scelto lei stessa. L'aveva
fatto, aveva scelto, nella notte nera della campagna di ottobre, senza luna,
ma limpida di un cielo stellato che si intravedeva tra i rami. L'aveva
scelto, aveva scelto lei, aveva seguito l'istinto, natura selvaggia: non era
però la consorte del lupo.
--
Becky
--------------------------------
Inviato via http://arianna.libero.it/usenet/
Neanche questo ricordavo. Forse non l'avevo letto, altrimenti me ne sarei
ricordato. Tenebroso, evocativo di sentieri nascosti e inconfessabili
dell'anima.
Grazie per il reposto. Giancarlo
>
> Neanche questo ricordavo. Forse non l'avevo letto, altrimenti me ne sarei
> ricordato.
Eeeee, adesso. La verità è che non mi cagavi mica. Giustamente, non credo
di essere tanto brava a scrivere narrativa (però la mia tesi è uno sballo:
la sto rileggendo e già a pagina 12 mi sono assopita).
Tenebroso, evocativo di sentieri nascosti e inconfessabili
> dell'anima.
Ero in una cazzo di campagna isolata e in un cazzo di periodo sfigatissimo.
Quello, mi ero divertita a scriverlo. I sentieri nascosti e inconfessabili
li prendo sempre dimolto volentieri!
>
> Grazie per il reposto. Giancarlo
Grazie a te di essertelo sciroppato!
A presto,
Beeee.
Io non l'avevo letto di sicuro, considerata la mia lunga
assenza da questi lidi.
Di un racconto cos�, di quest'atmosfera lugubre e da incubo
me ne sarei di certo ricordato.
Piaciuto molto.
Ciao Diagoras
Le parole dell'Eros
http://diagorasrodos.wordpress.com
> Io non l'avevo letto di sicuro, considerata la mia lunga
> assenza da questi lidi.
> Di un racconto cos쬠di quest'atmosfera lugubre e da incubo
> me ne sarei di certo ricordato.
Anche io non sono molto presente, e il racconto risale al 2007 in verità.
Mi fa piacere che hai colto l'atmosfera, mi premeva però anche dire che a
volte l'uomo è un po' ferino, e qui sta il tragico.
> Piaciuto molto.
Sono confusa!
Grazie,
No, il fatto � che me ne sono perso molti perch� in un certo periodo postavo
solo ogni tanto uin sonetto per far vedere che c'ero.
>
> Tenebroso, evocativo di sentieri nascosti e inconfessabili
>> dell'anima.
>
> Ero in una cazzo di campagna isolata e in un cazzo di periodo
> sfigatissimo.
> Quello, mi ero divertita a scriverlo. I sentieri nascosti e inconfessabili
> li prendo sempre dimolto volentieri!
Bene vediamo se questa interpretazione � plausibile: ( fuori di metafora, ma
il racconto � bello proprio nella metafora) Una ragazza � controllata e
coccolata dal Padre e dal Fidanzato (entrambi maiuscoli). La ragazza �
destinata a passare senza interruzione di continuit� dalla tutela del Padre
a quella del Fidanzato. I due sono persone per bene e ben inserite nella
societ� (lei � di ascendenza nobile), ma agli occhi della fanciulla sono
noiosi e scontati. Lei aspira, almeno inconsciamente, ad altro (una
naturalit� ferina?). I maschi possono essere molto ferini, m, nella mia
esperienza, anche le femmine non scherzano. Le pulsioni ormonali della
ragazza la spingono a contravvenire alle regole della societ� ordinata, ma
il maschio a cui aspira, oltre ad essere ferino � anche un figlio di
mignotta e la uccide (la violenta?). Te l'avevo detto io di non andare in
giro da sola la notte!>
>>
>> Grazie per il reposto. Giancarlo
>
> Grazie a te di essertelo sciroppato!
> A presto,
> Beeee.
Ciao Giancarlo