Nella campagna autunnale, fra le foglie ingiallite che cadevano dal
carpino sull'aia, il gatto inseguiva, come il pi� delle volte, invano, le
galline del curato.
Magre e veloci, con becchi a punta che ferivano; e che gli erano toccati
pi� volte sulla schiena e sulle zampe.
Dalla parte di Scansano, arrivava quel giorno una tramontana feroce, e il
gatto era affamato: due giorni che anche i topi erano nascosti nelle loro
buche scure.
Per non parlare di altri animali, o dei resti dei pasti del curato, che
avaro come era non buttava neppure i pezzi di pane muffito. Un bel fare,
per il povero gatto, ed inutile, come spesso accadeva.
Famelico e con le orecchie ritte, si avvi� gi� verso il ruscello.
Solo due giorni prima erano passati dei soldati, in quel piccolo borgo
smarrito fra oliveti e vigne: scarpe pesanti, alabarde minacciose e fame,
tanta: ed il villaggio si era dovuto piegare a dividere le povere
provviste con loro.
Soldati della parte del Signore che abitava nelle stanze del Castello, in
cima al paese, a forma di Torre, dove fra le vecchie pietre il muschio
tesseva le sue trame morbide, e che andavano verso una battaglia lontana e
che non li riguardava.
E di notte, sui lastricati lucidi delle strade buie, i loro passi pesanti
mentre si allontanavano curvi, con le pance borboglianti.
Il lume era acceso solo davanti alla porta della chiesa, grande, maestosa,
con i conci di travertino bianco: in una piazza vasta e sbilenca, sulla
porta a nord, incorniciata da un passaggio aperto sulle colline. Era
dedicata a S. Giorgio, ed era magnifica e colma di bellezze. Ed era la
casa del gatto, che sulle panche sostava acciambellato, o silenzioso si
muoveva sull'altare ad osservare le madonne scolpite.
Gli abitanti del borgo erano abituati a vederlo anche durante la messa,
aggirarsi delicato - come compreso della sacralit� della funzione - mentre
il curato sciorinava le sue nenie in latino, nelle domeniche in cui la
chiesa diventava il centro pulsante del paese.
Era l'anno 1632, ed iniziava un inverno che fu pieno di guerre e di fame:
e gi� al ruscello alcune donne lavavano i panni portati dalle case, mentre
altre scendevano pesanti il sentiero scosceso, con i fagotti in bilico
sul capo.
Ed il gatto fra loro, che sgusciava rapido fra le gambe, con i morsi
della fame che lo spingevano d'istinto verso luoghi promettenti; qualche
pezzo di pane che le donne avevano nello zinale, o qualche infreddolito
passerotto.
Al ruscello, con le gambe rosse e nude immerse nell'acqua la Ultimina
sciacquava i panni grossi del curato, con la veste sbiadita tirata sulle
cosce: mentre cantava, con la letizia dell'adolescenza e
dell'ignoranza, per non pensare al freddo.
Appena il micio le cominci� a ronfare accanto, strusciandole la coda, le
si allarg� un sorriso sul viso tondo, che a dispetto della fame era pieno
e sodo.
Era la decima di 14 figli, tutti vivi, che si ammassavano in due stanzette
umide vicino al vecchio mulino, dove i vecchi genitori avevano una macina
per il grano: e dove adesso lavoravano i fratelli pi� grandi, quelli che
non erano andati a servizio dal Signore, come soldati o sguattere; e i
nuovi arrivati stavano appesi in amache sul soffitto.
Perch� a dispetto del suo nome i vecchi continuavano la notte a muoversi
piano sui cenci del pagliericcio, ed ogni anno arrivava una nuova bocca da
sfamare, e lo spazio si faceva pi� angusto, e i panni sempre pi� stretti
addosso.
E questo perch� la Ultimina era una bella figliola, bene in carne malgrado
la miseria, rossa e paffuta e con i grandi seni sotto le camiciole, con
due natiche che facevano luccicare gli occhi anche ai fratelli, quando si
accovacciava a fare i suoi bisogni dietro al mulino: e da poco lavava i
panni anche al curato, e lo aiutava a sistemare la chiesa, che la stupiva
intimorita ogni volta che vi entrava.
Appena varcava - facendosi la croce - il portone di castagno, i suoi occhi
si illuminavano davanti alla pala di Duccio di Boninsegna, di cui neppure
sapeva nulla, ma che le sembrava come il concentrato di tutti i tesori
della terra, il Sacro, la Madonna, l'Oro e la Chiesa, ed anche il calore,
in quelle freddose colline pedemontane: e si incantava a guardarla con i
grandi occhioni spalancati.
Occhioni che il curato aveva da parecchio tempo notato, annotandoli fra
le cose che non gli uscivano di mente.
Ed un'altra meraviglia era la gioia di Ultimina: una porta tondeggiante,
sulla parete della sagrestia, che conduceva alla cantina, con su dipinta
una Madonna nell'attesa del Figlio, con vesti carminio ed incarnato di
luna, che tendeva le mani in basso in direzione delle strette scale; una
porta di legno con le ferramenta e la maniglia, ma che pareva un quadro.
Ultimina ne era innamorata ed ogni volta che scendeva le scale, o passava
di l�, si fermava a guardarla, come a decifrare il mistero di quello
sguardo, dell'intensit� dei gesti, dell'essenza interna della
raffigurazione, di cui percepiva il significato pur nella totale ignoranza
di ogni forma d'arte.
Adesso, al ruscello, il gatto le carezzava le gambe, come a volerla
convincere dei suoi argomenti, a volerla sedurre con i miagolii affamati:
e lei si fece commossa e divise la sua povera roba con il gatto, un pezzo
di pane con qualche frutto secco, intinto nell'acqua del ruscello, per
riempire di pi� lo stomaco: e il gatto amava quella creatura gentile, per
come un gatto pu� amare una persona, per fame e bisogno.
E per affinit�, la giovinezza e l'istinto.
Dopo aver lavato i panni, la fanciulla torn� al paese con la sua cesta
sulla testa, ed il gatto a lato come guardiano: avevano sempre fame, ed
era pomeriggio verso la sera, ma lo stare insieme aveva prodotto uno
strano calore, un senso di vicinanza. Piccole gioie di una condizione
difficile.
Ultimina entr� in chiesa: tramontava il sole e la luce era magnifica,
tenue e luminosa assieme, ed entrava da quelle strette finestrelle senza
vetri, mentre dal grande organo usciva una musica che trasportava fra le
stelle, cos' immaginava il paradiso.
Varc� la porta della sagrestia e poggi� la cesta con i panni umidi, in
attesa di tenderli: ed il curato le si avvicin� e le disse che avrebbero
recitato le preci, pi� tardi, adesso lo accompagnasse nella sua cella.
E nella cella, la ragazza sent� il peso del curato affondato sui suoi
seni, mentre egli le sollevava la sottana, e biascivava giaculatorie a
bassa voce, e le infilava le mani fra le natiche, con lei che lo lasciava
fare, rassegnata allo scotto che le permetteva di mettere piede in quel
paradiso, e umida dei panni e di suo, perch� in fondo quel gioco le
garbava; mentre il gatto saliva dalla cantina e si infilava nella
gattaiola per uscire, in quel buco che il curato aveva fatto ai piedi
della Madonna, con un bel topo serrato fra i denti.
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Gennaio era arrivato, con le sue coltri di brina stese come lenzuola sui
prati mentre sulle strade sterrate le pozze gelate facevano scivolare gli
animale e gli uomini; e gli alberi al tramonto si stagliavano nitidi
contro il cielo rosseggiante, che illuminava le pietre della chiesa di
riflessi di luce dorata.
Il borgo era come chiuso su s� stesso, ridossato al colle, e fili di fumo
ornavano il cielo fulvo nelle sere diacce, e immerso nell'acre odore di
bruciato e di stallatico dell'inverno; ed Ultimina camminava lesta fra la
sacrestia e la sua povera casa, con uno scialle in capo, 'che i morsi del
freddo bruciavano le orecchie.
Aveva finito di preparare la cena per il curato, e sistemato le chiesa, ed
ora si avviava verso casa.
Uno strano tramescolio le stringeva lo stomaco da quando Duccio, il
garzone del barrocciaio, le aveva chiesto qualcosa la domenica prima
uscendo di messa: con il cappello in mano e gli occhi bassi.
Il giovane era robusto, e gran lavoratore, e la fanciulla lo vedeva spesso
portare i carri per le strade che uscivano dal paese, carichi di botti e
di ceste pronte per la vendita: ed ogni volta che ne incontrava lo sguardo
abbassava il suo, con le gote in fiamme.
Non sapeva come mai, solo che succedeva, ma da allora gli era molesta
l'attenzione del curato, questo s�.
Intanto era iniziata una tenzone fra il signore del Castello e quello di
Rocca dell'Albegna, per certe terre i cui confini non erano definiti e che
erano attraversate da un torrentucolo impetuoso scavato nelle gorge di
pietra calcarea: una guerra sul possesso di un nulla che per� infiammava
gli animi e faceva partire i giovani dai paesi, con le armi in pugno e
tanta fame in corpo; e tremante speranza di ritornare.
Qualche battaglia si era consumata prima del Natale, ed ancora i feriti
trascinavano le loro membra per le straducole che gi� si parlava di
un'altra, e il borgo era in fermento, le madri preoccupate, i padri ancor
di pi�, per tutta quella giovent� tolta al lavoro; mentre il gatto del
curato continuava le sue scorribande alla ricerca di cibo, sempre scarso,
fra la chiesa, le aje ed il ruscello, addomesticato un poco dalle carezze
di Ultimina.
..e quella sera se ne stava tornando alla chiesa, dopo una famelica
esplorazione dei vicoli, ed incroci� la ragazza: essa si chin� ad
accarezzarlo e si trattenne con lui un poco, dandogli un tozzetto di pane
secco che aveva portato via dalla cucina della canonica, di nascosto: guai
se il curato l'avesse vista! Ma negli ultimi tempi s'era fatta pi�
coraggiosa, e decisa.
Il gatto cammin� accanto a lei per un poco, strusciandosi alle sue gambe;
poi part� di corsa verso qualcosa che aveva intravisto dietro ad un muro e
la ragazza rientr� nella sua casa, dove l'accolsero le grida di un paio
di fratellini cenciosi, e la zuppa di cavolo che la vecchia stava
preparando nel pajolo si arricch� del poco pane sottratto alla tavola pi�
ricca.
E fu una sera semplice e lieta, tutto sommato.
La mattina seguente, con un vento che fendeva l'aria come lame, sollevando
foglie e mantelli, e sbattendo le porte di legno, la fanciulla si avvi�
alla canonica, dove l'aspettava il curato, scuro in volto: lei pens� al
pane, ma la faccenda sembrava seria, invece.
Lui la gir� di spalle, le sollev� la gonnella, e senza dire nulla le
divaric� con la mano le gambe, e poi la mont�, con rabbia, con disprezzo,
senza darle tregua alcuna. Un povero oggetto in suo possesso, mentre la
Madonna con il suo volto angelico guardava senza espressione le cose del
mondo, immersa nella sua lontana beatitudine.
Ultimina stava ferma, come sempre: ma sentiva una paura che non conosceva
diffondersi in lei; si aspettava qualcosa che sarebbe arrivata, quella
mattina non era come le altre, nei gesti furiosi del vecchio non c'era
desiderio, ma quasi solo rabbia.
Lo lasci� fare, il vecchio curato si bagn� quasi subito: come se non fosse
il piacere che voleva ma il sigillo del possesso: poi parl� del garzone,
"che si era messa in testa? Non le avrebbe mai permesso di andare via, se
lo levasse dal capo pidocchioso, aveva bisogno di lei e poi lui sfamava
tutta la famiglia, compreso? "
Aveva un dire imperioso e subdolo, e la ragazza sent� ancora di pi� la
paura affiorare, un senso di oscurit� avvicinarsi alla sua semplice
esistenza.
Come aveva fatto a capire di Duccio, 'che neppure lei capiva? Il discorso
del curato le mise addosso un'inquietudine, o che il messo del padreterno
avesse una capacit� di vedere le cose che gli dava la vicinanza col
Signore? O Duccio gli avesse detto qualcosa in confessione?
Ultimina non si capacitava, e per tutto il giorno traffic� nella chiesa ed
nella raccolta della legna nel bosco con il cuore pesante, con fare
tremante.
Una battaglia si era nel frattempo consumata poco lontano al borgo, l�
dove le acque calde zolfine e lattigginose si gettavano nel torrente, e i
cavalli tornavano con i feriti addosso: uno dei suoi fratelli fu portato
in chiesa, con uno squarcio ampio in una gamba, e per la povera ragazza fu
la seconda disgrazia della giornata, e le trem� forte il cuore, mentre si
affannava a lavarlo e medicarlo.
La ferita era assai larga, ma per fortuna il giovane era forte e robusto,
e le cure della sorella gli giovarono anche nell'animo, dopo lo spavento
della battaglia.
Tempi bui, e freddi, e dolorosi assai.
Solo il gatto, incurante di tutto, trascinava le sue giornate a caccia,
come sempre, o dietro agli animali nei cortili del borgo, curioso e
sornione, agile nelle sue corse, o nei salti per afferrare i piccioni, una
saetta.
Ultimina torn� a casa la sera spingendo la carriola nella quale era stato
messo il fratello, con la gamba fasciata: e fra le folate sempre pi�
gelide di vento ed il suo cuore un'affinit� di tremore, di ambascia
dolente; col il capo basso, le gambe pesanti, niente sorrisi nel suo bel
viso di fanciulla mentre i fratellini le correvano incontro vocianti e
garruli.
Il giorno seguente, con un coraggio che era anche avventatezza, and� dal
barrocciaio a cercare Duccio: il giovane stava sistemando alcune grosse
casse su un carro, e alz� la testa stupefatto quando vide la fanciulla: "
o che ci fai in codesto luogo di uomini, tu?" l'apostrof� brevemente.
" Ho da parlarti" , fece lei, e davvero non sapeva da dove iniziare.
Ma poi insieme alle lacrime inizi� a parlare di s�, delle parole del
curato ( non ebbe certo il coraggio di parlare di altro, rispetto al
curato ) dell'angoscia che aveva nel cuore per s� stessa, il fratello
ferito e per lui, Duccio, che temeva dovesse partire per la guerra.
Duccio l'ascoltava pensieroso, guardandola intensamente e comprendendo nel
suo cuore assai di pi� di quanto Ultimina dicesse: la lasci� finire e poi
le disse: " vai adesso, non sta bene che una fanciulla parli a lungo con
un uomo. Ci penser� su, mi faccio sentire io ".
Con il cuore pi� leggero, ed il gatto a fianco, la fanciulla si rec� alla
sagrestia; la mattina era fredda e limpidissima, con un'aria levigata che
rendeva i contorni delle case nitide, e nelle ore della mattina quasi una
speranza di rinascita.
E dentro alla chiesa la luce era speciale, rosea, quasi calda, mentre
anche il volto immoto della Madonna sembrava esprimesse la sua letizia
per le vicende della ragazza.
La ringrazi� con una preghiera sommessa ed and� in cucina.
I giorni seguenti trascorsero uguali, faticosi, ed affamati, che non c'era
mai verso di riempire la pancia per bene: anche i quattro cavoli che il
vecchio padre aveva piantato nell'autunno oramai erano stenti e consumati,
ma se ne mangiavano anche i torsoli, insieme con quelle melette
rinsecchite che crescevano al bordo del bosco, come pure l'erbe rade del
campo attorno alla gora, che le aveva insegnato a riconoscere la nonna,
quando era piccola.
Ed un altro citto si era affacciato al mondo nel frattempo, e questo la
fanciulla lo sentiva come un figlio suo, quasi averlo sgravato lei dal
ventre morbido. Paffuto e bianco, sembrava il bambinello di cera
dell'altare, e una tenerezza struggente la prendeva quando lo ninnava un
poco, la sera.
Duccio la ferm� per strada una sera al tramonto che pareva che gli spiriti
maligni avessero fatto sarabande nell'aria; lei era avvolta nello scialle
e tremava di freddo, le gonne molli e i piedi senza calze, rossi e pieni
di geloni.
La prese di lato e le parl�, fitto fitto e con gli occhi che brillavano
come braci, mentre lei lo guardava stupita e ammirata.
E non passarono due giorni che - dentro un carro che andava verso la
montagna - Ultimina salisse all'alba con un sacchetto di panni annodato
stretto e una stretta nel cuore, mentre la sua bocca pregava piano la
Madonna e Duccio incitava i muli nella salita ripida.
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