La mafia e i silenzi di Silvio
di Lirio Abbate
I pm di Palermo a Palazzo Chigi per interrogare Berlusconi. Che scelse
di tacere. Ecco i quesiti che gli volevano porre. Per chiarire
l'origine dei capitali di Fininvest. In edicola da giovedì
Marcello Dell'Utri
Ci sono domande che lo inseguono da circa trent'anni, che tornano
periodicamente alla mente di imprenditori, politici e investigatori.
Sono i 'buchi neri' della vita professionale del cavaliere Berlusconi,
affiorati durante indagini sulle presunte collusioni mafiose.
Interrogativi semplici. Lo sono, perlomeno, per chi non ha nulla da
nascondere. Gli investigatori ipotizzano che nelle casse che fanno
capo alle aziende del premier potrebbe essere stato versato denaro
proveniente dai traffici illeciti della mafia palermitana. Per i
giudici avrebbe ricevuto finanziamenti "non trasparenti" fra gli anni
'70 e '80. Dietro l'origine di queste fortune economiche, per gli
inquirenti, si nasconderebbero i fantasmi del passato: incontri
riservati nella 'Milano da bere' di trent'anni fa invasa dai
siciliani, colloqui evocati da pentiti di mafia e testimoni. Ma di
questi fatti Silvio Berlusconi non vuole parlarne nemmeno ai
magistrati che processano il suo amico Marcello Dell'Utri accusato di
concorso esterno in associazione mafiosa. Preferisce restare in
silenzio davanti ai giudici. E attaccarli appena mette la testa fuori
dall'aula giudiziaria.
Il codice di procedura penale gli ha consentito, sette anni fa, di
avvalersi della facoltà di non rispondere, per via di un'inchiesta
palermitana sul riciclaggio in cui era stato indagato e poi
archiviato. Indagine che potrebbe essere riaperta se dovessero
arrivare nuovi spunti investigativi.Era il 26 novembre 2002 ed il
tribunale che processava Dell'Utri si era spostato nella sede
istituzionale di Palazzo Chigi per sentire il premier nella qualità di
'indagato di procedimento collegato'. E lui, dopo tanti rinvii per
sopravvenuti impegni istituzionali, si è avvalso della facoltà di non
rendere interrogatorio. Un po' come ha fatto la scorsa settimana il
boss Giuseppe Graviano chiamato dalla corte d'appello nel processo al
co-fondatore di Forza Italia. Entrambi - Berlusconi e Graviano -
davanti ai giudici hanno preferito restare in silenzio e non chiarire
le posizioni del passato che potrebbero avere punti in comune fra il
'93 e '94.
A guardarli dall'esterno sono posizioni diverse, ma il messaggio che
arriva è identico. Il presidente del Consiglio non ha certo
contribuito a far luce su vicende che riguardavano un suo stretto e
antico collaboratore oltre che su una serie di interrogativi che si
pongono all'origine delle sue fortune finanziarie e sulla nascita di
Forza Italia. Interrogativi che emergono dalle indagini. Per il
mafioso e stragista Giuseppe Graviano "il silenzio è d'oro", perché in
Sicilia "la migliore parola è quella che non si dice". Chi sostiene di
prendere le distanze dal suo passato, senza pentirsi, è Filippo
Graviano fratello di Giuseppe. Accettando di rispondere in aula alle
domande dei pm nel processo d'appello a Dell'Utri, il maggiore dei
Graviano afferma di non conoscere il senatore. Non riscontrando in
questo modo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare
Spatuzza che coinvolgono Dell'Utri e il presidente del Consiglio nel
groviglio istituzionale delle indagini sulle stragi e sulla
'trattativa con lo Stato'. La deposizione dei Graviano è stata
anomala. Nei processi di mafia i pm non citano mai le fonti dei
collaboratori di giustizia 'se si tratta di affiliati non pentiti',
perché - come sostiene la giurisprudenza - non potrebbero che negare.
È come se Totò Riina fosse chiamato dai giudici a riscontrare le
dichiarazioni di Tommaso Buscetta.
Per cercare di dipanare le ombre che coprono i buchi neri nel passato
di Berlusconi, i pm di Palermo, Domenico Gozzo e Antonio Ingroia,
sette anni fa avevano preparato una lunga lista di domande - un
centinaio, che abbracciavano quasi trent'anni di attività - che gli
avrebbero voluto rivolgere. 'L'espresso' è in grado di ricostruire i
punti essenziali - contenuti in 90 pagine scritte dalla procura - che
avrebbero costituito l'esame al quale il premier doveva essere
sottoposto. A cominciare da chi gli avesse dato i soldi all'inizio
della sua scalata imprenditoriale. Si sarebbero voluti far ricostruire
al teste i flussi finanziari relativi alle società del gruppo
Fininvest. La vera genesi e lo sviluppo del rapporto con Dell'Utri,
con il finanziere Filippo Alberto Rapisarda e con l'imprenditore
Francesco Paolo Alamia, entrambi amici di Vito Ciancimino, e con il
mafioso palermitano Gaetano Cinà (deceduto due anni fa, coimputato di
Dell'Utri e condannato in primo grado a 6 anni per associazione
mafiosa ndr).
I pm avrebbero voluto sapere dal premier perché nel 1974 ingaggiò come
fattore Vittorio Mangano, nonostante i suoi precedenti penali e in
base a quali competenze lo aveva scelto visto che gli unici due
cavalli che il boss fino a quel momento aveva avuto erano stati
proprio quelli di villa San Martino ad Arcore. Una spiegazione
l'avrebbero voluta per comprendere l'assoluta assenza di
preoccupazione di Berlusconi durante una conversazione telefonica con
Dell'Utri dopo l'attentato che aveva subito in via Rovani a Milano,
davanti gli uffici Fininvest il 28 novembre 1986, in cui veniva
ipotizzato che l'autore fosse Mangano.
Ai magistrati interessava sapere se Dell'Utri conoscesse Bettino Craxi
e quali rapporti avessero, visto che dalle intercettazioni emergono
riferimenti all'ex segretario del Psi. Se il capo del governo fosse
informato dei continui contatti fra il suo amico Marcello e il mafioso
Cinà: incontri avvenuti a Milano nel 1987 con l'uomo d'onore
palermitano che avrebbe partecipato anche ad una riunione in cui si
sarebbe discusso dell'acquisto di Rete 4 da parte della Fininvest. I
magistrati avrebbero voluto sapere se Berlusconi avesse mai conosciuto
i mafiosi Francesco Di Carlo, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, il Gotha
di Cosa nostra che nel 1974 lo avrebbe incontrato negli uffici della
Edilnord per assicurargli 'protezione'. E se è vero che cenasse
insieme a Mangano e alla sua famiglia, in particolare la sera del 7
dicembre 1974 in cui avvenne il sequestro del principe D'Angerio dopo
esser stato ospite ad Arcore.
Ci sono anche i rapporti con l'imprenditore Flavio Carboni e il
cassiere della mafia Pippo Calò. Gli investimenti immobiliari che
avrebbero concluso in Sardegna. L'appartenenza alla P2 alla quale
Berlusconi si era iscritto nei primi mesi del 1978 su invito di Licio
Gelli. Nella lista ci sono domande sul pagamento di somme di denaro ad
associazioni criminali per lo svolgimento di attività produttive, con
particolare riferimento agli attentati ai magazzini Standa di Catania
- di cui la Fininvest deteneva il 75 per cento - e per i quali
l'azienda non si costituì parte civile nel processo ai responsabili
del rogo. E il motivo per il quale non avesse denunciato le estorsioni
subite dalle sue attività in Sicilia. Inoltre se avesse o meno saputo
di rapporti tra la Fininvest siciliana e un lontano parente di Tommaso
Buscetta.
Le domande si allargano alla parte economica, in particolare al motivo
per il quale nel 1998 il premier mandò a prelevare copia delle carte
sulle holding che formano la Fininvest e le nascose ai consulenti
della difesa di Dell'Utri che in questo modo non hanno potuto chiarire
le "anomale" operazioni miliardarie. E il perché fossero state
utilizzate le identità di casalinghe, disabili colpiti da ictus e
disoccupati ai quali erano state intestate alcune azioni del gruppo. E
da dove arrivassero tutti quei miliardi di lire di provenienza ignota
affluiti nelle holding Fininvest tra il 1975 e il 1985. E poi perché
non avesse reso noto i nomi dei soci effettivi, cioè di coloro che
hanno versato le prime disponibilità finanziarie. E infine l'aspetto
politico: se avesse avuto contatti nel 1993 con il partito Sicilia
Libera voluto dal boss Leoluca Bagarella con il quale voleva stringere
un accordo elettorale; e in quale data avesse preso la decisione di
"scendere in campo".
Ma il premier si è avvalso della facoltà di non rispondere. Alla
verità ha preferito il silenzio.
In quella occasione, ad avviso del tribunale, come è riportato nella
motivazione della sentenza di primo grado che ha condannato Dell'Utri
a nove anni, Berlusconi "si è lasciato sfuggire l'imperdibile
occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente
chiarezza sulla delicata tematica in esame", cioè "sulla correttezza e
trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui,
meglio di qualunque consulente o testimone e con ben altra
autorevolezza e capacità di convincimento, avrebbe potuto illustrare.
Invece, ha scelto il silenzio".
Quando il Cavaliere stava per alzarsi dal banco dei testimoni anche i
pm tentarono di rivolgergli un appello per non rinunziare al suo
contributo alla verità, ma rimase inascoltato, dando così luogo ad un
appuntamento mancato con la verità.
Ciò nonostante, quel silenzio non è stato capace di cancellare con un
colpo di spugna ciò che è stato faticosamente accertato durante le
indagini preliminari che lo hanno riguardato: prima l'inchiesta in cui
il capo del governo è stato indagato per riciclaggio insieme
all'imprenditore Alamia, e poi in quella di Dell'Utri.
I silenzi del premier, le resistenze dei consulenti della Fininvest,
le insufficienze della documentazione bancaria e societaria messa a
disposizione delle parti, non hanno annullato la valenza indiziaria
degli elementi acquisiti dai magistrati che hanno indagato sulle prime
basi finanziarie su cui si è creato l'impero economico del Biscione.
Vero è che i riscontri alle dichiarazioni del collaboratore di
giustizia Francesco Di Carlo e a quelle dell'industriale Rapisarda non
sono stati sufficienti per provare l'accusa di riciclaggio. E
trovandosi senza elementi di diretta conferma a queste affermazioni,
manca la prova specifica del reato: e infatti il procedimento per
Berlusconi è stato archiviato dieci anni fa.
Restano tanti interrogativi che ci vengono imposti dai numeri che sono
emersi dall'analisi delle holding. Sono le cifre a nove zeri che i
magistrati hanno trovato nelle società che formano la Fininvest.
Miliardi di lire versati in contanti di cui Berlusconi non ha mai
indicato l'origine. E il periodo coincide con quello segnalato da
collaboratori di giustizia e testimoni che facevano riferimento alla
disponibilità di Dell'Utri al reinvestimento di denaro di provenienza
illecita, versato - come sostengono gli inquirenti - nelle casse della
Fininvest. Rapisarda ha riferito di un impiego di dieci miliardi di
lire nel 1978-79, e di un investimento di 20 miliardi nel 1980-81.
Nessuno è autorizzato a trarre argomenti dal silenzio, perché il
silenzio è nemico della verità. "Ma se tutto era davvero così chiaro",
come hanno sottolineato i magistrati, "bastava chiarire quel che c'era
da chiarire". Un appuntamento mancato sulla strada dell'accertamento
dei fatti. Davanti ai giudici Berlusconi preferisce tacere. E, così, i
dubbi sul suo passato restano.