L’intervista di Giuliano Ferrara a Goffredo De Marchis, su
Repubblica di ieri, andrebbe studiata nelle scuole di giornalismo
perché ha il raro pregio di sintetizzare chi è Ferrara, cos’è la Rai e
cos’è diventato il giornalismo italiano.
“L’Italia – esordisce Ferrara – è occupata non da B., ma da una
mentalità, da una cultura e da un modo di essere delle élite che mi fa
venire l’orticaria”. La palla del pallone pallista giunge all’indomani
degli ultimi dati sulle presenze dei politici nei tg Rai a gennaio: B.
ha totalizzato 6 ore e 40 minuti, il doppio di tutti gli altri leader
messi insieme. Dev’essere per questo che, da lunedì, avremo Ferrara
ogni santo giorno dopo il Tg1: per riequilibrare un po’. De Marchis gli
domanda che credibilità può avere un conduttore che è anche consigliere
del premier. Ferrara fa l’offeso: “Non sono il consigliere di B. Faccio
un giornale, scrivo commenti... se lavorassi per B. il mio nome sarebbe
nella lista dei bonifici del ragionier Spinelli”. E qui il giovanotto
si sopravvaluta: i bonifici di Spinelli erano per le mignotte, tutte
fra l’altro carinissime, mica per ceffi come lui. E poi lui, da B. e
famiglia, riceve già tre stipendi: da direttore del Foglio, da
rubrichista di Panorama, da editorialista del Giornale (poi ogni tanto
arrotonda: ora con la Cia, ora con Tanzi, ora con la diaria di
eurodeputato assenteista, ora con quella di ministro e portavoce).
Insomma, è un tipo indipendente. De Marchis gli ricorda le riunioni dei
giornalisti della ditta a Palazzo Grazioli. E lui barrisce orripilato:
“Di che parliamo? Posso andare a pranzo con chi mi pare? Montanelli non
andava a pranzo con Spadolini, coi segretari dei partiti? È
assolutamente normale per un giornalista andare dal premier”. Certo
che è normale, ma a patto che il premier non stipendi il giornalista.
Altrimenti, in un paese serio, il giornalista non deve mai occuparsi
del premier. Montanelli incontrava Spadolini (suo ex collega e
direttore al Corriere), ma Spadolini non stipendiava Montanelli.
Infatti Montanelli criticava spesso Spadolini, mentre Ferrara, quando
proprio ha un attacco di temerarietà, scrive che B. ha sbagliato
cravatta. Ora annuncia: “Il Cavaliere mi darà mille occasioni per
parlare male di lui” (sì, quando sbaglierà i calzini o la tintura del
toupet). Ma eccolo commentare i bunga bunga con minorenni: “Sapevamo
cosa faceva Gronchi nella sua vita privata? E quello che combinava
Merzagora?”. A parte la bruciante attualità di Gronchi e Merzagora,
abbiamo come il sospetto che, se i due avessero telefonato in questura
per far rilasciare una ladra marocchina minorenne senza documenti che
passava le notti con loro, la cosa si sarebbe saputa e avrebbero dovuto
dimettersi. Ma per Ferrara il vero “scandalo è sapere di Berlusconi
quello che sappiamo”. Osservazione più che comprensibile, per uno che
in vita sua ha fatto il picchiatore comunista, la spia della Cia, la
trombetta di Craxi e B., ma mai per un solo istante il giornalista.
Solo un paese malato può scambiare per giornalista uno che detesta le
notizie a tal punto da desiderare che non si vengano a sapere. De
Marchis gli domanda del processo Ruby, e lui: “È un processo
stregonesco, messo in piedi da pedinatori, giornalisti e magistrati”.
Un processo messo in piedi da magistrati e pedinatori: ma siamo
matti? Dove andremo a finire, signora mia. Nel '93 Ferrara bruciò in tv
il bollettino dell’Intendenza di Finanza per l’abbonamento Rai. Poi
spiegò di averlo fatto per chiedere le dimissioni dell’allora direttore
generale Locatelli, accusato di aver favorito gli affari di sua moglie.
Locatelli non aveva condanne, ma per il garantista Ferrara era
colpevole lo stesso. Fortuna che gli abbonati non gli diedero retta,
altrimenti oggi la Rai non saprebbe come pagargli un milione e mezzo
per il nuovo programma.
Triste destino, quello di Ferrara.
Fonda Il Foglio e non lo compra nessuno.
Si candida al Mugello e non lo vota nessuno.
Fa Otto e mezzo e non lo guarda nessuno.
Però lui insiste. Tanto lo pagano a peso.
Che BERLUSCONI sia UOMO D'ONORE lo sappiamo: fin dal 1974 si mise a
disposizione di Cosa Nostra. L'incontro avvenne negli uffici della
Edilnord di Milano: il Pompetta ancora virile, Stefano Bontate,
Francesco di carlo, Marcello Dellutri (i dettagli agli die processi che
hanno condnanato Dellutri quale mafioso).
Tuttavia la finta riforma della giustizia e' l'ennesima presa pel culo
dei tapini che si sono abbeverati al suo perolato anale PER DECENNI!
Poveracci!
Sono cosi' GONZI d anon sapere che questa riforma non andra' mai in
vigore? Che e' una FINTA, o al massimo lo sfogo contro la giustizia di
UN IMPOTENTE che deve rispondere nei tribuali di reati gravissimi?
Cosi' si esprime Attilio Giordano, fondatore del KKK (Kul Kul Klan)
italiano che riunisce razzisti e omosessuali repressi costretti
compulsivamente a scrivere molte volte al giorno la parola "culo".
NON BADATECI, trattasi di malattia.