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YEMEN: LA GUERRA DEL PENTAGONO NELLA PENISOLA ARABA

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amaryllide

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Jan 1, 2010, 6:53:12 PM1/1/10
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questo articolo è stato scritto dieci giorni prima che il fallito
attentato di Umar Farouk Abdulmutallab contro il volo Delta 253
americano fornisse agli USA un felice pretesto per intervenire nella
guerra civile in corso nello Yemen. L’autore aveva già capito quali
fossero gli obiettivi e gli interessi in campo e li aveva illustrati
con una certa accuratezza. Ci ha poi pensato la solita Al Qaeda, con
il consueto petardo fatto esplodere in una locazione a caso, a creare
la giustificazione per l’intervento. Al Qaeda è preziosa per la
politica estera degli Stati Uniti: consente di giustificare qualsiasi
invasione o aggressione, comparendo sempre nel luogo opportuno –
quello in cui gli USA desiderano intervenire - al momento opportuno.
Se non ci fosse bisognerebbe inventarla. E naturalmente è per questo
che gli Stati Uniti l’hanno inventata.

Il 14 dicembre la BBC News ha riferito che 70 civili erano rimasti
uccisi nel corso di un bombardamento aereo effettuato sul mercato del
villaggio di Bani Maan, nel nord dello Yemen.
Le forze armate nazionali si sono assunte la responsabilità
dell’attacco, ma un sito web dei ribelli Houthi, contro i quali
l’attacco era presumibilmente diretto, ha affermato che “aerei sauditi
hanno compiuto un massacro contro gli innocenti abitanti di Bani
Maan”. [1]
Il regime saudita si è inserito, ai primi di novembre, nel conflitto
armato tra i suddetti Houthi e il governo dello Yemen, a sostegno di
quest’ultimo, e da allora è accusato di aver condotto attacchi
all’interno dello Yemen con carri armati e aerei da guerra. Anche
prima di quest’ultimo bombardamento, moltissimi yemeniti erano già
stati uccisi e altre migliaia erano stati costretti alla fuga dai
combattimenti. L’Arabia Saudita è anche accusata di aver utilizzato
bombe al fosforo.
Inoltre, il gruppo ribelle noto come Giovani Credenti, con base nella
comunità musulmana sciita dello Yemen che comprende il 30% dei 23
milioni di abitanti del paese, ha dichiarato il 14 dicembre che “jet
da combattimento americani hanno attaccato la provincia di Sa’ada
nello Yemen” e che “jet statunitensi hanno compiuto 28 attacchi contro
la provincia nordoccidentale di Sa’ada”. [2]
L’edizione del britannico Daily Telegraph uscita il giorno precedente
riferiva di colloqui con funzionari militari statunitensi, affermando:
“Nel timore che lo Yemen non riesca a fronteggiare la situazione,
l’America ha inviato un piccolo numero di gruppi di forze speciali per
addestrare l’esercito yemenita contro questa minaccia”.
Veniva citato un anonimo funzionario del Pentagono, il quale avrebbe
affermato: “Lo Yemen sta diventando una base di riserva di Al Qaeda
per le sue attività in Pakistan e Afghanistan”. [3]
L’evocazione del babau di Al Qaeda è comunque uno specchietto per le
allodole. I ribelli del nord dello Yemen, infatti, sono sciiti e non
sunniti, tantomeno sunniti wahabiti della varietà saudita, e pertanto
non solo non possono essere ricollegati a nessun gruppo definibile
come Al Qaeda, ma ne costituirebbero eventualmente un probabile
bersaglio.
In ossequio ai progetti statunitensi sulla regione, la stampa
americana e britannica ha di recente iniziato a parlare dello Yemen
come della “patria ancestrale” di Osama Bin Laden. Certo, Bin Laden
viene da una ben nota famiglia di miliardari dell’Arabia Saudita, ma
poiché suo padre era nato più di un secolo fa in quella che è oggi la
Repubblica dello Yemen, i media occidentali hanno iniziato a sfruttare
questo irrilevante accidente storico per suggerire che Osama Bin Laden
avrebbe un ruolo attivo all’interno della nazione e per creare un
sottile legame tra le guerre in Afghanistan e Pakistan e l’intervento
americano e saudita nella guerra civile dello Yemen.
Nel 2002 il Pentagono aveva inviato circa 100 soldati - secondo alcune
fonti, forze speciali dei Berretti Verdi – nello Yemen, allo scopo di
addestrare le forze militari del paese. In quell’occasione,
verificatasi due anni dopo l’attacco suicida – attribuito ad Al Qaeda
- contro la nave USS Cole di stanza nel porto di Aden, nello Yemen
meridionale, e accompagnata da attacchi missilistici contro leader
della stessa organizzazione, Washington giustificò le proprie azioni
come ritorsione contro quell’incidente e contro gli attacchi a New
York e Washington dell’anno precedente.
Il contesto attuale è assai diverso e una guerra antirivoluzionaria
nello Yemen, sostenuta dagli USA, non avrebbe nulla a che fare con le
presunte minacce di Al Qaeda, ma sarebbe parte integrante di una
strategia per estendere la guerra afgana in cerchi concentrici sempre
più vasti che comprendano l’Asia meridionale e centrale, il Caucaso e
il Golfo Persico, il Sud-Est Asiatico e il Golfo di Aden, il Corno
d’Africa e la Penisola Araba. La tanto attesa dipartita del presidente
George W. Bush avrà anche portato la fine della guerra al terrorismo
ufficiale, ora definita “operazioni del contingente oltremare”, ma
nulla è cambiato, a parte il nome.
Il 13 dicembre il Gen. David Petraeus, ufficiale supremo del Comando
Centrale del Pentagono, a capo delle operazioni belliche in
Afghanistan, Iraq e Pakistan, ha dichiarato alla TV Al –Arabiya che
“gli Stati Uniti sostengono la sicurezza interna dello Yemen
nell’ambito della cooperazione militare fornita dall’America ai suoi
alleati nella regione” e ha sottolineato che “le navi americane che
navigano nelle acque territoriali dello Yemen, [sono lì] non solo per
svolgere funzioni di controllo, ma per impedire i rifornimenti di armi
ai ribelli Houthi”. [4]
Ricordiamocelo la prossima volta che la panzana di Al Qaeda/Bin Laden
verrà usata per giustificare l’estensione del coinvolgimento militare
americano nella Penisola Araba.
Lo Yemen Post del 13 dicembre riferiva che l’ufficio centrale dei
ribelli Houthi aveva “accusato gli Stati Uniti di partecipare alla
guerra contro gli Houthi” e aveva rilasciato fotografie di aerei
militari americani “impegnati in operazioni di bombardamento contro la
provincia di Sa’ada, nel nord dello Yemen”. La fonte stimava che vi
fossero stati almeno venti raid americani coordinati attraverso la
sorveglianza satellitare. [5]
La stampa occidentale sta partendo di nuovo alla carica nel collegare
gli Houthi, il cui background religioso di sciismo zaidita è molto
diverso da quello iraniano, con le sinistre macchinazioni attribuite a
Teheran. Nemmeno i funzionari del governo americano sono riusciti
finora a raccogliere alcuna prova che l’Iran stia appoggiando, o
addirittura armando, i ribelli dello Yemen. Questo cambierà se la
sceneggiatura andrà avanti secondo i canoni consueti, come indicato
dal commento di Petraeus riportato più sopra, e se Washington farà
conveniente eco ai proclami del governo yemenita, secondo il quale
l’Iran starebbe rifornendo di armi i suoi confratelli sciiti dello
Yemen, così com’è accusato di fare in Libano.
Lo Yemen diventerà il campo di battaglia di una guerra per interposta
persona tra Stati Uniti e Arabia Saudita da una parte – le cui
relazioni politiche sono tra le più forti e durevoli dell’epoca
successiva alla II Guerra Mondiale – e l’Iran dall’altra.
In un editoriale di cinque giorni fa, il Tehran Times accusava tutti i
soggetti in conflitto nello Yemen – il governo, i ribelli e l’Arabia
Saudita – di avventatezza e lanciava un avvertimento: “La storia ci
fornisce un buon esempio. L’Arabia Saudita ha finanziato i gruppi
estremisti in Afghanistan e ancora oggi, due decenni dopo il ritiro
dell’armata sovietica dal paese, le fiamme della guerra in Afghanistan
stanno devastando gli alleati dell’Arabia Saudita. Uno scenario simile
sta ora emergendo nello Yemen”. [6]
Il paragone tra lo Yemen e l’Afghanistan si riferiva soprattutto a
Riyadh, nel secondo caso alleata di ferro degli Stati Uniti, e al suo
tentativo di esportare il wahabismo di matrice saudita per espandere
la propria influenza politica.
L’Arabia Saudita sta cercando di promuovere una propria versione
dell’estremismo nello Yemen, come ha già fatto in Afghanistan e
Pakistan e come sta attualmente facendo in Iraq. Senza che né gli
Stati Uniti né i loro alleati occidentali esprimano la minima
obiezione, i sauditi e le monarchie loro alleate del Golfo Persico si
troveranno al centro, nei prossimi cinque anni, di un commercio di
armamenti, stimato per un valore di circa 100 miliardi di dollari, dai
paesi occidentali verso il Medio Oriente. “Il fulcro di questo
commercio di armamenti sarà senza dubbio il pacchetto di sistemi
militari da 20 miliardi di dollari che gli Stati Uniti hanno offerto
nei prossimi 10 anni ai sei stati del Consiglio di Cooperazione del
Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar e
Bahrain”. [7] L’Arabia Saudita dispone anche di aerei da guerra
francesi e britannici di ultima generazione, nonché di sistemi di
difesa antimissile forniti dagli americani.
L’avvertimento sulle “fiamme della guerra” in Afghanistan, contenuto
nel commento iraniano citato più sopra, è stato confermato alla
lettera nella Valutazione Iniziale del Comando del 30 agosto 2009,
rilasciata dal Generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle
forze americane e NATO in Afghanistan e pubblicato dal Washington Post
il 21 settembre con le correzioni richieste dal Pentagono. Questo
documento di 66 pagine è servito da punto di riferimento per
l’annuncio fatto il 1° dicembre dal presidente Barack Obama, con cui
si destinavano all’Afghanistan altri 33.000 soldati americani. Nel suo
rapporto McChrystal affermava: “I gruppi ribelli più rilevanti in
relazione al rischio che rappresentano per la missione sono: i
talebani Quetta Shura (05T), la rete di Haqqani (HQN) e lo Hezb-e
Islami Gulbuddin (HiG).”
Gli ultimi due prendono il nome dai loro fondatori e attuali leader,
Jalaluddin Haqqanni and Gulbuddin Hekmatyar, i mujaheddin coccolati
dalla CIA americana negli anni ’80, quando il direttore dell’Agenzia
(dal 1986 al 1989) era Robert Gates, oggi Segretario della Difesa USA,
incaricato di proseguire la guerra in Afghanistan. E nello Yemen.
Nel suo libro del 1996, “From the Shadows”, Gates si vantava del fatto
che “la CIA ha ottenuto importanti successi nelle covert actions.
Forse la più efficace di tutte è stata quella in Afghanistan, dove la
CIA, attraverso i suoi funzionari, ha destinato miliardi di dollari ai
rifornimenti di materiale e di armi per i mujaheddin…”. [8]
Nel 2008, il New York Times rendeva noti i seguenti dettagli:
“Negli anni ’80, Jalaluddin Haqqani venne coltivato come un patrimonio
“unilaterale” della CIA e ricevette decine di migliaia di dollari in
contanti per il suo impegno nella lotta contro l’Esercito Sovietico in
Afghanistan, stando a quanto riportato in “The Bin Ladens”, un recente
libro di Steve Coll. A quel tempo, Haqqani aveva aiutato e protetto
Osama Bin Laden, che stava mettendo insieme una propria milizia per
combattere le forze sovietiche, scrive Coll. [9] Coll è anche autore
del volume Ghost Wars: The Secret History of the CIA, Afghanistan, and
Bin Laden, from the Soviet Invasion to September 10, 2001.
Hekmatyar, collega di Haqqani, “ricevette milioni di dollari dalla
CIA, attraverso l’ISI [il Servizio d’Intelligence Pakistano]. Hezb-e-
Islami Gulbuddin ricevette alcuni dei più sostanziosi aiuti da parte
di Pakistan e Arabia Saudita e lavorò con migliaia di mujaheddin
stranieri arrivati in Afghanistan”. [10]
Nel maggio scorso il (ferventemente) filo-americano presidente del
Pakistan, Asif Ali Zardari, aveva detto alla NBC americana che “i
talebani sono parte del nostro e del vostro passato, l’ISI e la CIA li
hanno creati insieme. (I talebani) sono un mostro creato da tutti
noi…” [11]
L’11 settembre 2001 c’erano solo tre nazioni del mondo che
riconoscevano il governo dei talebani in Afghanistan: Pakistan, Arabia
Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Subito dopo gli attacchi, il
presidente George W. Bush identificò immediatamente sette dei
cosiddetti “Stati fiancheggiatori del terrorismo” per potenziali
ritorsioni: Cuba, Iran, Iraq, Libia, Corea del Nord, Sudan e Siria.
Già il solo Sudan, che aveva espulso Osama Bin Laden nel 1996, aveva
ogni possibile connessione col terrorismo. Dei 19 dirottatori accusati
di aver condotto gli attacchi dell’11 settembre, 15 erano dell’Arabia
Saudita, 2 degli Emirati Arabi Uniti, uno dell’Egitto e uno del
Libano. Pakistan e Arabia Saudita restano alleati politici e militari
di grande valore per l’America e gli Emirati Arabi hanno truppe che
servono in Afghanistan sotto il comando della NATO.
E’ forse impossibile stabilire il momento esatto in cui un sedicente
combattente della guerra santa, appoggiato dagli USA, addestrato per
compiere azioni di terrorismo urbano e per abbattere aerei civili,
cessa di essere un combattente per la libertà e diventa un terrorista.
Ma si può presumere con una certa sicurezza che ciò avviene quando
egli non è più utile a Washington. Un terrorista che serve gli
interessi americani è un combattente per la libertà; un combattente
per la libertà che si rifiuta di farlo, è un terrorista.
Per decenni l’African National Congress di Nelson Mandela e
l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat
sono stati in cima alla lista dei gruppi terroristici compilata dal
Dipartimento di Stato. Ma la Guerra Fredda era appena finita che già
tanto Mandela quanto Arafat (come pure Gerry Adams del Sinn Fein)
venivano invitati alla Casa Bianca. Il primo ricevette il Nobel per la
pace nel 1993, il secondo nel 1994.
Se negli anni ’80 un ipotetico militante jihadista fosse partito
dall’Arabia Saudita o dall’Egitto per andare in Pakistan a combattere
contro il governo dell’Afghanistan e i suoi alleati sovietici, agli
occhi degli Stati Uniti egli sarebbe stato un combattente per la
libertà. Se invece fosse andato in Libano, sarebbe stato un
terrorista. Se fosse arrivato in Bosnia nei primi anni ’90, sarebbe
stato ancora un combattente per la libertà, ma se si fosse fatto
vedere nella Striscia di Gaza o nella West Bank sarebbe stato un
terrorista. Nel nord del Caucaso russo sarebbe rinato come combattente
per la libertà, ma se fosse tornato in Afghanistan dopo il 2001
sarebbe stato un terrorista.
A seconda di come tira il vento dal Fondo Nebbioso, insomma, un
separatista pakistano del Belucistan o un separatista indiano del
Kashmir può diventare combattente per la libertà o terrorista.
E viceversa: nel 1998 l’inviato speciale degli USA nei Balcani, Robert
Gelbard, descrisse l’Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA), che
combatteva contro il governo jugoslavo, come un’organizzazione
terroristica: “So riconoscere un terrorista quando ne vedo uno, e
questi uomini sono terroristi”. [12]
Ma nel febbraio seguente, il Segretario di Stato americano Madeleine
Albright portò cinque uomini del KLA, compreso il suo capo, Hashim
Thaci, a Rambouillet, in Francia, per lanciare alla Jugoslavia un
ultimatum che sapeva sarebbe stato rifiutato e avrebbe condotto alla
guerra. L’anno successivo fu la stessa Albright a scortare Thaci in un
tour personale del QG delle Nazioni Unite e del Dipartimento di Stato,
invitandolo poi come ospite alla convention per le nomine
presidenziali del Partito Democratico, a Los Angeles.
Lo scorso 1° novembre, Thaci, adesso primo ministro di uno pseudo-
stato riconosciuto solo da 63 delle 192 nazioni del mondo, ha ospitato
l’ex presidente USA Bill Clinton per l’inaugurazione di un monumento
eretto in onore dei crimini di quest’ultimo. E della sua vanità.
Washington ha sostenuto i separatisti armati dell’Eritrea dalla metà
degli anni ’70 fino al 1991 nella loro guerra contro il governo
dell’Etiopia.
Attualmente gli Stati Uniti forniscono armi alla Somalia e al Gibuti
per la loro guerra contro l’Eritrea indipendente. Il Pentagono
possiede nel Gibuti la più importante delle sue basi militari
permanenti, la quale ospita 2.000 soldati e dalla quale viene gestita
la sorveglianza tramite aerei spia sulla Somalia. E sullo Yemen.
Per dirla con le parole di Vautrin, il personaggio di Balzac: “Non
esistono i principi, ma solo gli eventi; non ci sono leggi, ci sono
solo circostanze…”.Gli yemeniti sono gli ultimi ad apprendere la legge
della giungla voluta dal Pentagono e dalla Casa Bianca. Insieme a Iran
e Afghanistan, che lo specialista di contro-insorgenza Stanley
McChrystal ha usato per perfezionare le proprie tecniche, lo Yemen sta
per unirsi ai ranghi di tutte quelle nazioni in cui l’esercito degli
Stati Uniti è impegnato in varie tipologie di azioni di guerra, ricche
di massacri di civili e di altre forme di cosiddetti “danni
collaterali”: Colombia, Mali, Pakistan, Filippine, Somalia e Uganda.
1) BBC News, December 14, 2009
2) Press TV, December 14, 2009
3) Daily Telegraph, December 13, 2009
4) Yemen Post, December 13, 2009
5) Ibid.
6) Tehran Times, December 10, 2009
7) United Press International, August 25, 2009
8) BBC News, December 1, 2008
9) New York Times, September 9, 2008
10) Wikipedia
11) Press Trust of India, May 11, 2009
12) BBC News, June 28, 1998
http://rickrozoff.wordpress.com/2009/12/15/yemen-pentagons-war-on-the-arabian-peninsula/

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amaryllide

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Jan 1, 2010, 11:55:39 PM1/1/10
to

Lord Curzon

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Jan 2, 2010, 7:46:33 AM1/2/10
to

"amaryllide" <amary...@gmail.com> ha scritto nel messaggio
news:d9ed4a2f-b7e0-462a...@r24g2000yqd.googlegroups.com...
>questo articolo � stato scritto dieci giorni prima che il fallito

>attentato di Umar Farouk Abdulmutallab contro il volo Delta 253
>americano fornisse agli USA un felice pretesto per intervenire nella
>guerra civile in corso nello Yemen. L�autore aveva gi� capito quali

>fossero gli obiettivi e gli interessi in campo e li aveva illustrati
>con una certa accuratezza. Ci ha poi pensato la solita Al Qaeda, con
>il consueto petardo fatto esplodere in una locazione a caso, a creare
>la giustificazione per l�intervento. Al Qaeda � preziosa per la

>politica estera degli Stati Uniti: consente di giustificare qualsiasi
>invasione o aggressione, comparendo sempre nel luogo opportuno �

>quello in cui gli USA desiderano intervenire - al momento opportuno.
>Se non ci fosse bisognerebbe inventarla. E naturalmente � per questo
>che gli Stati Uniti l�hanno inventata.

si parlava dello Yemen gi� da alcune settimane sulla stampa per via dei
ribelli sciiti sostenuti dall'Iran e combattuti dall'AS. In realt� gi� da
diversi anni c'era nell'aria la consapevoloezza che in Yemen si
nascondessero pure cellule di Al Qaeda. Che poi ci siano anche di mezzo
questioni pi� ampie non � una novit�. Diciamo che quello che hai postato �
una accozzaglia di propaganda malfatta fra l'altro...

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