Deficit e spesa fuori controllo nel 2004
di Raul Wittenberg
Conti pubblici abbastanza drammatici, quelli rilevati dall’Istat nei primi
tre mesi del 2004. Vero è che le conclusioni di finanza pubblica ai fini del
patto europeo di stabilità si tirano a fine anno sui 12 mesi. Tuttavia resta
un fatto: l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni cresce
anziché diminuire, attestandosi al 6,1% della produzione nazionale del
trimestre, ovvero a 19,8 miliardi di euro, oltre un miliardo più dello
stesso periodo del 2003, quando il deficit fu pari al 6% del Pil.
L’aggravarsi della situazione è ancor più evidente, se si considera che
peggiora anche il cosiddetto saldo primario: il saldo tra entrate e uscite
dei conti pubblici senza calcolare gli interessi passivi che si pagano sul
debito pubblico. Nel primo trimestre è stato negativo per 4.485 milioni di
euro (in rosso dell’1,4% rispetto al Pil), quattro volte peggio dell’anno
scorso col saldo negativo di 1,3 miliardi, quando fece notizia che per la
prima volta andavamo sotto zero (-0,4% del Pil) e il paese spendeva più di
quanto incassava nel bilancio depurato dal debito. Secondo l’Istat le spese
sono salite del 3% rispetto al 2003 soprattutto per il rinnovo del contratto
di lavoro dei pubblici dipendenti (+5%) e per l’incremento delle prestazioni
sociali in denaro (+5,1%), bilanciati da altre operazioni amministrative a
risparmio.
Persino un ministro del Polo, Lucio Stanca, ammette che si tratta di «brutti
numeri». Ma per un ex ministro del Tesoro come Vincenzo Visco, questi numeri
dimostrano che il deficit e la spesa sono fuori controllo, disegnando un
preoccupante futuro prossimo in particolare per i conti del 2005.
«Inquietanti» le discussioni in corso nella traballante maggioranza.
«Si parla di tagli alle tasse da finanziare con una manovra da 30 miliardi
di euro. È una dimensione più alta anche di quella a cui si fece ricorso nel
'97 per entrare nell'euro, e tale da aprire il dubbio su due ipotesi: o si
pensa ad una manovra virtuale, o si devono mettere in conto interventi
drastici che non potrebbero non penalizzare duramente la spesa sociale».
Secondo Visco «il dato sull'indebitamento indica che stiamo viaggiando già
sopra il 4% del Pil e che nel 2005 si tenderà al 5%. Se si vuole evitare di
superare il limite del 3% e una ripresa della crescita del debito pubblico,
quindi, la manovra da 30 miliardi dovrebbe servire soltanto per correggere
questi andamenti». L’esponente diessino ricorda la sentenza della corte
europea dell’Aja che ha annullato la sospensione delle procedure su Francia
e Germania, per cui l’Ecofin sarà meno benevola nei confronti dell’Italia,
specie dopo il declassamento di rating da parte di Standard & Poor’s: «se i
mercati finanziari dovessero convincersi dell'inaffidabilità dei nostri
conti pubblici, potremmo all'improvviso trovarci con un differenziale dei
tassi di interesse sul debito che - conclude Visco - renderebbe il
risanamento estremamente difficile e doloroso».
E se da Forza Italia il responsabile economico Luigi Caserio è convinto che
i conti italiani «sono in regola», altri soggetti come i sindacati non sono
altrettanto tranquilli, perché con i conti in rosso non ci sono le risorse
per gli investimenti, lo sviluppo, lo Stato sociale. «C'è un affanno grave
nei conti pubblici, che conferma gli sbagli nelle previsioni e nelle scelte
di politica economica e di bilancio di questi anni», dice il leader Cgil
Guglielmo Epifani. «Sono dati molto preoccupanti, se il rapporto deficit-pil
è a questi livelli», aggiunge il suo collega della Uil Luigi Angeletti.
Dalla Cisl Savino Pezzotta pretende una «operazione verità» sui conti
pubblici, perché con questi numeri è rischioso avventurarsi
nell’abbassamento delle tasse.
Per il presidente di Confindustria Montezemolo i conti pubblici sono
«preoccupanti», ben venga una manovra di tagli anche se colpisce
l’industria. Il governo somiglia sempre più all’orchestra del Titanic mentre
sta affondando, è il commento di Enrico Letta della Margherita.
Intanto nella verifica di maggioranza si confrontano ipotesi molto diverse
su fisco e Finanziaria 2005. Forza Italia vuole tre aliquote (23% fino a
33.000 euro annui di reddito dopo la no tax area a quota 8.000, 33% fino a
80.000 euro, 39% oltre ma solo nel 2005). An vuole affiancare a queste un
43% fino a mezzo milione di euro nel 2005, e un taglio Irap di 4 miliardi.
L’Ucd rifiuta la riduzione dell’Irpef nel 2005, quando invece dovrebbe
ridursi l’Irap di 4,5 miliardi. Riguardo alla Finanziaria 2005 una manovra
di 30 miliardi è proposta da FI che ne vuole spendere 12 per abbassare le
tasse, e da AN che ne vuole anche spendere 18 per le infrastrutture. Invece
l’Udc è per una manovra di 22 miliardi senza interventi sull’Irpef.
da L'Unita'
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