"Ministry" <
mini...@despammed.com> ha scritto nel messaggio
news:4f5dbafd$0$1387$4faf...@reader2.news.tin.it...
>
> [cut] La mia domanda è: quando dei sintomi possono configurarsi
> come disturbo dell'umore e quando come innati in una persona? (...)
> si può dire che siano caratteristiche della sua personalità, o che sono
> piuttosto sintomi di distimia, magari curabili?
> Ha valore una distinzione in tal senso?
Tu dici "distinzione", ma si dovrebbe dire Diagnosi (differenziale). Si
dovrebbe -cioè- andare a valutare addirittura (!) la legittimità stessa di
diagnosticare differenziando tra ciò che "è bene" (normale) e ciò che "è
male" (patologico).
Peraltro, un disturbo è tale SE e QUANTO disturba: se chi ne è (ipotetico)
portatore NON SI sente disturbato da quel suo modo di pensare (!) NON C'E'
alcun disturbo da curare. Sarebbe propriamente una violenza operata sulla
persona, volerle curare un modo di pensare che le è egosintonico.
SE INVECE una persona valuta (da sè!) che il proprio modo di pensare (o i
contenuti del proprio pensiero) sono "male" per lui, è un altro paio di
maniche, naturalmente.
Potrei limitarmi a dire questo, da Psicologo. Che ha un bizzarro modo di far
coincidere il diritto (e il Bene) soggettivo con l'Egosintonia (che non si
esprima dannosamente per altri!).
Tuttavia, SE c'è qualcuno a cui va di prendere atto che è proprio difficile
"valutare Bene-e-Male" ... vado avanti per lui! :-))
La distinzione tra Bene/Male o Normalità/Patologia non può basarsi sul buon
senso comune; nonostante esso "non sia monnezza" ... poniamo il caso di una
persona che faccia affermazioni "inconsuete" (dal vago sentore di Distimia)
quali:
- il giorno della propria nascita è funesto per chi nasce;
- la Natura (intesa come Cosmo [Ordine Totale] "e" Ente impersonale che
predispone la Finalità complessiva) ... è del tutto indifferente alle
vicissitudini umane contraddistinte -altresì!- dal Dolore;
- l'Uomo non può che *illudersi* che possa toccargli qualche gioia;
esse -quando e se càpitano- sono fugaci e sostanzialmente non ripaganti la
fatica del proocurarsele. Peraltro, "càpita" che le aspettative vadano
clamorosamente deluse;
- l'Uomo non può capire (!) la sostanza del Cosmo (o la Finalità
complessiva); quando gli va bene ... riesce ad accorgersi che è così che va!
Che non può capire, intendo. E forse cava "quietitudine" da questa
consapevolezza;
- l'Uomo è stretto tra Amore e Morte; è tale la fatica indotta dall'Amare
... che la Morte giunge infine liberatoria.
E poniamo ora il caso di una persona che esponga "inconsuetamente" (e con
vago sentore di Distimia) che egli è angosciato (parole sue, letterali!) dal
fatto di essere libero di scegliere tra più opzioni; che, anzi, è proprio
l'idea di *dovere* scegliere (liberamente) che lo angoscia per la sua
contraddittorietà intrinseca; che lo AUT AUT al quale egli sente di essere
coartato gli è indecidibile *soprattutto* quando ha da scegliere tra due
cose entrambi piacevoli.
E poniamo il caso che quest'uomo -coerente con l'esigenza di sottrarsi alla
angoscia- resti celibe ... perchè delle cento donne (belle e facoltose che
lo volevano!) avrebbe potuto SI' averne UNA, ma avrebbe dovuto rinunciare
alle restanti nonavantanove alternativamente opzionabili.
Non mi spingo oltre :-)) Avrete tutti capito che
la prima persona è Leopardi;
la seconda, il Filosofo Kierkegaard.
Che vogliamo fare? Li "curiamo", 'sti due qua?
In nome del buon senso comune?
Grazie de ... la provocazione! :-))
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Vincenzo