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Distimia: disturbo dell'umore o caratteristica innata?

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Ministry

unread,
Mar 12, 2012, 4:59:40 AM3/12/12
to
Ho appreso da poco dell'esistenza della distimia, un distrubo dell'umore
assimilabile a una depressione minore e moderatamente diffuso
nella popolazione.
Da quanto ho capito ha spesso esordi precoci ma, trattandosi
di sintomi non particolarmente evidenti, viene ignorata e diagnosticata
a distanza di anni.

La mia domanda è: quando dei sintomi possono configurarsi come disturbo
dell'umore e quando come innati in una persona?
Più banalmente: se una persona soffre da sempre di difficoltà nel
prendere decisioni, astenia, scarsa autostima ecc., si può dire che
siano caratteristiche della sua personalità (e quindi, "pazienza":
ognuno è fatto a suo modo) o che sono piuttosto sintomi di distimia,
magari curabili?
Ha valore una distinzione in tal senso?

m.


--
"La legge, in Italia, è come l'onore delle puttane"
(Curzio Malaparte)

Gianfranco

unread,
Mar 16, 2012, 5:37:05 AM3/16/12
to
On Mon, 12 Mar 2012 09:59:40 +0100, Ministry wrote:

Ciao,

visto che nessuno ti risponde, provo a intervenire. Pero' non sono uno
psicologo. =8-D


> Da quanto ho capito ha spesso esordi precoci ma, trattandosi di
> sintomi non particolarmente evidenti, viene ignorata e diagnosticata a
> distanza di anni.

Infatti. L'esordio in eta' giovanile e l'antamento progressivo fanno
si' che sia il paziente che coloro che gli son vicino ci si abituino e
lo considerino cosa normale: "son [e'] sempre stato cosi'" e' la frase
che si sente dire quasi sempre.



> La mia domanda è: quando dei sintomi possono configurarsi come disturbo
> dell'umore e quando come innati in una persona?

Bella domanda. :-D

Dal mio punto di vista, diventa patologia quando provoca nel paziente
uno stato di sofferenza (o comportamenti di tal "gravita'") tale da
creargli problemi nella vita di tutti i giorni, sia nel lavoro che nel
rapporto con le persone.

Capisco che sia una risposta poco soddisfacente, pero' e' quella
"ufficiale": diventi malato nel momento in cui non riesci piu' a
"funzionare" in maniera corretta.

Cosa ne pensano i colleghi psicologi? :-)


--
Gianfranco Bertozzi

Vincenzo Del Piano

unread,
Mar 18, 2012, 7:30:26 AM3/18/12
to

"Ministry" <mini...@despammed.com> ha scritto nel messaggio
news:4f5dbafd$0$1387$4faf...@reader2.news.tin.it...
>
> [cut] La mia domanda è: quando dei sintomi possono configurarsi
> come disturbo dell'umore e quando come innati in una persona? (...)
> si può dire che siano caratteristiche della sua personalità, o che sono
> piuttosto sintomi di distimia, magari curabili?
> Ha valore una distinzione in tal senso?

Tu dici "distinzione", ma si dovrebbe dire Diagnosi (differenziale). Si
dovrebbe -cioè- andare a valutare addirittura (!) la legittimità stessa di
diagnosticare differenziando tra ciò che "è bene" (normale) e ciò che "è
male" (patologico).
Peraltro, un disturbo è tale SE e QUANTO disturba: se chi ne è (ipotetico)
portatore NON SI sente disturbato da quel suo modo di pensare (!) NON C'E'
alcun disturbo da curare. Sarebbe propriamente una violenza operata sulla
persona, volerle curare un modo di pensare che le è egosintonico.
SE INVECE una persona valuta (da sè!) che il proprio modo di pensare (o i
contenuti del proprio pensiero) sono "male" per lui, è un altro paio di
maniche, naturalmente.


Potrei limitarmi a dire questo, da Psicologo. Che ha un bizzarro modo di far
coincidere il diritto (e il Bene) soggettivo con l'Egosintonia (che non si
esprima dannosamente per altri!).
Tuttavia, SE c'è qualcuno a cui va di prendere atto che è proprio difficile
"valutare Bene-e-Male" ... vado avanti per lui! :-))

La distinzione tra Bene/Male o Normalità/Patologia non può basarsi sul buon
senso comune; nonostante esso "non sia monnezza" ... poniamo il caso di una
persona che faccia affermazioni "inconsuete" (dal vago sentore di Distimia)
quali:
- il giorno della propria nascita è funesto per chi nasce;
- la Natura (intesa come Cosmo [Ordine Totale] "e" Ente impersonale che
predispone la Finalità complessiva) ... è del tutto indifferente alle
vicissitudini umane contraddistinte -altresì!- dal Dolore;
- l'Uomo non può che *illudersi* che possa toccargli qualche gioia;
esse -quando e se càpitano- sono fugaci e sostanzialmente non ripaganti la
fatica del proocurarsele. Peraltro, "càpita" che le aspettative vadano
clamorosamente deluse;
- l'Uomo non può capire (!) la sostanza del Cosmo (o la Finalità
complessiva); quando gli va bene ... riesce ad accorgersi che è così che va!
Che non può capire, intendo. E forse cava "quietitudine" da questa
consapevolezza;
- l'Uomo è stretto tra Amore e Morte; è tale la fatica indotta dall'Amare
... che la Morte giunge infine liberatoria.

E poniamo ora il caso di una persona che esponga "inconsuetamente" (e con
vago sentore di Distimia) che egli è angosciato (parole sue, letterali!) dal
fatto di essere libero di scegliere tra più opzioni; che, anzi, è proprio
l'idea di *dovere* scegliere (liberamente) che lo angoscia per la sua
contraddittorietà intrinseca; che lo AUT AUT al quale egli sente di essere
coartato gli è indecidibile *soprattutto* quando ha da scegliere tra due
cose entrambi piacevoli.
E poniamo il caso che quest'uomo -coerente con l'esigenza di sottrarsi alla
angoscia- resti celibe ... perchè delle cento donne (belle e facoltose che
lo volevano!) avrebbe potuto SI' averne UNA, ma avrebbe dovuto rinunciare
alle restanti nonavantanove alternativamente opzionabili.

Non mi spingo oltre :-)) Avrete tutti capito che
la prima persona è Leopardi;
la seconda, il Filosofo Kierkegaard.
Che vogliamo fare? Li "curiamo", 'sti due qua?
In nome del buon senso comune?


Grazie de ... la provocazione! :-))
--
Vincenzo


Ministry

unread,
Mar 19, 2012, 4:41:20 AM3/19/12
to
Il 18/03/2012 12:30, Vincenzo Del Piano ha scritto:
> "Ministry" <mini...@despammed.com> ha scritto nel messaggio
> news:4f5dbafd$0$1387$4faf...@reader2.news.tin.it...
>>
>> [cut] La mia domanda è: quando dei sintomi possono configurarsi
>> come disturbo dell'umore e quando come innati in una persona? (...)
>> si può dire che siano caratteristiche della sua personalità, o che sono
>> piuttosto sintomi di distimia, magari curabili?
>> Ha valore una distinzione in tal senso?
>
> Tu dici "distinzione", ma si dovrebbe dire Diagnosi (differenziale). Si
> dovrebbe -cioè- andare a valutare addirittura (!) la legittimità stessa di
> diagnosticare differenziando tra ciò che "è bene" (normale) e ciò che "è
> male" (patologico).
> Peraltro, un disturbo è tale SE e QUANTO disturba: se chi ne è (ipotetico)
> portatore NON SI sente disturbato da quel suo modo di pensare (!) NON C'E'
> alcun disturbo da curare. Sarebbe propriamente una violenza operata sulla
> persona, volerle curare un modo di pensare che le è egosintonico.
> SE INVECE una persona valuta (da sè!) che il proprio modo di pensare (o i
> contenuti del proprio pensiero) sono "male" per lui, è un altro paio di
> maniche, naturalmente.
>
>

Nessun intento provocatorio da parte mia (per riferirmi alla tua
chiusura): solo una domanda ingenua da chi non è professionista del
settore, quanto piuttosto fruitore "ignorante" che sta seguendo un
percorso su se stesso. :)
Sono d'accordo con entrambi quando dite - consentitemi di banalizzare -
che qualsiasi condizione psichiatrica non è patologica finché non
provoca disagio a chi la vive, o se può nuocere ad altri.
Ammetto poi che quanto dici nella seconda parte del messaggio va oltre
la mia capacità di comprensione, anche se riesco a coglierne il senso di
massima.

> Non mi spingo oltre :-)) Avrete tutti capito che
> la prima persona è Leopardi;
> la seconda, il Filosofo Kierkegaard.
> Che vogliamo fare? Li "curiamo", 'sti due qua?
> In nome del buon senso comune?
>

Non era questo il senso della mia domanda, e lungi da me l'idea di dire
che Tizio va curato perché è malato; anzi, penso che siano le menti più
"borderline" (passatemi il termine da ignorantone) quelle in grado di
partorire le idee che porteranno progresso al mondo.
Volevo solo capire se c'è un confine tra tratto caratteriale e
patologia, se è questione di "percezione" da parte dell'individuo o del
medico che altro, o se magari è sbagliato anche parlare di confine.
Era una domanda "di scuola", se vogliamo :)

Lo chiedo perché la terapeuta che mi segue mi ha vagamente parlato di
"personalità distimica", senza però fare alcuna diagnosi ufficiale.
Incuriosito ho cercato su Wikipedia ed eccomi qua :)

Vincenzo Del Piano

unread,
Mar 20, 2012, 4:11:36 PM3/20/12
to

"Ministry" <mini...@despammed.com> ha scritto nel messaggio
news:4f66f131$0$1389$4faf...@reader2.news.tin.it...
>
> Il 18/03/2012 12:30, Vincenzo Del Piano ha scritto:
> >
> > un disturbo è tale SE e QUANTO disturba: se chi ne è (ipotetico)
> > portatore NON SI sente disturbato da quel suo modo di pensare (!)
> > NON C'E' alcun disturbo da curare.
> > SE INVECE una persona valuta (da sè!) che il proprio modo di
> > pensare (o i contenuti del proprio pensiero) sono "male" per lui,
> > è un altro paio di maniche, naturalmente.
>
> Nessun intento provocatorio da parte mia (per riferirmi alla tua
> chiusura)

Te ne ringraziavo! Dicevo sul serio, per avermi offerta l'occasione didire
una cosa che mi sembra importante, e cioè che il buon senso comune -che va
pur tenuto in conto- può risultare fuorviante nel momento diagnostico.
E persino nella auto-valutazione, come dico più avanti.


> > la prima persona è Leopardi;
> > la seconda, il Filosofo Kierkegaard.
> > Che vogliamo fare? Li "curiamo", 'sti due qua?
> > In nome del buon senso comune?
>
> Non era questo il senso della mia domanda, e lungi da me l'idea di dire
> che Tizio va curato perché è malato;
> Volevo solo capire se c'è un confine tra tratto caratteriale e
> patologia, se è questione di "percezione" da parte dell'individuo o del
> medico che altro, o se magari è sbagliato anche parlare di confine.

E' "sbagliato" (e le virgolette sono d'obbligo!) stabilire confini netti e
fissi tra ciò che è caratteriale (cioè privato e soggettivo) e patologia
(che è pubblico e impersonale).
IMHO, se proprio serve tracciare confini, se ne dovrebbero tracciare di
"vaghi e mobili" a sufficienza per consentire a ciascuno di "espatriare" dal
persino suo stesso (!) buon senso, quando la soggettività preme.
Vorrei anche dire che -imho ...- le "vere patologie" si concretizzano quando
ci si reprime (nel privato soggettivo emozionale) per non uscire dallo
spazio pubblico e impersonale della "salute mentale" così come e dove la
confina il buon senso (e qualche Manuale di Psichiatria).


> Era una domanda "di scuola", se vogliamo :)

Ti propongo una riposta molto "di scuola" ... se ti va bene! :-))


> Lo chiedo perché la terapeuta che mi segue mi ha vagamente parlato di
> "personalità distimica", senza però fare alcuna diagnosi ufficiale.
> Incuriosito ho cercato su Wikipedia ed eccomi qua :)

... se lo "si" sapeva ... "si" sarebbe stati tutti più cauti (o reticenti)
nel risponder(ti).
Ma non lo si sapeva ... ed ora è troppo tardi! :-)))

--
Vincenzo

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