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Morire fa bene al carattere?

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Servizio Tecnico

unread,
May 16, 2008, 8:07:54 AM5/16/08
to
Ciao,

volevo sapere cosa ne pensate voi di una cosa che ho osservato su me
stesso, già da un pò. io gioco spesso (spessissimo) a giochi online
sparatutto, da anni: ho cominciato con Duke Nukem 3D, poi Quake 2 online
e Quake 3 Arena, poi Tribes, ET, CoD... insomma ne ho passati veramente
tanti. Ho notato anche che mentre i primi tempi che giocavo con altri
giocatori umani mi incXXXXvo da morire quando mi facevano secco, adesso
non mi capita più.

Facendo un calcolo a spanne, visto che in game "muoio" da 100 a 300
volte per sessione di gioco, per 300 giorni/anno e per 7 anni fa circa
mezzo milione di "morti" simulate subite. Violente, ovviamente.

Non so se è dovuto anche al fatto di essere cresciuto come età, ma ho
notato che anche in real tendo ad arrabbiarmi molto meno di fronte a
situazioni in cui vengo trattato non proprio bene: resto più calmo e
valuto la situazione per quello che è o che potrebbe essere vista dagli
altri. Tempo addietro invece perdevo le staffe più facilmente.

Come detto, io credo che questa specie di "addestramento alla morte" che
volente o nolente ho subito in game abbia influito su questa evoluzione.
Voi lo credete possibile? Più in generale, come incide l'esperienza di
"morire" (non in game, ma su una persona vera in una situazione reale...
diciamo uno che è certo di morire e invece se la cava, persone che si
confrontano con la loro morte ma riescono poi a raccontarla) sulla psiche?

L

unread,
May 16, 2008, 2:06:12 PM5/16/08
to

A me pare che con le tue domande investi due argomenti:

1) Se i video game possano essere formativi.

2) Se le esperienze traumatiche possano essere formative.

Sulla "1" direi che è una questione sia di qualità che di quantità.

Ossia non bisognerebbe abusare troppo del media "video game" e
-possibilmente- dovrebbe essere di qualità, altrimenti può indurre
devianze (o essere con-causa di devianze).

Sulla "2" direi che dipende molto dalla persona.

Nel mio caso sono stato molte volte vicino a morire, cito per tutte una
volta che stavo per annegare, ma non mi sono lasciato prendere dal
panico -> ed ho chiesto aiuto.

Naturalmente averla scampata ti da l'opportunità di avere occasione di
essere più calmo e riflessivo -> prima di fare qualcosa.

E ciò è una qualità molto importante se si hanno delle responsabilità
sul proprio lavoro e su quello di altri.

Ciò nonostante -proprio per ciò che ho detto- io non sfiderei la sorte
-> andando a mettermi in situazioni pericolose, magari sperando di
salvarmi.

Tali meccanismi, qualora vengano attuati, sono legati al desiderio di
adrenalina che la persona si autoinduce per esperienze estreme.

Staremmo quindi parlando di un settore della "tossico-dipendenza".

Saluti,

L

Vincenzo Del Piano

unread,
May 16, 2008, 2:48:00 PM5/16/08
to

"Servizio Tecnico" <Servizi...@gmail.com> ha scritto nel messaggio
news:482d78e7$0$29599$4faf...@reader1.news.tin.it...
>
> [cut] io credo che questa specie di "addestramento alla morte" che

> volente o nolente ho subito in game abbia influito su questa evoluzione.
> Voi lo credete possibile?

No ... :-)))
Invece, č senz'altro possibile che la resistenza alla frustrazione delle
morti-per-gioco si sia estesa alle circostanze ordinarie non-di-gioco.
Certamente sai che ci sono persone che non tollerano di perdere ... nemmeno
a carte, e nemmeno se non giocano "di soldi": probabilmente sono irritabili
anche per cose meno futili.
Forse, se "imparassero" a non farla tanto lunga al tavolo da gioco,
camperebbero meno irascibilmente anche altrove ... o tu non credi? :-))

> Piů in generale, come incide l'esperienza di


> "morire" (non in game, ma su una persona vera in una situazione reale...

> diciamo uno che č certo di morire e invece se la cava, persone che si


> confrontano con la loro morte ma riescono poi a raccontarla) sulla psiche?

... giusto ieri (o piů precisamente stamane nelle ore notturne) "fanno 42
anni" che mi fecero l'Estrema Unzione; era la notte tra domenica 15/5/1966 e
lunedě 16; non so quanto c'entri che tutto cominciň di *venerdě 13* ( !!!
:-))) ma avevo una peritonite perforante; ero andato in setticemia ... e in
Ospedale dissero ai miei che -prima di tentare un intervento chirurgico
dalle scarsissime probabilitŕ di riuscita- "era meglio pensare ai conforti
religiosi".
Nonostante la febbre mi tenesse in un intontimento che mi impediva di
comunicare, capivo tutto e sentivo tutto ... compreso il Sacerdote che
"latinava" chiedendo al Signore di accogliere benevolmente l'Anima mia.
Ricordo (bene!) che pensai che era proprio una gran sfiga morire a manco 19
anni ... e ricordo (ancor meglio!) che mi riproposi -nel caso ne avessi
tirato fuori le gambe- di non sprecare (piů ...) nemmeno UN giorno in
qualsiasi attivitŕ che non fosse significativa *per me*.
In questi 42 anni (che a volte mi appaiono "strappati al destino") sono
stato coerente con la promessa che mi auto-feci ... e non mi sono trovato
male: ANZI!

Non so se e quanto sarei stato altrettanto capace di un comportamento che
iMho appare *semplicemente* rispettoso della Vita quotidiana, se non mi
fosse accaduto di trovarmi "di fronte alla Fine"; nč so -un po' piů
melanconicamente o rassegnatamente, in effetti ...- quanto sarei stato
(ripetutamente) in grado di "non prendermela" per la inevitabile serie di
vicende sfavorevoli che "mi" sono occorse: in quelle (ripetute) occasioni,
ho sempre pensato che era giŕ una gran bella cosa essere sopravvissuto a
quella notte ... e *per questo* potevo dirmi comunque privilegiato di
"esserci ancora".
Quindi ... alla tua domanda io rispondo *per me* che "fa bene" confrontarsi
una volta con "la Fine": non si č piů nč superficiali, nč approssimativi
nella valutazione della estrema importanza che ogni giorno ha *di suo*.
Mi azzardo addirittura a dire che fu bene per me che il confronto con "la
Fine" mi fosse imposto a meno di 19 anni ... quando comprensibilmente non ci
si pensa mai a "la Fine": faccio *per me* la valutazione che fu bene che
incominciassi giŕ a quella etŕ a prendere sul serio il fatto che ... se si
spreca un giorno in attivitŕ non-significative per sč, o lo si passa in
rancori, ruminazioni, indecisioni-paralizzanti, eccetera, non te ne danno un
altro di ricambio, di giorno: possono apparire tanti ... ma sono comunque
*contati*.


Ciao! :-)
--
Vincenzo ... e i "compleanni aggunti"!


BaT@_-

unread,
May 16, 2008, 3:22:46 PM5/16/08
to
"Servizio Tecnico" <Servizi...@gmail.com> ha scritto nel messaggio
news:482d78e7$0$29599$4faf...@reader1.news.tin.it...
> Ciao,
>
> volevo sapere cosa ne pensate voi di una cosa che ho osservato su me
> stesso, già da un pò. io gioco spesso (spessissimo) a giochi online
> sparatutto, da anni: ho cominciato con Duke Nukem 3D, poi Quake 2 online e
> Quake 3 Arena, poi Tribes, ET, CoD... insomma ne ho passati veramente
> tanti.

Ho vissuto e passato quella "fase". Almeno per me la è dovuta essere per
forza una fase (poi eventualmente capirai il perchè)

> Ho notato anche che mentre i primi tempi che giocavo con altri giocatori
> umani mi incXXXXvo da morire quando mi facevano secco, adesso
> non mi capita più.
>
> Facendo un calcolo a spanne, visto che in game "muoio" da 100 a 300 volte
> per sessione di gioco, per 300 giorni/anno e per 7 anni fa circa mezzo
> milione di "morti" simulate subite. Violente, ovviamente.

Azzarderei una banalissima reazione all' "abitudine a farti ammazzare"(cit.
personale)
Nel senso che a "furia di dai e dai" è possibile che tu ci abbia fatto il
callo.

Ho notato che questo fattore dipende (come tutto forse) dal carattere del
soggetto giocatore:
Alcuni s'incazzano tantissimo e lasciano l'attività;
Altri non si arrabbiano nemmeno un po' e usano la pazienza e la tattica per
migliorarsi fino a raggiungere, pian pianino, dei buoni risultati;
Altri ancora fanno di tutto per apparire, ma nel momento del rischio
scappano o imputano la colpa della loro "brutta fine simulata" ad errori del
sistema;
Altri ancora sono bravissimi, giocodipendenti, pare sappiano fare solo
quello e lo fanno ossessivamente per tutto il tempo possibile, raggiungendo
risultati al top.

Ovviamente ci sono tutte le varie sfumature tra gli esempi che ho citato.. e
ci sono anche le eccezioni. Io credo di esser stato un'eccezione tanto
strepitosa quanto idiota e inutile: in uno di questi giochi mi son fatto
prendere la mano e ne sono diventato quasi "schiavo" per un breve periodo.

Ho giocato intensamente, in modo ultra stressante, oltre il limite della
decenza, fino a quando, incazzato per esser stato ucciso un centinaio di
volte, non sono (quasi) più morto e ho raggiunto il livello "over the
top"(cit.), il nr 1 nel torneo internazionale.

Subito dopo mi sono ritirato.

Prima però mi son fatto una bella dose di complimenti, ovazioni, premi e
allori provenienti dagli altri giocatori: per loro ero diventato un mito, in
brevissimo tempo.

Questo non fa che confermare che quello che ero... son rimasto; gioco o non
gioco. Non tolleravo di "morire" e non tolleravo di non poter controllare la
situazione: per cui mi sono addestrato a controllarla fino a quando non ci
sono riuscito.
Se fosse stato impossibile ...sarei ancora li a tentare l'impossibile.

> Non so se è dovuto anche al fatto di essere cresciuto come età, ma ho
> notato che anche in real tendo ad arrabbiarmi molto meno di fronte a
> situazioni in cui vengo trattato non proprio bene: resto più calmo e
> valuto la situazione per quello che è o che potrebbe essere vista dagli
> altri. Tempo addietro invece perdevo le staffe più facilmente.
>
> Come detto, io credo che questa specie di "addestramento alla morte" che
> volente o nolente ho subito in game abbia influito su questa evoluzione.
> Voi lo credete possibile?

Il gioco non ti cambia, IMHO, la vita che fai e che hai fatto che ha
cambiato l'approccio al gioco, sempre IMHO eh!

> Più in generale, come incide l'esperienza di "morire" (non in game, ma su
> una persona vera in una situazione reale... diciamo uno che è certo di
> morire e invece se la cava, persone che si confrontano con la loro morte
> ma riescono poi a raccontarla) sulla psiche?

Mi è capitato anche questo. Ma se lo raccontassi qui ed ora: apparirei
patetico e più egocentrico di quanto non sia in realtà.
Posso solo dirti l'ovvio dal mio punto di vista: la morte non ti cambia, ti
amplifica la vita; ma si tratta di fattori già potenzialmente presenti nel
soggetto che sta morendo... solo che *dopo* escono più facilmente.

Come credo sia un po' per tutti: sino a che non si provano, certe esperienze
non si possono comprendere.


Cia'!

Questionmark

unread,
May 17, 2008, 8:47:50 AM5/17/08
to
> confrontano con la loro morte ma riescono poi a raccontarla) sulla psiche?

Crescendo si impara a essere più equilibrati nelle sconfitte,secondo me.
Crescere non è una questione anagrafica, ma di esperienze.

Questionmark

unread,
May 17, 2008, 8:54:46 AM5/17/08
to
> Facendo un calcolo a spanne, visto che in game "muoio" da 100 a 300 volte
> per sessione di gioco, per 300 giorni/anno e per 7 anni fa circa mezzo
> milione di "morti" simulate subite. Violente, ovviamente.

Mi sento però di aggiungere che non credo proprio che il morire su un gioco
abbia un qualsiasi tipo di relazione con il fare i conti con la morte,
quella vera.
Essere ad un passo dalla morte, per un tempo relativamente lungo essere
ragionevolmente e realisticamente convinti che la propria vita è finita e
poi uscirne, quello, anche se succede una volta sola, è di natura
profondamente diversa dal perdere mezzo milione di volte in un gioco, la
qual cosa, è ovvio, a maggior ragione dopo le prime 10.000, perde
completamente la carica emotiva che ha (e che, in ogni caso, chiaramente,
non ha nulla a che vedere con il reale confronto con la morte, IMVHO).

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