Supponiamo che A faccia qualcosa che dà o potrebbe dare
fastidio a B, per esempio A fa pesare di poter esercitare
un potere su B o lo esercita di fatto. Oppure, A dice
qualcosa di sgradevole a B. Vorrei sapere se sono state
studiate le reazioni con qualche tipo di scala, non dico
oggettiva ma almeno sufficiente a capire quali sono le
reazioni di B che potrebbero "mettere a disagio" A.
Per fissare le idee: B reagisce, e questo provoca in A un
certo livello di disagio (che potrà andare da zero in poi,
a seconda del contesto). Oppure, B non fa niente. A
potrebbe giudicare che essere ignorati è peggio di
ricevere una reazione, anche se questa reazione non può in
alcun modo fargli danno?
In parole più povere, un'assenza di reazione di B potrebbe
indurre A a pensare "ma come, anche se so che l'ho
colpito, non si degna di me?"
Capisco che è un po' contorto, ma è una di quelle tante
volte che non trovo il modo giusto di esprimermi.
Trattandosi però di una situazione comunissima in cui
tutti siamo stati tante volte sia "A" che "B", forse
capirete cosa intendo dire.
Come sempre, mi piacerebbe sapere se la cosa ha un
riscontro per quanto possibile (e lo so: poco) oggettivo,
o almeno uno studio su un campione sufficientemente
significativo. Temo che casistica e aneddotica non portino
troppo lontano.
> Supponiamo che A faccia qualcosa che dà o potrebbe dare
> fastidio a B, per esempio A fa pesare di poter esercitare
> un potere su B o lo esercita di fatto. Oppure, A dice
> qualcosa di sgradevole a B. Vorrei sapere se sono state
> studiate le reazioni con qualche tipo di scala, non dico
> oggettiva ma almeno sufficiente a capire quali sono le
> reazioni di B che potrebbero "mettere a disagio" A.
> Per fissare le idee: B reagisce, e questo provoca in A un
> certo livello di disagio (che potrà andare da zero in poi,
> a seconda del contesto). Oppure, B non fa niente. A
> potrebbe giudicare che essere ignorati è peggio di
> ricevere una reazione, anche se questa reazione non può in
> alcun modo fargli danno?
> In parole più povere, un'assenza di reazione di B potrebbe
> indurre A a pensare "ma come, anche se so che l'ho
> colpito, non si degna di me?"
> Capisco che è un po' contorto, ma è una di quelle tante
> volte che non trovo il modo giusto di esprimermi.
> Trattandosi però di una situazione comunissima in cui
> tutti siamo stati tante volte sia "A" che "B", forse
> capirete cosa intendo dire.
> Come sempre, mi piacerebbe sapere se la cosa ha un
> riscontro per quanto possibile (e lo so: poco) oggettivo,
> o almeno uno studio su un campione sufficientemente
> significativo. Temo che casistica e aneddotica non portino
> troppo lontano.
mah...
non so, mi pare troppo difficile sintetizzare una cosa simile, le
variabili sono davvero troppe.
Ogni rapporto é bidirezionale e le reazioni possono avere infinite
combinazioni a seconda delle persone coinvolte.
Se io ad esempio sono una persona con poca autostima, una provocazione
mi puó ferire.
Poi dipende dal mio temperamento se di questa ferita: ne faccio rabbia,
ne faccio lacrime, ne faccio a botte, ne faccio un libro...
Viceversa, la stessa provocazione, se sono una persona con un certo
equilibrio, puó ricevere come risposta il silenzio, un sorriso, la
noncuranza...
E poi dipende chi é la persona che mi ha ferito...
Di conseguenza la mia reazione porterá ulteriore reazione... a catena.
> Supponiamo che A faccia qualcosa che dà o potrebbe dare
> fastidio a B, per esempio A fa pesare di poter esercitare
> un potere su B o lo esercita di fatto. Oppure, A dice
> qualcosa di sgradevole a B. Vorrei sapere se sono state
> studiate le reazioni con qualche tipo di scala, non dico
> oggettiva ma almeno sufficiente a capire quali sono le
> reazioni di B che potrebbero "mettere a disagio" A.
Escludendo tutta una serie di reazioni estreme, che partono dal pisciagli sulle scarpe e arrivano alla sventagliata di mitra, IMHO non è possibile stabilire una scala di reazioni efficaci, perchè la loro efficacia molto dipende dal soggetto a cui ci si rivolge.
In sostanza credo che solo provando a fare delle ipotesi su quali siano le motivazioni per cui A fa quello che fa, sia possibile rispondere in maniera tale da metterlo in imbarazzo.
> Supponiamo che A faccia qualcosa che dà o potrebbe dare
> fastidio a B, per esempio A fa pesare di poter esercitare
> un potere su B o lo esercita di fatto. Oppure, A dice
> qualcosa di sgradevole a B. Vorrei sapere se sono state
> studiate le reazioni con qualche tipo di scala, non dico
> oggettiva ma almeno sufficiente a capire quali sono le
> reazioni di B che potrebbero "mettere a disagio" A.
Le reazioni di A che possono mettere a disagio B sono quelle che
disconfermano la posizione (reciproca) di uno relativa all'altro.
Infatti è in forza di una relazione specifica che lega entrambi
(reciprocamente), che B può riuscire a infastidire A. Ed è per questo, che è
sufficiente che il contenuto (modalità) relazionale sia disconfermato, per
togliere mordente al "fastidio".
Tu fai l'esempio di una relazione di potere, nella quale questo viene
esercitato nei confronti di B (infastidito subalterno) da A (fastidioso
dominante); hai ragione, perchè la realzione alla quale ti riferisci è
quella più comunemente all'origine di difficoltà.
Tuttavia, nei temini generali nei quali ti rispondo, è bene tenere presente
che è persino ininfluente (!) che la relazione di A rispetto a B veda
subordinato l'uno oppure l'altro! Se B vuole eliminare un fastidio che gli
viene propinato da A, ciò che deve essere modificato è la posizione
che -qualunque sia!- è stata di fatto concordata (seppur forse solo
surrettiziamente!) essere in atto tra A e B.
Voglio dire ... :-) ... non è impossibile che un ipotetico B (figlio, per
es.) infastidisca molto A (padre); il ruolo dominante di A-padre (concordato
con B) non basta a salvarlo da qualche ipotetico fastidio propinatogli da
B-figlio in barba al rapporto di potere standardemente riconosciuto da
entrambi e reciprocamente.
[ Voglio anche dire, in anticipata risposta a qualche contestazione :-)) ,
che non è sempre vero che è il ruolo del fastidioso a coincidere con la
posizione dominante. Oppure che se uno riesce a infastidire vuol dire che il
dominante è lui. Ci sono persone effettivamente subordinate che
infastidiscono il dominante proprio da quella posizione di effettiva
debolezza. E di assoluta mancanza di voglia di rovesciare quel rapporto di
forza. ]
In questo caso, il padre-A (infastidito e dominante) dovrà disconfermare la
posizione (infastidente e subordinata) di B-figlio. Né ci saranno
alternative, perchè (e SE!) la producibilità del "fastidio" si regge su
quel contenuto (modalità) di relazione, O si cambia quel contenuto OPPURE
il fastidio sarà destinato a continuare a prodursi.
Taglio gli esempi di comportamenti reattivi che aggiungi, perchè vanno tutti
bene! :-))
On Mar 13, 6:46 am, "Vincenzo Del Piano" <vince...@hyle.it> wrote:
> Le reazioni di A che possono mettere a disagio B sono quelle che
> disconfermano la posizione (reciproca) di uno relativa all'altro.
> Infatti è in forza di una relazione specifica che lega entrambi
> (reciprocamente), che B può riuscire a infastidire A. Ed è per questo, che è
> sufficiente che il contenuto (modalità) relazionale sia disconfermato, per
> togliere mordente al "fastidio".
grazie per avere espresso il concetto in maniera molto chiara!
Nella vita di una persona le sue posizioni nei rapporti con chi gli
sta attorno cambiano di frequente per naturale evolversi delle cose
(per esempio padre che invecchia, figlio che acquista leadership) sia
per eventi inaspettati (promozione di un collega ai ranghi superiori).
Correggetemi se sbaglio, e' di solito il tempo a smussare il
"fastidio" nella transizione dei rapporti, ed e' solitamente un
processo naturale. La mia domanda e' questa: il tempo gioca un ruolo
principale o marginale nella transizione? Ossia, e' possibile una
istantanea e immediata accettazione dei nuovi ruoli?
Il supporto psicologico professionale diventa necessario quando questo
"fastidio" si "autoalimenta" da <<fattori estranei>> al "cambio
inaspettato di eventi", quindi in terapia si agisce su quei <<fattori
estranei>>. E' sempre il tempo a far decidere se il supporto
psicologico professionale e' necessario?
> On Mar 13, 6:46 am, "Vincenzo Del Piano" <vince...@hyle.it> wrote:
> > Le reazioni di A che possono mettere a disagio B sono quelle che
> > disconfermano la posizione (reciproca) di uno relativa all'altro.
> e' di solito il tempo a smussare il
> "fastidio" nella transizione dei rapporti, ed e' solitamente un
> processo naturale. La mia domanda e' questa: il tempo gioca un ruolo
> principale o marginale nella transizione? Ossia, e' possibile una
> istantanea e immediata accettazione dei nuovi ruoli?
NO.
No perchè c'è una "viscosità" del proprio ruolo nei confronti dell'altro.
Quando un contenuto del rapporto viene cambiato o perso repentinamente, non
può essere altrettanto repentino lo "aggiustamento", che si rende nondimeno
necessario. Il tempo è fattore dirimente.
C'è da tenere presente che un proprio ruolo è viscosamente resistente
persino se l'altro muore. E lo "aggiustamento" (lutto) si può produrre solo
con il tempo.
Anche in condizioni meno estreme, è sempre il tempo, quello che può giocare
un ruolo determinante.
> Il supporto psicologico professionale diventa necessario quando questo
> "fastidio" si "autoalimenta" da <<fattori estranei>> al "cambio
> inaspettato di eventi", quindi in terapia si agisce su quei <<fattori
> estranei>>.
Non sono certo di capire cosa vuoi dire.
Comunque, in una Psicoterapia non si agisce (mai) sui "fattori estranei" o
esterni al mondo intrapsichico del Paziente.
Questi fattori -proprio perchè estranei o esterni o comunque potenzialmente
non elaborabili da parte del Paziente- potrebbero essere immodificabili. E
invece, per eliminare "fastidi" (o cose ancora peggiori) serve che qualcosa
cambi. E' solo il mondo intrapsichico del Paziente ad essere potenzialmente
sempre modificabile, e "allora" ....
> E' sempre il tempo a far decidere se il supporto
> psicologico professionale e' necessario?
Non così perentoriamente, ma generalmente SI'.
Nel caso del lutto -per es.- è solo la verifica che nemmeno il tempo ha
funzionato, che fa sorgere il dubbio che la "viscosità" del ruolo si stia
esprimendo patologicamente, rendendo non elaborabile la perdita e non
individuabile un ruolo nuovo necessario, seppur connotato da dolore.
Anche in condizioni meno estreme, è sempre il tempo eccetera.