Fai una considerazione ineccepibile. E nello specifico della
quale -soprattutto nei riguardi della persona di cui parli- non c'� davvero
nulla da dire ... tranne che si � lieti per lei!
IMHO, � indubitabilmente importante essere capaci di amarSI il "tanto che
basta" per poter trovare IN SE' il senso della Vita. Al riguardo -pi� che di
"indipendenza emotiva"- parlerei di "capacit� di autonomia affettiva",
intendendo che "CI SI pu� bastare". Questo � determinante nei momenti di
lutto, quando ci� che si � perso (e non � detto che si tratti solo di
persone care ...) pu� sembrare che scalzi le sicurezze relative anche al
proprio stesso SE'.
Tuttavia, IMHO, quella � condizione necessaria ma non sufficiente per
trovarlo, il gusto della Vita; nel senso che -sempre rigorosamente imho ...-
non si pu� vivere "tanto per vivere" (o a causa del fatto che si � vivi).
Torno IT (da argomentazioni che mi appaiono "troppo filosofiche" ...), per
dire che quando accade che "si viva tanto per vivere" (o perch� si � vivi)
... � facile finire in una *inconscia* depressione.
L'Uomo (la sua mente ...) non � fatto per vivere in-sensatamente (senza una
direzione), o in-utilmente (senza uno scopo auto-dichiarato); la coscienza
(di esserCI) impone l'individuazione di una finalit� dello esserci ... senza
la quale la mente dell'Uomo (geneticamente determinata a chiedersi cause e
fini delle cose) "si sperde" di fronte alla (inconscia?!) evidenza che ha
*una* pancia da riempire e *un* corpo da porre al riparo ... e che -una
volta che l'abbia fatto- non ha alcuna "direzione" da prendere; non ha alcun
"senso" da dare alla sua Vita.
In questa (ordinaria) condizione, non � infrequente che -per una reazione di
difesa patologica dalla patologica depressione incombente- si ritenga che
"un fine" della Vita possa essere quello di avere pi� del necessario (per
s�) ... e si finisca con il confondere se stessi con il numeretto
dell'Estratto Conto Bancario, o qualcosa di analogo. Che "mi pare" una
identificazione/individuazione non particolarmente brillante :-))
Come ben dici ... bisogna trovare il gusto della Vita; bisogna trovarlo IN
SE' per essere indipendenti emotivamente (e autonomi affettivamente); e
bisogna "coltivarlo" ... accorgendosi che quella indipendenza (o autonomia)
rischia di isolarCI IN NOI togliendoci la coscienza che "si � vivi
temporaneamente" e che nel frattempo sar� bene industriarsi a fare qulcosa
per *gli altri* come se non fossimo affatto indipendenti ed autonomi da
loro, ma "dovessimo" qualcosa a chi verr� dopo. Persino per rispetto a chi
se n'� gi� "andato" :-))
Saluti ... ben-propositivi per l'anno nuovo! :-)
--
Vincenzo
> .... � facile finire in una *inconscia* depressione.
Nella vita si fa tutto per stare sempre meglio ed avere qualcosa "di pi�".
Non tanto per noi stessi ma anche e soprattutto per coloro che ci stanno
accanto.
Poi per� ci capita di pensare se la vita avrebbe lo stesso valore anche se
un giorno si cominciasse a perdere tutto quello che abbiamo: benessere,
persone amate, salute.
Si fa presto a dire che in fondo la vita ha valore in se stessa a
prescindere da quello che che uno ha, ma forse non � cos� semplice: la
vita � anche fatta di cose, affetti, beni.
Per cui capita spesso di chiedersi:
fino a che punto la vita vale la pena di essere vissuta e quando invece
ognuno di noi sente dentro di se che passata una certa soglia non avrebbe
pi� senso vivere?
La "gioia" di vivere � fatta dalla nostra capacit� di conservazione dei
beni a cui siamo legati.
Analizziamo alcuni di questi beni "essenziali".
- l'affetto e la presenza di persone care
fino a che punto siamo in grado di perdere tale bene conservando la nostra
ragione di vivere?
- una certa tranquillit� e indipendenza economica.
fino a che punto siamo disposti a perdere tutto quello per cui abbiamo
lottato e vissuto? Saremmo forse in grado di accettare dentro di noi di
vivere delle elemosine degli altri?
- la salute (integrit� fisica e psichica)
qual'� il punto oltre il quale riteniamo che non valga pi� la pena di
vivere? Quando siamo nel pieno delle nostre facolt� e capacit� ci sembra
impossibile che un giorno potremo perdere pian piano tutto quello che
adesso diamo per scontato e che neanche siamo in grado di apprezzare
appieno;
ma se un giorno ci dovesse succedere qualcosa in cui la nostra libert� di
movimento e di pensiero venisse in qualche modo compromessa e divenissimo
totalmente dipendenti dagli altri, fino a che punto saremmo ancora in
grado di dire che la vita vale ancora la pena di essere vissuta?
Ma se a quel punto se la nostra mente non funzionasse pi�, non potremo
neanche porci il problema. Per cui sembrerebbe "logico" decidere il nostro
destino "prima" quando ancora siamo nel pieno possesso delle nostre
facolt�.
E qui arriviamo al testamento biologico che � il portare alle estreme
conseguenze tutto quello fin qui espresso.
Ma il problema rimane insoluto: sono solo domande che ci facciamo cercando
di dare una risposta razionale ad un fatto che abbiamo rimosso per tutta
la nostra esistenza: la morte. E non possiamo sapere adesso come
reagiremmo in tali circostanze, se attaccandoci ancora alla vita con tutte
le nostre rimanenti forze oppure desiderando di anticiparla.
--
Ciao
Giovanni
> Conosco un uomo che ha combattuto la seconda guerra mondiale.
(cut)
Questa persona ne ha passare tante e ha saputo "mettere delle pezze" (vedi
post "umore ballerino") belle grosse nella sua vita ... ha certamente un
carattere forte di suo ma non � da sottovalutare che una esperienza forte
come quella della guerra e della prigionia siano state importanti per
"temprare" il suo carattere.
Ci si allena anche alla sofferenza, ihmo.
> Poi senti di altri che nel perdere un proprio caro perdono anche la voglia
> di vivere, e si uccidono. Il legame che si instaura con una persona
> diventa quello che esiste tra polmoni ed ossigeno: indispensabile ed
> irrinunciabile, tanto che senza l'oggetto del proprio amore non si sa pi�
> perch� vivere.
> L'uomo di cui ho parlato ha amato come tutti gli altri, ha sofferto, ha
> pianto. Ma vive ancora per vivere. Altri invece non riescono a vedere la
> gioia della vita, e se sono fortunati incontrano la gioia di vivere, e
> quando la perdono, si uccidono.
Dicendo quello che sto per dire NON voglio sminuire il grande coraggio e la
forza di quest'uomo, che ha saputo andare avanti, sempre e comunque, ma non
credo che sia pi� comprensibile del comportamento di quelle persone che
invece non reggono alle perdite delle persone che amano, che si lasciano
andare e perdono la gioia di vivere.
E' umano! Viviamo, ihmo, anche per vivere CON gli altri, "PER" gli altri e i
legami che abbiamo sono fra le cose pi� preziose.
A volte i legami sono pi� importanti della nostra stessa vita, altrimenti
nessuno sarebbe mai in grado di sacrificarsi per nessun altro... invece
succede.
Non credo che si viva tanto per vivere.
Accettare la vita... e cercarne il gusto implica la possibilit� di legarci a
qualcuno/qualcosa e per forza quando la si perde si finisce per soffrire.
--
Solvejg
... "credo" che dipenda da cosa ciascuno ritiene costituisca
(contenutisticamente) "senso" della propria esistenza.
E -pur non ritenendolo affatto "OT"- ... "credo anche" che sia un argomento
che ha poco di psicologico, in senso "spicciolo": la Psicologia (quella
clinica, peraltro ...) si pu� interessare di argomenti come questo quando si
confronta con qualche realt� personale nella quale "il senso" pare non pi�
ritrovato o ritrovabile.
E quando ci si confronta ... la Psicologia non ha nulla da dire "di suo"
(nel senso empirico che nessuno Psicologo o Teoria della Psiche d�
"indicazioni"), ma si limita ad analizzare i retroterra cognitivi della
persona in difficolt� ... chiedendo *a lei* di trovare il bandolo della
matassa che *c'�*, certamente; foss'anche solo quello per il quale ...
IMHO!!!! ... la vita ha da essere apprezzata anche solo per quella che �
stata, e della quale "vita gi� stata" non si abbiano auspicabilmente motivi
di rammarico.
> La "gioia" di vivere � fatta dalla nostra capacit� di conservazione dei
> beni a cui siamo legati.
Giacch� ci siamo (a parlare sostanzialmente di Morale travestita da
questione psicologica :-))) ... oso dire che _�_sbagliato_ pensare che la
gioa di vivere (senza virgolette di sorta!) possa essere quella di
"conservare" qualche cosa.
Sar� il caso di tenere presente che -o prima o poi, e non sto parlando de
"la fine" ...- le cose che abbiamo ce le perdiamo tutte, un po' alla volta:
si tratta di "beni" quali l'energia e l'entusiasmo e la progettualit�
giovanile, "eccetera".
Se si condiziona la gioia di vivere alla conservazione ... la vedo brutta!
:-)
> Analizziamo alcuni di questi beni "essenziali".
> - l'affetto e la presenza di persone care
> - una certa tranquillit� e indipendenza economica.
> - la salute (integrit� fisica e psichica)
Mi guardo bene dallo sputare su queste cose ... ma IMHO non sono queste ad
essere "essenziali".
Opino che -quando si � in condizioni non pi� giovanili- l'essenziale sia
(stato) di aver capito CHI si �; COSA si sta a fare "qui"; COME rendere
utile a quelli che verranno dopo la propria esistenza pro-tempore.
E agire di conseguenza *per tempo*, naturalmente.
E ... -"forti" dell'aver saputo individuare quei chi/cosa/come- "non farla
lunga" pi� del necessario (e del dignitoso!) di fronte a "la fine".
> [cut] arriviamo al testamento biologico che � il portare alle estreme
> conseguenze tutto quello fin qui espresso.
> Ma il problema rimane insoluto: sono solo domande che ci facciamo cercando
> di dare una risposta razionale ad un fatto che abbiamo rimosso per tutta
> la nostra esistenza: la morte. E non possiamo sapere adesso come
> reagiremmo in tali circostanze, se attaccandoci ancora alla vita con tutte
> le nostre rimanenti forze oppure desiderando di anticiparla.
E' vero ...
E' per questo che ciascuno deve essere messo nella piena libert� di decidere
... fin quando egli stesso ritiene di poter/saper far uso di Ragione. Della
*sua* Ragione ... che in quanto tale "dovrebbe" fargli tenere in
considerazione anche che la rimozione dello "evento finale" non gli servir�
per sottrarsene.
E fargli tenere in considerazione "anche" che il contenuto decisionale del
suo Testamento Biologico (per quanto imho sia un diritto umano soggettivo da
rispettare!) "ha poco a che vedere" con il contenuto della Vita che egli
*si* sar� dato "prima".
--
Vincenzo