Pare che la stiamo combattendo proprio adesso.
da
http://www.corriere.it/esteri/12_maggio_26/fischer-germania-europa_7dd3b360-a6f2-11e1-84cc-01e2a07cd5bc.shtml
«La Germania non affondi l'Europa
Sarebbe la terza volta in cent'anni»
Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco: «La cancelliera miope. Se
l'euro cade, noi saremo i grandi perdenti»
BERLINO - «Per due volte, nel XX secolo, la Germania con mezzi militari
ha distrutto se stessa e l'ordine europeo. Poi ha convinto l'Occidente
di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente
l'integrazione d'Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra
riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con
mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione
dell'ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio
questo». Joschka Fischer sceglie parole pesanti come pietre per lanciare
un allarme fatto di passione e ragione, cuore e testa d'europeo. L'ex
ministro degli Esteri tedesco è «preoccupato» da una situazione che
definisce «seria, molto seria» per l'Europa. Ed è anche scettico, perché
non vede in giro «forze e leader, disposti a fare i passi necessari»,
senza i quali «rischia di essere spazzato via il miracolo di due
generazioni di europei: l'investimento massiccio in una costruzione
istituzionale, che ha garantito il più lungo periodo di pace e
prosperità nella storia del Continente». Lo incontro nella sede della
«Joschka Fischer and Company», la società di consulenza strategica che
ha fondato da pochi anni. Le finestre del suo ufficio danno sulla
Gendarmenmarkt, la piazza dove i re prussiani facevano sfilare i loro
reggimenti e il regime comunista della Ddr organizzava i suoi raduni.
Ora è il cuore pulsante della nuova Berlino, magnifica capitale di una
Germania cui l'Europa in crisi torna a guardare con diffidenza e malumore.
«Mi preoccupa - spiega Fischer - che l'attuale strategia chiaramente non
funziona. Va contro la democrazia, come dimostrano i risultati delle
elezioni in Grecia, in Francia e anche in Italia. E va contro la realtà:
lo sappiamo sin dalla crisi del 1929, dalle politiche deflattive di
Herbert Hoover in America e del cancelliere Heinrich Brüning nella
Germania di Weimar, che l'austerità in una fase di crisi finanziaria
porta solo a una depressione. Sfortunatamente, sembra che i primi a
dimenticarlo siamo proprio noi tedeschi. Certo l'economia della Germania
è in crescita, ma ciò può cambiare rapidamente, anzi sta già cambiando».
L'ex vice-cancelliere del governo rosso-verde invita a non farsi alcuna
illusione: l'Europa è oggi sull'orlo di un abisso. «O l'euro cade, torna
la re-nazionalizzazione e l'Unione Europea si disintegra, il che
porterebbe a una drammatica crisi economica globale, qualcosa che la
nostra generazione non mai vissuto. Oppure gli europei vanno avanti
verso l'Unione fiscale e l'Unione politica nell'Eurogruppo. I governi e
i popoli degli Stati membri non possono più sopportare il peso
dell'austerità senza crescita. E non abbiamo più molto tempo, parlo di
settimane, forse di pochi mesi».
Ma perché non sarebbe possibile limitare le conseguenze di un'uscita
controllata della Grecia dall'Eurozona?
«L'Euro è un progetto politico. Non è che avessimo bisogno della moneta
unica agli inizi degli Anni Novanta. Doveva essere il vettore
dell'integrazione politica: questa era l'idea di fondo. Nessuno oggi può
garantire che se la Grecia abbandona l'euro, non si verifichino un
crollo della fiducia, una corsa alle banche in Spagna, in Italia,
probabilmente anche in Francia, cioè una valanga finanziaria che
seppellirebbe l'Europa. Secondo, cosa pensa che farebbero i greci una
volta fuori? Cercherebbero altri partner, come la Russia per esempio,
che è già pronta e nessuno ne parla. Diremmo addio all'ampliamento verso
Sud-Est, l'integrazione europea dei Balcani sarebbe finita. È una
follia: si possono avere opinioni diverse sulla vocazione europea della
Turchia, ma non c'è dubbio che i Balcani, regione intrinsecamente
instabile, siano parte dell'Europa. Senza contare che la Grecia fuori
dall'euro precipiterebbe nel caos».
La discussione attuale si concentra sugli eurobond. Ma per
concretizzarli occorrerebbero mesi, se non anni. Non è un falso
dibattito, rispetto ai tempi brevi di cui lei parla?
«No, è un dibattito importante. In fondo dietro gli eurobond c'è uno dei
prossimi passi da compiere. Gli elementi della soluzione sono quattro:
Unione politica e Unione fiscale dell'Eurogruppo, crescita e riforme
strutturali. Sono per esempio ammirato dal fatto che in questa fase,
l'Italia abbia mobilitato i suoi istinti di sopravvivenza dando vita al
governo Monti, che sta lavorando bene. Ma rimango perplesso che
Hollande, il nuovo presidente francese del quale apprezzo l'impegno per
la crescita, voglia riportare a 60 anni l'età pensionabile. Nessuno di
questi elementi va trascurato o annacquato, devono viaggiare insieme se
l'Europa vuole davvero superare la sua crisi esistenziale».
Perché la cancelliera Merkel non si muove dalla linea dell'austerità?
«Angela Merkel pensa solo alla sua rielezione. Ma è un calcolo miope e
fa un grosso errore. Perché sul piano interno è già molto indebolita.
Merkel è forte finché l'economia tedesca è forte. In Germania non c'è
crisi economica, ma stiamo attenti perché ci coglierà in modo brutale.
Se non ci assumiamo la responsabilità di guidare l'Europa insieme fuori
dalla crisi, saranno guai grossi, perché noi saremmo i grandi perdenti,
sia sul piano economico che su quello politico».
Quale governo tedesco può fare ciò che lei propone?
«Solo un governo di grande coalizione. Altrimenti, ogni partito
all'opposizione sarebbe tentato di sfruttare questa situazione. Ma un
governo di unità nazionale ce la farebbe. Non è un passo semplice.
"Perché dovremmo farlo?", è la domanda prevalente in Germania"».
Già, perché dovreste farlo?
«Semplice, perché altrimenti vanno a rotoli sessant'anni di unità
europea. Fine. Rien ne va plus . Purtroppo non abbiamo più un Helmut
Kohl a dircelo».
E come dovrebbero svolgersi gli avvenimenti, qual è il primo passo
immediato?
«L'europeizzazione del debito. Il problema, qui la Germania ha ragione,
è di evitare che poi le riforme strutturali per migliorare la
competitività si fermino o vengano ammorbidite. Non si tratta di
europeizzare l'intero debito, ci sono proposte interessanti sul tavolo.
Ma il punto di fondo è che la Germania deve garantire con il suo potere
economico e le sue risorse la sopravvivenza dell'Eurozona. Bisognerà
dire: siamo un'Unione fiscale, restiamo insieme. Sarà difficile, i
mercati diranno la loro, le agenzie di rating toglieranno probabilmente
la tripla A alla Germania, ma bisognerà resistere e per farlo abbiamo
bisogno dell'Unione politica. E qui è la Francia che deve dire sì a un
governo comune, con controllo parlamentare comune della zona euro. In
gioco è il ruolo globale dell'Europa nel XXI secolo. Vogliamo averne
uno? Solo insieme potremo dire qualcosa sul nostro futuro ed essere
ascoltati».
Non è troppo tardi per tutto questo?
«No, abbiamo una chance, che probabilmente si aprirà concretamente poco
prima del crollo. Bisogna avere nervi saldi, il lusso delle illusioni
non ci è concesso. Finora abbiamo solo reagito. Le decisioni dell'Ue
hanno sempre inseguito gli avvenimenti. Non abbiamo mai agito in modo
strategico. Non basta più».
Cosa vuol dire governo e controllo parlamentare comuni?
«Dimentichiamo per un attimo i 27. Al momento decisivi sono i Paesi
dell'Eurozona. I capi di governo agiscono già di fatto da esecutivo
europeo, i Parlamenti nazionali hanno la sovranità sul bilancio.
Dobbiamo fare passi concreti verso una federazione: nel 1781 c'era una
situazione simile in America. Cosa fece Alexander Hamilton? Federalizzò
il debito degli Stati, in bancarotta per le spese della Rivoluzione
contro gli inglesi. Se non lo avesse fatto, la giovane Confederazione
non sarebbe sopravvissuta. Ecco cosa dobbiamo fare anche noi, qui e
subito. Purtroppo non siamo governati da leader politici, ma da contabili».
E d'accordo a eleggere un presidente dell'Ue a suffragio universale,
come suggerisce Wolfgang Schäuble?
«Non porterebbe nulla. Avrebbe molto più senso se le maggioranze e le
opposizioni parlamentari di ogni Stato dell'Eurozona fossero
rappresentate in una Eurocamera, dove discutere direttamente, con tutta
la legittimità necessaria, l'attenzione mediatica e il coinvolgimento
delle popolazioni. Non sarebbe più una creazione esterna come
l'Europarlamento, che potrebbe diventare Camera bassa. Mentre i leader
sarebbero membri del governo europeo».
L'intervista è finita. Ma Fischer, sempre affascinato dalla Storia,
vuole ancora raccontare un aneddoto: «Sono stato spesso a Venezia, ma
solo alcuni mesi fa, per la prima volta ho dormito in laguna.
Un'esperienza indimenticabile: alle 7 della sera, la città era vuota,
nulla sembrava vivo. E allora ho pensato alla Serenissima, alla grande
potenza che ha dominato il Mediterraneo e parte del Medio Oriente,
esercitando per secoli una forte egemonia economica, politica e
culturale, ridotta a un bellissimo museo deserto. Vogliamo che anche
l'Europa diventi questo? Non credo, ma potremmo esservi molto vicini».
--
Salutandovi indistintamente
LuckyA
(che sarei io)