costruito in modo molto appassionante con le lettere del nonno Piero
Ostellino, ufficiale dell'Ariete nella compagna Africa Settentrionale,
si leggono informazioni piuttosto interessanti.
Il libro non e' una raccolta di lettere, ma scambio epistolare del
protagonista con i familiari in Patria e' integrato in un modo molto ben
studiato nella struttura di un libro qualsiasi sull'epopea della Ariete
in quel teatro.
Riporto tre brani e una considerazione.
1. Sulle ritirate all'italiana:
"...
In Tripolitania il contraccolpo fu fortissimo, come emergeva da un
rapporto della questura di Misurata datato 9 febbraio 1941 e riportato
da Mario Montanari nella sua monumentale opera sulle operazioni in
Africa Settentrionale: " Misurata fino a ieri e' stat invasa da truppe
provenienti dalla Cirenaica, truppe che hanno dato uno spettacolo
pietoso non solo alla popolazione nazionale ma anche alla popolazione
indigena. Truppe disordinate, quasi sempre disarmate, malvestite,
affamate, senza meta, sballottate da un Comando all'altro, senza
assistenza; rilevata in particolar modo l'assenza di ufficiali. solo
pochi reparti sono transitati con un certo ordine. Lo spettacolo, poi,
degli ufficiali isolati e senza comando di reparto e' stato ancor piu'
sconfortante."
Questa triste descrizione e' ancor piu' significativa tenendo conto che
le truppe che avevano scompaginato il fronte italiano erano
assolutamente modeste e la corsa si arresto' praticamente da sola.
Gli italiani hanno un problema di *ritirata* ; mi sembra che da
Caporetto in avanti il copione si presenti abbastanza puntuale.
Neanche ritirate, rotte vere e proprie.
2.A proposito della rioccupazione della Cirenaica:
"...
Bengasi venne riconquistata il 4 aprile da contingenti italo-tedeschi
che furono accolti con manifestazioni di giubilo da parte dela
popolazione, segnata da massacri e distruzioni: prima di ritirarsi gli
inglesi avevano fatto saltare i depositi di munizioni bruciando case e
facendo numerose vittime. Erano poi intervenuti gli arabi che si erano
dati al saccheggio degli edifici pubblici e delle abitazioni civili. Del
passaggio dell'eterogeneo esercito di Sua Maesta', i civili di Bengasi
ricordavano con particolare terrore gli atti di ferocia compiuti dalle
truppe australiane. Quanti osavano ribellarsi venivano uccisi e molte
donne subirono violenze. L'eco di quanto accaduto fu tale che venne
stampata una cartolina propagandistica, disegnata da Boccasile, ..."
3. Sull'acqua nella benzina et al.
"...
Il movimento fu ostacolato dal fatto che molti automezzi, subito dopo
essere stati riforniti, si bloccarono improvvisamente. Soltando
smontando i carburatori meccanici si accorsero che questi erano pieni di
acqua...mescolata a poca benzina. Un esame dei fusti ancora pieni
confermo' la modesta percentuale di carburante ivi contenuta. La
faccenda della benzina annacquata non fu comunque un caso sporadico e si
ripete', anzi, con una certa frequenza. Del resto analoghi problemi si
riscontrarono anche con il munizionamento, con le granate di artiglieria
che giungevano prive di spolette o con le cariche mancanti di alcuni dei
necessari elementi."
4. Sulla continuita' della posta e dei pacchi
Dalla quantita' di corrispondenza scambiata e dalla assiduita' della
stessa, dall'abbonamento ai giornali che giungeva alle retrovie
dall'Italia e anche dai pacchi che arrivavano al combattente, uno si fa
l'idea di una certa continuita' territoriale. e la vittoria della
battaglia dei convogli, diventa un po' meno teorica e piu' pratica.
Come puo' essere accaduto cio' se il Iachino aveva ritenuto impossibile
la difesa della Libia?
Saluti, Dido.
Purtroppo, come spesso accade e come lo stesso autore sottolinea, quelle
lettere non contengono quasi mai informazioni interessanti per il lettore di
sessant'anni dopo. Sono anzi quasi sempre noiosissimi (per il lettore)
svolazzi sentimentali sulla famiglia lontana o questioni pratiche relative
alla vita di casa e di bottega in Italia. Le notizie dal fronte si limitano
nella quasi totalit� dei casi a "sto bene, non sono in pericolo, non
preoccupatevi". In compenso abbondano i bozzetti di vita al campo, che
rendono un po' l'atmosfera di un campo scout, solo un tantino pi� pesante.
Il motivo � che le lettere passavano la censura, i militari lo sapevano e
spesso evitavano di scrivere alcunch� di rilevanza operativa. Inoltre molti
non volevano turbare i familiari con osservazioni realistiche su
combattimenti e morti (ma sarebbe da chiedersi se e fino a che punto i
familiari poi ci credevano, alla vita al campo scout in Libia).
Altra cosa sarebbe stato, probabilmente, il diario di Ostellino, purtroppo
scomparso nel caos della guerra.
> Riporto tre brani e una considerazione.
>
> 1. Sulle ritirate all'italiana:
>
> Gli italiani hanno un problema di *ritirata* ; mi sembra che da Caporetto
> in avanti il copione si presenti abbastanza puntuale.
> Neanche ritirate, rotte vere e proprie.
Una rotta � una rotta in tutti gli eserciti e a tutte le latitudini. Si
verifica quando i vincoli organici in e tra le unit� si sciolgono e gli
ufficiali perdono il controllo della truppa in ritirata. Che sia perch� gli
ufficiali sono qualitativamente scarsi, come era abbastanza spesso il caso
nel Regio Esercito, o perch� le truppe superano il loro specifico punto di
rottura e nemmeno i migliori ufficiali possono trattenerle e rimandarle al
fuoco, il risultato non � solo un "problema italiano" ma anche di altri
eserciti.
Casi di rotta si verificarono nella Wehrmacht e nell'US Army, certo su scala
pi� piccola e limitata, per non parlare dell'Armata Rossa. Perfino in
eserciti cosiddetti invincibili quale quello di Moltke nella guerra
franco-prussiana ci furono casi di reggimenti in rotta che presero a
fucilate gli ufficiali mentre questi tentavano di riportare ordine. Tra
parentesi, non si ha notizia di gravissimi casi del genere tra gli italiani
a Custoza.
> 3. Sull'acqua nella benzina et al.
Va rilevato che casi di sabotaggio, o incuria cos� grave da potersi
assimilare al sabotaggio, si verificarono anche nell'esercito francese tra
maggio e giugno 1940.
> 4. Sulla continuita' della posta e dei pacchi
> Dalla quantita' di corrispondenza scambiata e dalla assiduita' della
> stessa, dall'abbonamento ai giornali che giungeva alle retrovie
> dall'Italia e anche dai pacchi che arrivavano al combattente, uno si fa
> l'idea di una certa continuita' territoriale. e la vittoria della
> battaglia dei convogli, diventa un po' meno teorica e piu' pratica.
> Come puo' essere accaduto cio' se il Iachino aveva ritenuto impossibile la
> difesa della Libia?
A prescindere da quello che si poteva ritenere prima della guerra, durante
la guerra - proprio perch�, direbbero alcuni autori, la Royal Navy non
riusc� nel suo obiettivo strategico di tagliare il cordone ombelicale tra
Italia e Libia - i convogli andarono avanti e indietro trasportando di tutto
per (quasi) tutta la durata della guerra.
Sulla posta oltremare c'� da dire che varie fonti lamentano il pessimo
servizio come une delle cause principali del morale non altissimo, mentre
dalle lettere di Ostellino effettivamente parrebbe che il servizio fosse pi�
regolare e curato, sia pure scontando inevitabili ritardi e anche furti
(fenomeno questo particolarmente turpe e che sarebbe interessante verificare
anche in altri eserciti). Forse per gli ufficiali funzionava meglio, non
saprei.
Haydn
> Le notizie
> dal fronte si limitano nella quasi totalitᅵ dei casi a "sto
> bene, non sono in pericolo, non preoccupatevi". In compenso
> abbondano i bozzetti di vita al campo, che rendono un po'
> l'atmosfera di un campo scout, solo un tantino piᅵ pesante. Il
> motivo ᅵ che le lettere passavano la censura, i militari lo
> sapevano e spesso evitavano di scrivere alcunchᅵ di rilevanza
> operativa. Inoltre molti non volevano turbare i familiari con
> osservazioni realistiche su combattimenti e morti (ma sarebbe
> da chiedersi se e fino a che punto i familiari poi ci
> credevano, alla vita al campo scout in Libia).
Mi raccontarono che un soldato in nord Africa scrisse a
casa "Andiamo sempre avanti par daur."
La censura non deve aver notato che in friulano "par daᅵr" vuol
dire "all'indietro".
:-)
>> 3. Sull'acqua nella benzina et al.
>
> Va rilevato che casi di sabotaggio, o incuria cosᅵ grave da
> potersi assimilare al sabotaggio, si verificarono anche
> nell'esercito francese tra maggio e giugno 1940.
Forse si trattava anche di "normali" ruberie.
Se non erro Nuto Revelli scrisse di aver visto cose orribili
quando capitᅵ nelle retrovie del fronte russo.
> Sulla posta oltremare c'ᅵ da dire che varie fonti lamentano il
> pessimo servizio come une delle cause principali del morale
> non altissimo, mentre dalle lettere di Ostellino
> effettivamente parrebbe che il servizio fosse piᅵ regolare e
> curato, sia pure scontando inevitabili ritardi e anche furti
> (fenomeno questo particolarmente turpe e che sarebbe
> interessante verificare anche in altri eserciti). Forse per
> gli ufficiali funzionava meglio, non saprei.
Le ruberie postali sono da sempre una brutta faccenda italiana,
non solo nelle forze armate.
Dubito che nei paesi civili sia una pratica comune.
--
Non ho fatto il
> Dubito che nei paesi civili sia una pratica comune.
>
Nah.
Lo si fa con stile.
Per esempio si costruisce l'oleodotto pluto e si monta una t.
Nell'esercito britannico la ruberia ᅵ un'arte.
--
http://www.youtube.com/watch?v=RZUOkGxGUVs
http://www.youtube.com/watch?v=wltv12Hx9Bo
Mi pare che anche nell'esercito prussiano venivano punite le
vittime dei furti piᅵ che i ladri, ma forse ricordo male.
"dido" <mresse...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:hg69og$36i$1...@tdi.cu.mi.it...
> Come puo' essere accaduto cio' se il Iachino aveva ritenuto impossibile la
> difesa della Libia?
La Libia, era effettivamente indifendibile, stretta fra le colonie e le
flotte francesi ed inglesi.
Lo divenne con l'uscita dal gioco di uno dei due.
Quanto alle rotte, ᅵ davvero un gravissimo problema italiano.
Ciao
Ad'I.
> Saluti, Dido.
Il libro puo' piacere o non piacere e cio' e' pacifico. Pero' mi sembra
opportuno specificare meglio la tua affermazione: le *lettere* non
contengono molti dettagli dal punto di vista delle operazioni per i
fatti, evidenti, che hai giustamente menzionato, ma forniscono al
contempo interessantissime informazioni sula vita, su alcuni pensieri
ricorrenti nei combattenti e anche sullo stile di vita, sulle condizioni
metereologiche e su un'infinita' di altri dettagli.
Non ultimo il tessuto costruito dall'Autore, intorno alle lettere che
da' una buona visione *anche* della situazione generale nel teatro Nord
Africano.
Sia chiaro, io sono interessanto alla storia degli uomini, piu' che alla
storia come disciplina pseudo-scientifica e questo e' noto, ma secondo
me, il testo e' molto piu' di:
Sono anzi quasi sempre noiosissimi (per il lettore)
> svolazzi sentimentali sulla famiglia lontana o questioni pratiche relative
> alla vita di casa e di bottega in Italia.
Molto interessante anche la vita di casa e bottega. La percezione degli
imboscati e della vita che conducevano e i fatti legati
all'accaparramento dei generi di prima necessita' per lucrare e la
conseguente adozione della tessera annonaria. E stiamo parlando del '41.
En passant, mi sia concesso, il biasimo verso chi, adesso insegue le
informazioni, le piu' dettagliate, su ogni particolare dei vari eventi
bellici e lo fa adesso quando i testimoni oculari sono deceduti o in
condizioni di poca lucidita', causa l'eta'; quando questi potevano
raccontare, testimoniare, spiegare a sentirli c'era giusto qualche
nipote interessato o qualche amico presso il "calice" in osteria.
Fa tenerezza rileggere le lettere che questi inviavano a giornali tipo
"Storia Illustrata" per correggere o integrare articoli degli
"accademici" e parlavano della *nostra* guerra, senza vergognarsene, ma
in taluni casi anche con un pizzico di orgoglio,... e il tutto finiva in
quella misera lettera.
Un peccato.
L...zip...
>
> Haydn
>
Saluti, Dido.
> Il libro puo' piacere o non piacere e cio' e' pacifico.
Ma non ho detto che � un brutto libro. Ho solo ripetuto quello che anche
l'autore osserva.
> Non ultimo il tessuto costruito dall'Autore, intorno alle lettere che da'
> una buona visione *anche* della situazione generale nel teatro Nord
> Africano.
Il tessuto � interessante, anche se non aggiunge molto a quanto gi� si
sapeva.
> Molto interessante anche la vita di casa e bottega. La percezione degli
> imboscati e della vita che conducevano e i fatti legati all'accaparramento
> dei generi di prima necessita' per lucrare e la conseguente adozione della
> tessera annonaria. E stiamo parlando del '41.
Mah, secondo me non ci vuole un libro per sapere, o immaginare, quelle
cose...
> En passant, mi sia concesso, il biasimo verso chi, adesso insegue le
> informazioni, le piu' dettagliate, su ogni particolare dei vari eventi
> bellici e lo fa adesso quando i testimoni oculari sono deceduti o in
> condizioni di poca lucidita', causa l'eta'; quando questi potevano
> raccontare, testimoniare, spiegare a sentirli c'era giusto qualche nipote
> interessato o qualche amico presso il "calice" in osteria.
Questo � vero. Ma io mi sentirei di aggiungere che forse, in parte, uno dei
motivi per cui molte testimonianze oculari vengono raccolte solo adesso, un
po' tardi, � che gli stessi testimoni oculari potevano essere molto restii,
per una ragione o per l'altra, buona o meno buona, a parlare delle loro
esperienze. Lo dice anche Rebora nel libro, ed � cos�. Ci sono interi libri
di memorie di guerra nei quali l'autore afferma di non voler parlare di
proposito di operazioni di guerra. Le uniche memorie che quegli autori si
sentono di tramandare ai posteri sono quelle della vita al campo, o in
fureria, le bevute coi commilitoni e gli scherzi da caserma. Al che a me,
scusate, scende la catena. Anch'io so com'�, o forse com'era, una fureria e
anch'io ho fatto bevute con commilitoni, quello che non so � cosa succede in
una battaglia ed � quello che vorrei che un reduce mi raccontasse.
E' stato pubblicato anni fa, da uno studioso serio, un volume di memorie di
soldati della provincia di Siena, fronte greco e Balcani. E' una lettura
scioccante. Spero, per carit� di patria, che quelle persone esagerassero, o
che volessero dare di s� un'immagine autocostruita di "buono italiano",
comunque che quella non fosse l'unica realt� di guerra nella quale vivevano.
Perch� quei testi convalidano atrocemente tutti gli stereotipi sull'italiano
codardo, cialtrone, lazzarone, tira a camp�, Francia o Spagna purch� se
magna, vai tu a farti ammazzare che io me ne sto in retrovia a prendere il
sole. Di memorie cos� francamente ne faremmo a meno, che se le tengano e ci
vadano sottoterra con quelle memorie.
Haydn
>> En passant, mi sia concesso, il biasimo verso chi, adesso insegue le
>> informazioni, le piu' dettagliate, su ogni particolare dei vari eventi
>> bellici e lo fa adesso quando i testimoni oculari sono deceduti o in
>> condizioni di poca lucidita', causa l'eta'; quando questi potevano
>> raccontare, testimoniare, spiegare a sentirli c'era giusto qualche nipote
>> interessato o qualche amico presso il "calice" in osteria.
>
> Questo ᅵ vero. Ma io mi sentirei di aggiungere che forse, in parte, uno dei
> motivi per cui molte testimonianze oculari vengono raccolte solo adesso, un
> po' tardi, ᅵ che gli stessi testimoni oculari potevano essere molto restii,
> per una ragione o per l'altra, buona o meno buona, a parlare delle loro
> esperienze. Lo dice anche Rebora nel libro, ed ᅵ cosᅵ. Ci sono interi libri
> di memorie di guerra nei quali l'autore afferma di non voler parlare di
> proposito di operazioni di guerra. Le uniche memorie che quegli autori si
> sentono di tramandare ai posteri sono quelle della vita al campo, o in
> fureria, le bevute coi commilitoni e gli scherzi da caserma. Al che a me,
> scusate, scende la catena. Anch'io so com'ᅵ, o forse com'era, una fureria e
> anch'io ho fatto bevute con commilitoni, quello che non so ᅵ cosa succede in
> una battaglia ed ᅵ quello che vorrei che un reduce mi raccontasse.
Non ᅵ detto che le voglia ricordare.
Per esempio il nonno della mia compagna aveva fatto la campagna di
Russia. Una sola volta prese l'argomento in mia presenza per dirmi che
non aveva nessuna voglia di raccontarmi nulla.
Un'altra volta ebbi il dispiacere di fare qualche domanda ad un reduce
dei Balcani. Io non so cosa abbia visto ma sta di fatto che dopo un poco
si mise a tremare e gli si ruppe la voce.
Esperienze simili si hanno nei British Legion. Alcuni parlano
apertamente, mio nonno era uno di questi, altri manco sotto tortura. Un
paio di tizi, spero che siano ancora vivi, avevano fatto i lanci di
market garden ma non ne parlavano.
Per certi versi quello che quei ragazzi hanno passato noi non c'ᅵ lo
possiamo immaginare neanche lontanamente. Ed ᅵ comprensibile che alcuni
non ne vogliano parlare. Del resto hanno visto l'inferno, ci sono
entrati, vi sono rimasti e poi ne sono usciti. Non ᅵ da tutti.
> Non � detto che le voglia ricordare.
....
> Per certi versi quello che quei ragazzi hanno passato noi non c'� lo
> possiamo immaginare neanche lontanamente. Ed � comprensibile che alcuni
> non ne vogliano parlare. Del resto hanno visto l'inferno, ci sono entrati,
> vi sono rimasti e poi ne sono usciti. Non � da tutti.
E' esattamente quello che intendevo dire io. In parte. Cio� intendevo dire
che per molti reduci parlare delle proprie esperienze di guerra � troppo
doloroso, quindi se ne astengono.
C'� chi sostiene che forse la memoria pi� sincera, paradossalmente, � quella
di chi evita di raccontarla. Anche perch� in molte memorie raccontate
saltano fuori storie e particolari che � difficile non definire esagerati,
distorti o semplicemente immaginati o inventati. Purtroppo per� cos� facendo
le memorie "distorte" hanno campo libero, mentre quelle pi� genuine le
perdiamo per sempre.
Haydn
> Per certi versi quello che quei ragazzi hanno passato noi non c'� lo
> possiamo immaginare neanche lontanamente. Ed � comprensibile che alcuni
> non ne vogliano parlare. Del resto hanno visto l'inferno, ci sono
> entrati, vi sono rimasti e poi ne sono usciti. Non � da tutti.
Posso portare anche il caso di uno zio di mio padre: nei Granatieri di
Sardegna prima in Etiopia nel '36 e poi coinvolto nella difesa di Roma
nel '43 presso il ponte della Magliana.
Per anni non raccont� mai nulla di quello che aveva passato, tranne
che "avevano percorso l'Africa a piedi". Eppure sua sorella, mia
nonna, raccontava che era tornato cambiato da quell'esperienza: molto
pi� estroverso, "pazzerellone", quasi non si volesse perdere un attimo
di gioia. Mio padre tent� per anni di farsi raccontare qualcosa, ma
non ottenne nulla.
Skalda
> On 17 Dic, 16:04, Albion of Avalon <albionsma...@gmail.com>
>
Rischiare la pelle, vedere la morte in faccia, sono esperienze
che segnano, e probabilmente chi le ha vissute pensa "tu non
puoi capire, e io non posso spiegare".
"Ciabattone" <allebomb...@bim.bum.bam> ha scritto nel messaggio
news:4b2be2d4$0$1116$4faf...@reader2.news.tin.it...
> Rischiare la pelle, vedere la morte in faccia, sono esperienze
> che segnano, e probabilmente chi le ha vissute pensa "tu non
> puoi capire, e io non posso spiegare".
Penso si tratti anche in parte di una specie di gelosia generazionale.
Mio padre, che era curiosissimo di queste storie, non ha mai avuto
difficolt� a farsele raccontare dai coetanei.
Ciao
Ad'I
Carlo "Jurassic Park"
> Pu� essere. Io avevo un ottimo rapporto di confidenza con mio padre
> (ufficiale degli Alpini in Jugoslavia e in Grecia), eppure mi ha
> raccontato molto poco della guerra: la cosa pi� importante "per fortuna
> sono riuscito a non sporcarmi le mani di sangue"
Io invece ho avuto l'onore di conoscere un ex-mitragliere della Divisione
Macerata, Montenegro e Croazia. Dalla sua voce ho saputo qualcosa di
attacchi partigiani e inutili movimenti di lente colonne appiedate, reparti
in marcia attraverso villaggi saccheggiati da Camicie Nere o forse ustascia
(cadaveri di civili con dita tagliate per rubare gli anelli d'oro), la gioia
della truppa all'armistizio, la cattura da parte dei tedeschi e la prigionia
in Germania, le cui miniere gli lasciarono un polmone a pezzi e l'altro
messo male. Tutto verosimile e tutto narrato con calma e senza timore di
fare o farsi del male nel raccontare. Come di uno sconvolgente periodo nella
propria vita, ma passato e assimilato, senza nostalgia (ci mancherebbe) ma
anche senza tormento. Un reduce lucido e sereno.
Mettiamola cos�: tra il non raccontare nulla e libri di memorie di guerra
come "Currahee" e similari, zeppi di storie cruente e di compiacimento per
il sangue al punto da sembrare raccapriccianti invenzioni, � meglio il non
raccontare nulla. Non sapremo mai che cosa ha vissuto e come lo ha vissuto
il non raccontante, ma almeno non avremo un'altra fantasia macabra.
Haydn
"Haydn" <mrbrid...@hotmail.com> ha scritto nel messaggio
news:4b2caa66$0$1115$4faf...@reader2.news.tin.it...
> Mettiamola cos�: tra il non raccontare nulla e libri di memorie di guerra
> come "Currahee" e similari, zeppi di storie cruente e di compiacimento per
> il sangue al punto da sembrare raccapriccianti invenzioni, � meglio il non
> raccontare nulla. Non sapremo mai che cosa ha vissuto e come lo ha vissuto
> il non raccontante, ma almeno non avremo un'altra fantasia macabra.
Il punto � questo, anche senza esserci particolari atrocit�, in guerra si
uccide.
Fra persone che hanno la stessa esperienza, o comunque sono coetanee, il
dirselo � normale ("Un abissino mi stava venendo addosso di corsa, gli ho
sparato a bruciapelo")
Ma il raccontare questo ad un giovane cresciuto in una societ� pacifista,
antifascista a contraria al militarismo, il racconto suonerebbe un po' come
"Ho sparato a bruciapelo
ad un tale" Perci� si tende a non dirlo. Si raccontano i patimenti, le
privazioni, i presunti o autentici errori del comando, o le atrocit� di
tedeschi e fascisti, tutto ci� che si � sicuri sar� gradito alle orecchie
dell'interlocutore, ma di omette il resto.
Bisogna poi anche tener conto che quasi l'80% dei soldati italiani la guerra
non l'ha fatta o
ne ha fatta pochissima (Su cc quattro milioni, trecentomila la campagna di
Francia, centomila in Libia, duecentomila in Russia)
Ciao
Ad'I
> Haydn
> "Haydn" <mrbrid...@hotmail.com> ha scritto nel messaggio
>
>> Mettiamola cosᅵ: tra il non raccontare nulla e libri di
>> memorie di guerra come "Currahee" e similari, zeppi di storie
>> cruente e di compiacimento per il sangue al punto da sembrare
>> raccapriccianti invenzioni, ᅵ meglio il non raccontare nulla.
>> Non sapremo mai che cosa ha vissuto e come lo ha vissuto il
>> non raccontante, ma almeno non avremo un'altra fantasia
>> macabra.
>
> Il punto ᅵ questo, anche senza esserci particolari atrocitᅵ,
> in guerra si uccide.
> Fra persone che hanno la stessa esperienza, o comunque sono
> coetanee, il dirselo ᅵ normale ("Un abissino mi stava venendo
> addosso di corsa, gli ho sparato a bruciapelo")
> Ma il raccontare questo ad un giovane cresciuto in una societᅵ
> pacifista, antifascista a contraria al militarismo, il
> racconto suonerebbe un po' come "Ho sparato a bruciapelo
> ad un tale" Perciᅵ si tende a non dirlo. Si raccontano i
> patimenti, le privazioni, i presunti o autentici errori del
> comando, o le atrocitᅵ di tedeschi e fascisti, tutto ciᅵ che
> si ᅵ sicuri sarᅵ gradito alle orecchie dell'interlocutore, ma
> di omette il resto.
Mi pare una visione troppo semplificata per un fenomeno molto
complesso.
Ma non essendo psicologo o sociologo non oso esprimermi oltre.
> Bisogna poi anche tener conto che quasi l'80% dei soldati
> italiani la guerra non l'ha fatta o ne ha fatta pochissima (Su
> cc quattro milioni, trecentomila la campagna di Francia,
> centomila in Libia, duecentomila in Russia)
D'altra parte dopo l'8 settembre milioni di italiani hanno
subᅵto la guerra.
"Ciabattone" <allebomb...@bim.bum.bam> ha scritto nel messaggio
news:4b2d4ac1$0$1111$4faf...@reader3.news.tin.it...
> Mi pare una visione troppo semplificata per un fenomeno molto
> complesso.
> Ma non essendo psicologo o sociologo non oso esprimermi oltre.
> D'altra parte dopo l'8 settembre milioni di italiani hanno
> subᅵto la guerra.
Partendo dal fondo: infatti, l'aver subito la guerra ᅵ proprio quello che
raccontano la
maggior parte. Perchᅵ la maggior parte l'ha solo subita (Mussolini commise
quello che Machiavelli definᅵ l'errore di giocarsi tutta la propria fortuna
senza impiegare tute le proprie forze) Per la prima parte, non occorre
essere psicologi: Un conto ᅵ parlare con degli amici al bar con i quali si
erano fatti assieme gli esercizi d'attacco alla baionetta, e raccontare di
aver infilzato uno con la baionetta, Un conto dirlo al figlio o ad un
giovane che ti guarderebbe come un assassino.
Comunque posterᅵ due o tre racconti.
Ciao
Ad'I
> "Ciabattone" <allebomb...@bim.bum.bam> ha scritto nel
>
>> Mi pare una visione troppo semplificata per un fenomeno molto
>> complesso.
>> Ma non essendo psicologo o sociologo non oso esprimermi
>> oltre.
>
> Per la prima parte, non occorre essere
> psicologi: Un conto ᅵ parlare con degli amici al bar con i
> quali si erano fatti assieme gli esercizi d'attacco alla
> baionetta, e raccontare di aver infilzato uno con la
> baionetta, Un conto dirlo al figlio o ad un giovane che ti
> guarderebbe come un assassino. Comunque posterᅵ due o tre
> racconti.
La fai troppo facile.
Anche i reduci dei campi di sterminio spesso non avevano tanta
voglia di parlarne.
Eppure ci sarebbe la solidarietᅵ umana nei loro confronti.
No, ᅵ qualcosa di piᅵ complesso.
"Ciabattone" <allebomb...@bim.bum.bam> ha scritto nel messaggio
news:4b2ea118$0$1106$4faf...@reader3.news.tin.it...
> La fai troppo facile.
>
> Anche i reduci dei campi di sterminio spesso non avevano tanta
> voglia di parlarne.
>
> Eppure ci sarebbe la solidarietᅵ umana nei loro confronti.
>
> No, ᅵ qualcosa di piᅵ complesso.
Io comunque alcune testimonianze le ho sentite, e non mi pare ci fosse
reticenza.
Ciao
Ad'I
Riguardo la questione dell'acqua nella benzina, che appare documentata,
c'e una cosa che mi turba e che viene avvalorata dalla tua replica.
Questo tipo di ruberie, di truffe, tu le fai quando sai che il truffato
e' quello che perde. Lo turlupini, quando sai che non puo' reagire.
Supponiamo per assurdo che le truppe dell'Asse fossero giunte, anche con
grandi difficolta a Suez. Cosa ne sarebbe stato del responsabile delle
ruberie? La cosa era di dominio pubblico, la reazione era inevitabile.
No! sono cose che si fanno quando il risultato e' certo.
In Francia a maggio giugno 1940 ci stavano, in africa settentrionale
nell'estate '42, no.
E in Grecia, nel '40?
Saluti, Dido.