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«In Kosovo vacilla l'Europa»

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Pomero

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Jan 17, 2007, 7:25:34 AM1/17/07
to
«In Kosovo vacilla l'Europa»
Il generale Fabio Mini, ex comandante Nato: in questi 7 anni si sono
ignorate molte nefandezze. Resta grave la responsabilità dell'
amministrazione Unmik che ha impedito il rientro dei rifugiatiNon so quanti
leader della Nato si rendessero conto davvero del vaso di Pandora che si
stava aprendo con la scelta della guerr
Tommaso Di Francesco
Si apre oggi a Roma la Conferenza sui Balcani e sullo status finale del
Kosovo del governo italiano. Su questa crisi, che preoccupa i ministri degli
esteri europei che temono una «tempesta» tanto da convocare un vertice il 26
gennaio a Bruxelles, abbiamo rivolto alcune domande al generale Fabio Mini,
ex comandante Nato della Kfor dal 2002 al 2003 e esperto di Balcani.

Da diverso tempo lei va ripetendo che i Balcani sono, adesso, una
polveriera...

Ciò che caratterizza i Balcani è la mancanza quasi assoluta di volontà di
sopportazione reciproca fra le varie componenti politiche e sociali. I
signori della guerra e della droga in Afghanistan possono trovare sempre un
punto d'incontro, magari negli interessi illeciti, per evitare la guerra
civile. Curdi, Sunniti e Sciiti si sono sopportati per secoli prima di
Saddam e la guerra civile irachena non è mai stata un'opzione di nessuna
delle varie componenti. Ci è voluto l'intervento occidentale perché lo
diventasse. Anche in Iraq e perfino in Libano gli interessi politici ed
economici possono tenere assieme le varie parti. Basta trovare un punto di
equilibrio. Nei Balcani l'equilibrio non solo è particolarmente difficile,
ma non è ricercato né dagli attori locali né da quelli internazionali. Anzi
è sempre stata perseguita la divisione e l'alimentazione dell'odio e dell'
instabilità trasferendo al livello interstatale l'intolleranza etnica.
Questo è ciò che succederebbe anche per la questione del Kosovo se non fosse
trovata un'intesa politica condivisa. Con l'imposizione esterna di uno
status qualsiasi si getta il seme per una nuova crisi e si crea un
precedente giuridico destinato a scardinare il sistema degli «Stati sovrani»
sul quale si basa la comunità internazionale. Per questo ritengo i Balcani
più che mai una polveriera sulla quale distinti signori in doppiopetto
stanno tranquillamente discutendo brandendo sigari accesi.

Che cosa è accaduto in Kosovo in questi sette anni dopo la conclusione della
guerra «umanitaria». Anni nei quali i governi occidentali hanno guardato da
un'altra parte. Come se non ci fossero mai stati né i 78 giorni di
bombardamenti sull'ex Jugoslavia (Kosovo compreso), né la pace di Kumanovo
del giugno '99, fatta propria da una risoluzione, la 1244, del Consiglio di
sicurezza Onu che, ponendo fine alla guerra, prevedeva l'ingresso temporaneo
delle truppe Kfor-Nato e la riconsegna a Belgrado dopo sei anni del
territorio. L'ex ambasciatore jugoslavo Miodrag Lekic si è chiesto se quella
guerra non si sia conclusa «con un imbroglio»...

In questi sette anni in Kosovo si sono avvicendati vari tipi di fumatori di
sigaro. Alcuni pericolosamente consapevoli e altri altrettanto
pericolosamente inconsapevoli. La comunità internazionale, di fronte alle
crescenti evidenze di manipolazione della crisi kosovara in funzione di una
guerra già decisa, ha preferito ignorare i problemi e non approfondire le
cause e le dinamiche della repressione nazionalista serba. Per oltre un
decennio ha ignorato le nefandezze serbe e non ha neppure voluto considerare
le poche voci che si sono levate a denunciare le nefandezze
kosovaro-albanesi. Non concordo con la «tesi dell'imbroglio». La Serbia è
sempre stata consapevole delle richieste kosovare d'indipendenza. Sapeva
anche che l'insurrezione armata avrebbe portato all'indipendenza e che i
massacri e le repressioni avrebbero solo peggiorato le cose, come in Croazia
e Bosnia. Sapeva bene che i vari negoziatori di professione avevano già in
mente una Dayton per il Kosovo, e che una maggiore determinazione
internazionale sul piano diplomatico e militare avrebbe potuto strappare l'
indipendenza del Kosovo, non per decisione del Consiglio di sicurezza, ma
per «concessione» della stessa Serbia. Sapeva anche benissimo che la
risoluzione del Consiglio di Sicurezza non aveva voluto riconoscere l'
indipendenza del Kosovo per evitare il veto russo e cinese e per non creare
un problema giuridico allo stesso principio fondatore delle Nazioni Unite.
Sapeva perciò che la formula scelta per la risoluzione era un compromesso,
ma non un regalo alla Serbia. Era un modo per prendere tempo e per dare
tempo al Kosovo e alla Serbia di venire ad un accordo. Né la Serbia né il
Kosovo hanno tratto profitto da questa opportunità e, allora sì, entrambi,
aiutati dall'indifferenza e dalla superficialità di tutti, hanno
«imbrogliato» la comunità internazionale.

Come giudica lo strabismo dell'Onu che, da una parte, con il Consiglio di
sicurezza hanno condannato la contropulizia etnica, dall'altra con l'
amministrazione Unmik l'hanno di fatto autorizzata e legittimata?

Il Consiglio di Sicurezza, mentre si discutevano gli accordi militari di
Kumanovo tra il comandante Nato e i Serbi, ha dovuto prendere atto della
situazione. Il rischio di contropulizia etnica era concreto ed erano già
cominciate le vendette dell'Uck che assumeva il controllo del territorio
mentre le truppe Nato erano ancora in Macedonia. Gran parte dei serbi ancora
rimasti in Kosovo dovettero fuggire abbandonando case, lavoro e proprietà.
Le popolazioni Rom, Ashkalia, Gorani, Egyptian, che per il solo fatto di
parlare serbo erano considerate «collaborazioniste», non ebbero tale
opportunità e dovettero sopportare repressioni anche più dure. La
responsabilità del Consiglio di Sicurezza e della Nato di non aver saputo o
voluto evitare tali crimini è grande, ma in parte giustificata dall'impegno
di assumere il controllo del territorio in regime di legalità e quindi
soltanto dopo la firma degli accordi, l'accordo sulla risoluzione ed il
ritiro delle truppe serbe. Più grave è invece la responsabilità di Unmik che
ha deliberatamente formulato una politica che limitava i rientri dei
rifugiati, che non ha salvaguardato le proprietà individuali, che non ha
preservato le fonti di lavoro e di energia e che ha favorito le faide
interne o quelle interetniche rendendo così impossibile il ritorno alle
proprie case dei serbi kosovari a sud dell'Ibar e dei kosovaro-albanesi a
nord.
Si parla di Kosovo come di «stato delle mafie», di «stato della droga» e di
stato della «burocrazia internazionale» che lucra sull'ipermercato
umanitario delle Ong, mentre a Pristina, «miracolata dalla guerra», sono
arrivati a pioggia miliardi di euro spariti nel nulla...
Le espressioni «stato mafia», «stato fallito», o «stato della droga» sono
prospettive negative di possibili scenari futuri, non realtà attuali. Sia
perché il Kosovo non è uno «stato» sia perché in Kosovo esistono forze serie
e veramente dedicate allo sviluppo, alla democrazia e alla pace. Il problema
è che queste energie, ancorché espresse dalla maggioranza della gente, sono
minoritarie nei luoghi del potere ed hanno bisogno di tutto il supporto
internazionale per prevalere su quelle dedicate allo sfruttamento dell'
instabilità e dell'indeterminatezza. L'espressione «burocrazia
internazionale» è invece una realtà concreta. Anche qui bisogna distinguere
i buoni dai cattivi e separare la buona burocrazia che tende al rispetto dei
piani e delle procedure di trasparenza da quella cattiva per incapacità o
fini criminali. Ma è in questo mix di incapacità e criminalità che sono
finiti i miliardi. La miscela delle oligarchie deviate e della cattiva
burocrazia alimenta la probabilità degli scenari negativi e fornisce un
cattivo esempio anche per quelle forze giovani e volenterose che vorrebbero
una svolta.

La comunità internazionale ha rimandato il riconoscimento dell'indipendenza
a dopo le elezioni del prossimo 21 gennaio in Serbia - dove la nuova
Costituzione sancisce che il Kosovo «è parte irrinunciabile della nazione».
Sono immaginabili forti proteste, sia che venga concessa sia che venga
rimandata o negata? E nei Balcani che accadrà?

Non vedo scenari, dell'immediato «dopo status», catastrofici. Ci saranno dim
ostrazioni e prese di posizione estremiste, ma penso che la Serbia non
correrà il rischio di tagliarsi per sempre fuori dall'Europa per il Kosovo.
Vedo nello stesso preambolo della costituzione serba la voglia di ribadire
in forma solenne e «statuale» la propria sovranità sul Kosovo proprio per
giustificare una eventuale controversia giuridica internazionale piuttosto
che uno strumento per infiammare la piazza. Anche l'eventuale dichiarazione
unilaterale d'indipendenza kosovaro-albanese può essere un modo
interlocutorio per continuare a discutere e pervenire ad una soluzione
concordata. Purchè la stessa comunità internazionale non l'avalli per
convinzione o ricatto e capisca che c'è ancora bisogno di discutere per dare
soluzione concreta ai problemi veri della gente sia serba che albanese o di
qualsiasi altra etnia. Il caso peggiore è perciò la cristallizzazione da
parte della comunità internazionale di una posizione o imposizione estrema
qualsiasi: l'indipendenza, l'autonomia, la mezza indipendenza, la
cantonizzazione e così via. Con un irrigidimento internazionale si possono
innescare tutte le reazioni peggiori, dalla sollevazione, all'invasione o
alla sistematica destabilizzazione di tutta l'area. E oltre.

Il governo italiano è in prima fila, anche perché ha contingenti nei
Balcani. Quale dovrebbe essere il ruolo dell'Italia?

Favorire la ripresa di una soluzione concordata questa volta portando allo
stesso tavolo i responsabili delle due parti per parlare di status e non di
carte d'identità o di targhe automobilistiche. Bisogna anche che l'Italia
spinga l'Europa, non solo per accontentare chi grida più forte, assegnare
altri miliardi o condurre altre infinite missioni militari, ma per
stabilizzare i Balcani. Marten van Heuven, un analista d'intelligence che ha
commentato i rapporti informativi segreti sulla Jugoslavia dal 1948 al 1990
di recente declassificati dal Dipartimento di Stato Usa, ha giustamente
osservato che «Finchè i Balcani sono instabili, l'Europa rimane instabile».
Se l'Italia tiene veramente all'Europa deve «stanare» chi intende tale
osservazione come auspicio o come policy e lavora per l'instabilità dei
Balcani.

A questo punto è legittimo interrogarsi sui risultati reali della guerra
Nato del 1999?

E' legittimo e doveroso. Siamo noi stessi, noi soldati, a chiedere perché e
per chi dobbiamo morire e ammazzare. Ma dobbiamo anche interrogarci sul dopo
guerra. Su chi lo gestisce, come lo gestisce e in nome di cosa.

La guerra venne motivata dai leader della Nato in chiave umanitaria (difesa
dei profughi e contro la pulizia etnica). Ora emerge che quel conflitto, al
di fuori di ogni autorizzazione del Consiglio di sicurezza e deciso da un'
allenza militare (la Nato, oltre il suo mandato di difesa, almeno fino a
quel momento), preparava un'altra indipendenza etnica. Non le sembra un
pericoloso precedente, viste le tante crisi internazionali con indipendenze
rivendicate, profughi e pulizie etniche?

Potenza della disinformazione! Non so quanti leader dei paesi Nato del 1999
fossero a conoscenza della reale situazione e forse non si sarebbero
sbracciati nel sostegno alla guerra se avessero saputo che preparava lo
smembramento della Serbia, anche se essi avevano sostenuto quello della
Jugoslavia. Non so quanti si rendessero conto del vaso di Pandora che si
stava aprendo. La Russia stessa non ha assunto una posizione forte ed è poi
intervenuta a fianco della Nato, così come si è sganciata dopo tre anni,
quasi a dimostrare la propria indifferenza. Devo riconoscere che alcuni
politici italiani (tra cui il ministro Dini) avevano subodorato qualcosa a
Rambouillet, ma le inaccettabili pretese di Milosevic e i tentativi di
pulizia etnica erano reali. Purtroppo la questione è stata posta solo in
bianco e nero: bisognava scegliere tra una posizione debole che avrebbe dato
forza a Milosevic ed una posizione forte che l'avrebbe abbattuto. Non è
stato fatto alcuno sforzo per trovare altre soluzioni che accogliessero le
legittime aspirazioni del popolo kosovaro albanese senza incorrere in
conseguenze ingestibili o compromettere l'intero quadro internazionale. Oggi
si può solo trarre un insegnamento: dobbiamo saperne di più, dobbiamo
informarci e informare meglio e dobbiamo adottare una politica di equilibrio
ma soprattutto di coerenza. Quello che vale per una crisi deve valere anche
per l'altra. Bisogna poi ponderare meglio le conseguenze degli interventi
militari di qualsiasi tipo e chiedersi se si è in grado di gestirle: prima d
'intervenire.

--
Pomero
http://www.ilmanifesto.it/


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