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Michele Prisco: Una spirale di nebbia

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Requiem per Eyquem

unread,
May 9, 2013, 10:18:44 PM5/9/13
to
"Disse: «Ma che bella sorpresa! Entra, entra, mi fa tanto piacere
vederti a quest'ora (...)». Su quel volto cianotico vizzo intersecato
di pieghe tremolanti più che rugoso, gli occhi avevano mantenuto una
lucentezza diventata col tempo acuta e quasi febbrile, cosí che non si
sentiva guardato da lei, si sentiva ogni volta addirittura trafitto.
Disse, visibilmente a disagio: «Stamattina m'ero sbrigato presto, in
tribunale...» e la madre continuò a sorridere: «E hai pensato a una
scampagnata. Hai fatto benissimo: ogni tanto bisogna concedersi uno
svago, poi viene la vecchiaia e che ci resta? I giornali: pieni di
brutte notizie e fattacci. A proposito, lo sai che quest'estate sono
vent'anni dallo scoppio della bomba atomica? C'era un articolo sul
giornale. Vent'anni, Renato mio: mi sembra ieri...».
Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso e l'aveva vista
impallidire mormorando queste ultime parole: ma pensava ad Hiroshima?
No, lo sapeva bene a che pensava sua madre in questo momento.
Vent'anni quest'estate, ma era estate? Sì, si trovava a Posillipo con
Lidia quella mattina, avevano fatto il bagno a Posillipo. Le spiagge
erano ancora in gran parte requisite dagli americani e un poco si
seccava se Lidia qualche volta proponeva un bagno, si seccava di
esibirla o sottoporla agli sguardi e ai commenti dei militari
stranieri. A Posillipo non si trattava d'una vera spiaggia ma
piuttosto d'un'insenatura ghiaiosa alla quale si accedeva per un
passaggio privato attraverso un giardino poco dopo Grottaromana: anche
qui tuttavia c'erano i soliti americani, ufficiali, che abitavano
nelle ville occupate per loro dal Comando Alleato. Giovani discreti,
per la verità, sorridenti e gentili, quasi tutti biondi o di pelle
chiara, ad ogni modo, e anche di questo goffamente un po' aveva l'aria
di vergognarsi, del suo corpo bruno e massiccio e peloso, ma per
fortuna c'erano altri italiani con loro, napoletani, borghesi, e anche
se non si conoscevano, fra loro napoletani, si salutavano o si
parlavano come se si conoscessero per il fatto di sapersi napoletani e
come distinti da questi altri ch'erano gli americani, un'altra razza,
un'altra mentalità, da cui li avrebbe divisi per sempre, nonostante
tutti i sorrisi e gli occhèi e le manate sopra le spalle, il diverso
atteggiamento di fronte alla vita ch'era un atteggiamento derivato dal
diverso rapporto con i quattrini. E quella mattina avevano saputo
piuttosto confusamente della bomba atomica lanciata in Giappone: gli
americani erano eccitati e felici e sembravano fanciullescamente
combattuti fra il desiderio di propalar la notizia e l'impegno del
segreto militare, sebbene per i primi non dovessero saperne molto,
almeno quelli ch'erano lì sulla spiaggia in calzoncini da bagno a
prendere il sole napoletano: e il R i s o r g i m e n t o comprato
più tardi risalendo dal mare portava solo un vago annunzio, il
semplice dispaccio telegrafato da un corrispondente dell'agenzia
Reuter, ma la notizia del resto era già nell'aria da qualche giorno.
Così era rincasato commosso, in ogni caso turbato, con uno stato
d'animo stranamente contradditorio: perché quella notizia preludeva
alla fine della guerra ma preludeva anche all'inizio della paura, la
paura sconosciuta di non avere più sicurezza d'ora innanzi, di
sentirsi per tutta la vita esposti provvisori indifesi. Dopo sarebbero
venuti i particolari agghiaccianti: duecentomila morti e ottantamila
feriti in nove secondi, in quel momento c'era solo questa emozione
soffocata di rendersi conto della notizia, del significato della
notizia.
In città s'era levato un vento secco caldo soffocante, era il ghibli
che per qualche giorno soffiò per le strade portandovi la polvere del
deserto e mescolandola alla polvere che si sollevava dalle macerie -
perché c'erano ancora le macerie, intorno, c'erano ancora le case
cadute - e la gente già diceva è l' e f f e t t o d e l l a b o
m b a a t o m i c a anche se quei particolari spaventosi ancora
non si conoscevano con precisione: duecentomila morti ottantamila
feriti nove secondi: sei parole, tre numeri e tre parole, giusto il
tempo di pronunziarle con voce normale neppure troppo lentamente
scandita e in questo tempo, in questa frazione di tempo - nove secondi
- in una città giapponese che si chiamava Hiroshima e che fino a quel
momento nessuno si può dire conosceva, c'erano duecentomila morti e
ottantamila feriti... era stato necessario, per la fine della guerra?
Ed era veramente finita, la guerra? Questa paura, questo terrore
continuo di vivere come sul vuoto, per quanto ci si adoperasse a
dimenticarlo cercando ad ogni costo di stordirsi con quei grossolani
surrogati della vita ch'erano i piaceri materiali, questa angoscia di
sentirsi precari ch'era la loro vita attuale, non era anch'essa
guerra, nel mondo?" Rizzoli, 1977, pp. 255-7
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