K. è "tutto" ed è di tutti , ha scritto qualcuno.
E ha ragione.
K e il surrealismo?
C'è già un libro a riguardo.
K e la comicità ?( ah, le risate! , con lui che faceva l'imitatore di sè
stesso, un fuso nero con la bombetta in testa che vola sulla luna!)
C'è un libro.
K e il malinconico espressionismo del paesaggio boemo , i caffè di Praga?
C'è un altro libro.
K e il complesso psichico, l'esperienza di vita egotica( risalendo a
Kiergkegaard)?
Ancora un libro.
K e l'erotismo che gronda da tutte le parti nel processo e nei diari ( forse
era anche un po' pedofilo?...Beh, in fondo...era in buona compagnia ,
pensiamo a Carrol, Chaplin , Penna, Saba e tanti altri...)...
C'è un altro libro.
K che se la ride dei fasci-nazisti grazie alla sua fantasia senza limiti e
crudele ironia ( o autoironia ) che lo indurrebbero anche a pittoreschi
vaffanculo detti però solo con il lampo degli occhi agli sgherri-killer
mentre lo stanno uccidendo, e che in fondo se la ride di noi tutti ,lettori
posteri , che vogliamo la nostra piccola vetrina? Beh, il libro non c'è
ancora. Ma lo stiamo scrivendo noi.
E la teologia, la politica, la psicanalisi , la giurisprudenza, il teatro,?
""ilmondo immenso che ho in testa. Ma come liberare il mondo e me senza
spezzarmi?E' meglio spezzarmi mille volte che trattenerlo e seppellirlo in
me""
K è "tutto" ed è di tutti.
Proprio perchè K è di tutti , un po' la mammina della letteratura , chi si
ne occupa , a vari livelli e interessi, può vederlo come vuole , secondo il
proprio orizzonte e particulare , al limite anche come campione di
autoerotismo , dal momento che lui stesso dichiara che il coito è la parte
meno gradevole del matrimonio ....oppure dedito al culto dell'interiorità e
bramoso di spogliare il mondo del guscio dell'apparenza e dell'ipocrisia,
coglierlo nell'intima sostanza delle cose (K è il volto letterario dell'
espressionismo tedesco)
Ma se vogliamo che K sia nostro dobbiamo scendere all'inferno con lui . E
non è facile.
E' molto più facile scendere nell'inferno dantesco che in quello di K. La
lunga escursione di Dante nell'Inferno - la sua personale "odissea" o "
dantea" che da sola vale il biglietto d'ingresso di tutta la letteratura
italiana - gli serve anche per "sistemare i conti in sospeso " con parecchi
" nemici" oltrechè mostrare la grandezza della poesia , e poesia d'amore ,
in specie - che infatti resiste benissimamente a tutt'oggi.Il povero K,
invece, che va all'inferno con il solo biglietto d'andata , senza Virgilio,
nè Beatrice che lo segue dall'alto, ci va, perchè - come afferma Milena -
che un po' meglio di noi lo conosceva - non ha scampo, nè rifugi , nè
protezioni ( poteva Freud essere un suo protettore? Forse, ma a lui non
interessava la psicanalisi , interessava "solo" la letteratura). K è
incapace di furberie , incapace di mentire...di scendere a compromessi. E',
come persona,la perfetta antitesi dell'italiano medio rappresentato nei film
di Sordi ( ma anche da quello che descrisse Guicciardini molti secoli prima
che ci fosse lo Stato italiano ) ed è per questo (forse) che per noi
italioti è ancora più difficile comprenderlo....Con una forzatura banale ,
ma che forse rende l'idea , potrei dire che K è come Zeman ( guarda caso ,
anche lui boemo) che nonostante....perda quasi tutte le partite continua con
la sua tattica di gioco scriteriata , perchè lui "sa" , lui "vede oltre" .
E' un donchisciotte? , è un pazzo? E' un fesso? Forse è tutto ciò, ma è
anche - se vogliamo - un poeta.
La grandezza letteraria di K , oltrechè nello stile impareggiabile,
armonico, asciutto e musicale come il misterioso suono di un'arpa che viene
da infinite lontananze , forse non sta nelle sue " rivelazioni" ,
"allucinazioni" , nel saper vedere " oltre" l'ambigua realtà del fenomenico
o del mero risultato numerico.Sta nella poesia , nella profondità delle sue
espressioni poetiche. E si sa che i poeti sono pazzi, vedono cose che
nessuno vede, ascoltano voci che nessuno ode, esplorano l'inesplorabile,
osano l'inosabile, sondano l'insondabile...Ma pazzi sono anche i non poeti e
non sanno darci altro che lo squallore e desolazione del loro "avere"...
Ai paradisi dei pazzi non poeti, preferisco mille volte l'inferno dei pazzi
come Kafka, anche se il biglietto è di solo andata.
ma a te ti pagano o kafkeggi così gratuitamente solo per il piacere dei
niusgruppici?
lo chiedo perché se davvero qualcuno ti pagasse per i tuoi sforzi
converrebbe mutare piuttosto che restare in questo consesso
parrocchiale)))))))
sgoms acidelle
:::zan;-))))
>
> ma a te ti pagano o kafkeggi così gratuitamente solo per il piacere dei
> niusgruppici?
>
> lo chiedo perché se davvero qualcuno ti pagasse per i tuoi sforzi
> converrebbe mutare piuttosto che restare in questo consesso
> parrocchiale)))))))
Suvvia, il paragone tra Kafka e Zeman valeva ampiamente il prezzo del
biglietto, e compensava dell'agghiacciante punteggiatura.
--
Giovanni
>Kafka all'inferno con biglietto di solo andata
> di Augusto Benemeglio
per la serie: volevamo essere maria strofa? naaa.
vox populi.......!
m'arrendo... e già una za.. gamba mi sembra si stia assottigliando mentre
un'antenna mi spunta sopra l'orecchio: che sia la CNN?
sgoms)))
:::zan
> Kafka all'inferno con biglietto di solo andata
> di Augusto Benemeglio
/cut
Scusa se te lo dico, ma il tuo post è un esempio di come "non" bisogna
leggere Kafka.
A questo mondo nessuno è di nessuno, tantomeno K.
--
Posted via Mailgate.ORG Server - http://www.Mailgate.ORG
> [...]
> Scusa se te lo dico,
Mi pareva strano che tu tacessi, infatti.
> ma il tuo post è un esempio di come "non" bisogna
> leggere Kafka.
Ecco. Come "bisogna" leggere Kafka?
Lo chiedo seriamente, perché io non l'ho ancora capito
come "bisogna" leggere Kafka.
Io, quando m'azzardo a leggerlo, cado in uno stato di
"sospensione della percezione", una sorta di "straniamento",
con forti rassomiglianze al rincoglionimento però.
Il risultato è che al termine di una qualsivoglia lettura
kafkiana ho bisogno di una forte "iniezione di realtà",
come fare una passeggiata, mangiare un gelato, o cose
simili.
Un altro esito di queste letture è che su Kafka, per quanto
mi sforzi, non ho niente da dire, pur amandolo dal profondo.
Va be', posso dire "bello", "leggilo", "non sai cosa ti perdi",
ma senza argomenti più o meno incisivi.
E mi dispiace, eh! Perché c'è un sacco di gente in giro che
dice tante cose su Kafka. Alcune belle, alcune meno belle,
ma sono proprio tante!
Mai uno che riesca a spiegarmi come "bisogna" leggere
Kafka, però.
Ciao
Luca
Caro Luca , il tuo и stato l'unico post intelligente e m'affretto a darti
una risposta...Non io, naturalmente , non ho questa presunzione...Te la
faccio dare dall'amico editore di Kafka.
"Dottor Max Brod, Lei и stato un amico..di K...ma non si offenda , perт ,
se le dico che , almeno a leggerlo oggi , K puт essere anche un tormento, o
addirittura "una pizza"
Altri dicono che и un fuoco che ti illumina ma anche ti brucia e ti
consuma, altri ancora come Luca Tassinari dicono >""" Io, quando m'azzardo
a leggerlo, cado in uno stato di
> "sospensione della percezione", una sorta di "straniamento",
> con forti rassomiglianze al rincoglionimento perт.Il risultato и che al
termine di una qualsivoglia lettura kafkiana ho bisogno di una forte
"iniezione di realtа", come fare una passeggiata, mangiare un gelato, o cose
> simili.Un altro esito di queste letture и che su Kafka, per quanto mi
sforzi, non ho niente da dire, pur amandolo dal profondo.che и bello ,
interessante , ma subito dopo devono farsi una sorsata di realtа"""" ...
Come bisogna leggere K, dottor Brod?
- Che dirle, caro amico? .K voleva che i libri , i veri grandi libri fossero
cosм: sommovimenti, terremoti, rivoluzioni psichiche. Anzi, diceva : un
libro dev'essere come un'ascia che spacchi il nostro ghiaccio
interiore...Ecco , tragga lei le conclusioni...
-Dottor Brod , lei gli и stato proprio amico in pieno, fino all'ultimo, al
povero K?Franz le aveva raccomandato , forse perfino comandato che, per ciт
che riguardava le sue opere inedite , postume...
-Ho capito che vuol dire ! Sм, и vero, voleva che le distruggessi. No, non
l'ho fattoE sono orgoglioso perchи ho salvato opere come Il Processo, Il
Castello, America e tantissime altre che sono il massimo della letteratura
tedesca e non solo...ecco perchи!
- Dottor Brod , non si trinceri dietro il valore di quelle opere. Da amico
ad amico, K - che non era nи pazzo, nи rimbambito, ma lucidissimo - le aveva
chiesto di farne un falт. Perchи non l'ha fatto? Dica qual'и la veritа vera.
- Lei и forse l'unico al mondo che abbia il coraggio di rimproverarmelo, sa?
- Mi risponda!...Perchи non ha bruciato le opere di K?
.....Perchи? Lo vuole proprio sapere il perchи?.... Ebbene , perchи
...altrimenti non ci sarebbe mai stato il suo n.g. e i vari interlocutori
non avrebbero potuto dirle tante cose...interessanti!
>
Veramente l'unico che ha detto cose interessanti и stato Luca , ma comunque
va bene cosм. Grazie, Mr. Brod.
Ciao, Luca.
Pių che sul contenuto ())))))))) intendevo chiosare sul trombonismo di
maniera di quel tuo ormai ripetuto:
--de existentia hominibus --
di Augusto Benemeglio
Qui in genere si scrivono opinioni e recensioni sui libri senza formalismi,
atteggiamento fluido che legittima l'azione; quando invece il "pezzo" inizia
con tanto di nome e cognome dell'autore, penso automaticamente, come se si
trattasse di un giornale : ma chi sarā mai questo trombone?
La precisazione mi sembrava doverosa)))))
anastiose sgoms
:::zan;-))))
> Qui in genere si scrivono opinioni e recensioni sui libri senza formalismi
id. c.s. ,
come se si
> trattasse di un giornale
E' un giornale, caro Zan ...forse non te n'eri accorto, ma ti assicuro che
la fortuna dei n.g. è proprio quella di " essere " è un vero e proprio
giornale su cui tutti ( i geni e gli imbecilli) possono scrivere,
partecipare, esprimere la loro opinione, consenso dissenso et battute
battutine battutacce varie...
.
: ma chi sarà mai questo trombone?
Lo sapevi chi era il trombone. Ci eravamo incrociati qualche altra volta, se
non ricordo male ( sai non sono più di primissimo pelo e mi difetta un po'
la memoria , ma il tuo nome di battaglia è favoloso, mitico, mi ricorda
l'infanzia
La precisazione mi sembrava doverosa)))))
Per chi?
> anastiose sgoms
cordialissimamente arisgoms.
....E salutami la bellissima Perugia
Augusto
> > anastiose sgoms
>
> cordialissimamente arisgoms.
> ....E salutami la bellissima Perugia
dopo uno scambio so correct sono atterrito dall'idea che potrei trovarmi,
inadeguato, fuori dalla giungla tra uomini pacati sulla montagna
incantata))))
preciso ancora, per te, che questo non è un giornale proprio per la vasta
molteplicità delle forze in campo
questo è un bar dove al posto del calcio ci sono i libbri e gli autori
nessuno ci paga e fin che dura è bello razzolare a brija sciolta
risgommo
:::zan;-))))
PS Thanks, candido PG x il primo raduno del dopoguerra!
> Ecco. Come "bisogna" leggere Kafka?
>
> Lo chiedo seriamente, perché io non l'ho ancora capito
> come "bisogna" leggere Kafka.
Come bisogna leggere Kafka? Questa domanda sta lì un attimo e poi schizza
via verso panorami più ampi, per trasformarsi in qualcosa di simile a: come
si deve leggere il tale autore? D'altronde la cosa è perniciosa, che ai
tempi miei a scuola cercavano di costringerti a spiegare cosa voleva "dire"
l'autore. E, per lo choc traumatico susseguente, giù mandrie successive di
non-lettori forti.
Non credo ci sia un modo univoco di leggere un autore (Kafka o altri).
Credo, in questo, che l'atteggiamento più produttivo sia quello di leggere
senza pregiudizi e senza farsi influenzare da sorgenti esterne. Dopo semmai,
e cammin facendo e interrogandosi, com'è successivo alle letture nutrienti,
ci si può rivolgere a fonti parallele, saggistiche, critiche, storiche. Si
può insomma "chiedere in giro", ma in un'ottica d'integrazione della maniera
propria, per forgiarla, formarla ulteriormente.
Da parte mia su Kafka posso dare un paio d'indicazioni.
Non bisogna leggere Kafka in un'ottica strumentale. Non bisogna leggerlo
come paradigma di tutti i mali e i luoghi comuni dell'uomo contemporaneo.
Non bisogna, se possibile, leggerlo attraverso la psicanalisi, il sesso, la
politica, la religione e quant'altro. Non bisogna trattarlo come fosse il
nostro amico del bar, ciò nella convinzione di saper tutto della sua vita
tanto da azzardare le ipotesi più farlocche su di lui. Non bisogna citare
come fonte inoppugnabile quanto dicono della sua vita le ex fidanzate,
perché è comunque un travisamento, un'indiscrezione, un riscontro oggettivo
di una cosa comunque legata a parametri non controllabili. Non bisogna
leggerlo, Kafka, nella convinzione che la sua opera sia buona come materiale
di costruzione per le considerazioni più disparate. Non bisogna leggere i
suoi romanzi alla luce della biografia come se si dessero per scontata una
conoscenza di prima mano dei suoi rapporti col padre, le donne,
l'istituzione del matrimonio, la realizzazione personale etc. In definitiva:
non bisogna leggere Kafka facendosi i cazzi suoi, anche perché lui non è qui
per potersi difendere.
Una cosa tra le altre. La comicità in Kafka. Io Kafka non lo trovo mai
comico. Non mi fa ridere. Certo, sarà una cosa soggettiva, ma resta da dire
che molte interpolazioni sul comico in Kafka fanno riferimento al fatto che
quando lui leggeva ad alta voce parti della sua opera agli amici cari
Weltsch, Brod e Baum, tutti ridevano. Se la son risa alla grande anche nella
sala di un albergo di Kolin alla lettura del primo capitolo del Processo. Ma
a te fa ridere? mi chiedo. A me no, a me dà una certa qual sensazione
sgradevole. E anche Josef K., il protagonista, non ha voglia di ridere. Il
fatto che gli incaricati venuti ad arrestarlo indossino abiti scuri
attillati e dalle molteplici fibbie e tasche non lo persuade del fatto di
trovarsi davanti a future SS. Nemmeno Kafka mi pare se ne renda conto (e
come potrebbe). Malgrado tutto la sua fantasia prodigiosa non arriva a
tanto.
Allo stesso modo, nell'ultimo capitolo, non c'è traccia di ironia. Portato
al supplizio in una cava abbandonata, Josef K. non irride i suoi carnefici;
nessun lampo d'ironia gli saetta negli occhi. Se vi è ironia, è quella
autopunitiva nel vedere forse in lontananza la Fraulein Bürstner, colei che
ha le stesse iniziali della sua fidanzata Felice Bauer. E l'ultima frase, la
frase che dice K. mentre gli stanno conficcando e girando per bene il
coltello nel cuore, la frase e la sensazione che gliene deriva: "*come un
cane* disse e gli parve che la vergogna gli dovesse sopravvivere". Ecco....
dov'è l'ironia? Questa è una pietra tombale come la condanna che Bandemann
padre somministra a Bendemann figlio ne "Il Verdetto", tanto che Kafka la
cita ("gli parve che la vergogna gli dovesse sopravvivere") anche nella
Lettera al Padre che scriverà anni dopo (se non ricordo male).
Kafka rideva con gli amici perché tra amici ci sono dinamiche diverse, cose
comuni, codici sotterranei, quel misto di ritrosia ed orgoglio nel leggere
le proprie cose, il fatto che voli qualche battuta. Per quello si rideva.
Quando Kafka lesse in pubblico a Berlino "Nella colonia penale", davanti a
degli estranei, buona parte degli spettatori abbandonò la sala.
Come bisogna leggere Kafka. Direi che bisogna leggerlo tenendo presente che
tutte quelle derive problematiche che altri hanno tirato fuori dalla sua
storia personale, dalle cronache familiari, dalle lettere alle fidanzate,
dai diari intimi, non sono affatto il motore consapevole della sua
scrittura. Kafka a parere mio è un narratore puro, che scrive delle storie,
per quanto inquietanti e misteriose. Leggendo le carte del suo lascito e in
particolare i Quaderni in ottavo, ci si rende conto di come nella sua
scrittura non ci fosse nulla di programmatico. Kafka scriveva partendo da
un'immagine o da un'azione, e da lì provava ad andare avanti, quasi alla
cieca. Per questo spesso aveva delle crisi di scoramento micidiali, perché
il suo metodo di lavoro era molto aleatorio e legato ai momenti di grazia
dell'immaginazione. I quaderni e i diari sono pieni di abbozzi che "provano"
ad afferrare la scrittura. Storie, abbozzi di storie, narrazioni, alcune di
esse, più estese, così belle da rimanere malissimo a vederle terminare dopo
poche pagine, tipo "Ricordando la ferrovia di Kalda", "Adescamento in un
villaggio".
Quindi leggere tenendo conto di questo, ovvero che non ci sono chiavi da
scovare nella scrittura di Kafka. Attenersi al fatto schiettamente narrativo
e farsi portare dalle volute della narrazione, da certi particolari
assolutamente stranianti, dalle intuizioni di folgore, dal dipanarsi sulla
pagina dell'assoluta peculiarità del mondo immaginario di questo scrittore
di Praga morto a 41 anni.
> Io, quando m'azzardo a leggerlo, cado in uno stato di
> "sospensione della percezione", una sorta di "straniamento",
> con forti rassomiglianze al rincoglionimento però.
>
> Il risultato è che al termine di una qualsivoglia lettura
> kafkiana ho bisogno di una forte "iniezione di realtà",
> come fare una passeggiata, mangiare un gelato, o cose
> simili.
Be' la tua è un'ottima descrizione. Direi che non c'è nulla da aggiungere,
anche perché mi fa pensare che tu ti attenga già alle mie indicazioni di
lettura. O meglio: mi pare che da questo risulti già un approccio privo di
condizionamenti all'opera di K. Mi pare che il procedere dello straniamento
agisca in questo modo: tu leggi una storia, poniamo si tratti del Processo
di cui abbiamo appena parlato, nella quale non c'è nemmeno un particolare il
quale nella sua essenza sia meno che reale. Eppure quella realtà è come
traslata in un'area straniante, reale ma nello stesso altra, da suscitare
sensazioni contrastanti. Riemergi dal libro, vale a dire dalla realtà
"altra" e subito hai voglia, per reazione, per disagio, di una realtà
"questa". Perfetto.
> E mi dispiace, eh! Perché c'è un sacco di gente in giro che
> dice tante cose su Kafka. Alcune belle, alcune meno belle,
> ma sono proprio tante!
Spesso si dicono tante cose su Kafka senza nemmeno toccare la sua opera;
altrettanto spesso si parla della sua opera usandola a supporto per
argomentazioni che trattano d'altro. Credimi, in tutto questo il non aver
niente da aggiungere mi sembra sia il male minore.
> Caro Luca , il tuo è stato l'unico post intelligente e m'affretto a darti
> una risposta...Non io, naturalmente , non ho questa presunzione...Te la
> faccio dare dall'amico editore di Kafka.
E' un po' triste leggere che l'unica risposta intelligente che hai ricevuto
è quella che non ti contraddice. E non credo che questo dipenda dal fatto di
essere la più articolata, poiché immagino che se le poche righe scritte per
contraddirti fossero state tutte un "bello bravo bis", allora sarebbero
passate anch'esse nel novero delle risposte intelligenti. Non ti sei
espresso in modo carino(!).
D'altro canto tu fai rispondere addirittura Max Brod, l'amico ed editore
(diciamo piuttosto curatore delle carte postume, in quanto gli editori in
senso stretto sono altri, in particolare due: Kurt Wolff verlag di Lipsia e
la casa editrice Die Schmiede di Berlino) di Kafka. Solamente che in luogo
di Max Brod scrivi tu un dialogo immaginario che, mi perdonerai, suona
abbastanza ridicolo.
/cut
> - Che dirle, caro amico? .K voleva che i libri , i veri grandi libri
fossero
> così: sommovimenti, terremoti, rivoluzioni psichiche. Anzi, diceva : un
> libro dev'essere come un'ascia che spacchi il nostro ghiaccio
> interiore...Ecco , tragga lei le conclusioni...
Io non ricordo tutto quello che ha scritto Kafka, ci mancherebbe. Per questo
mi piacerebbe sapere dove si possono trovare queste cose (mi riferisco in
particolare ai sommovimenti e ai terremoti). Non lo dico con ironia, è solo
curiosità, in quanto, ripeto, non conosco certo tutte le fonti. Comunque va
detto che le frasi qui sopra si riferiscono alla lettura. Kafka in nessun
luogo ha mai parlato in questi termini della propria scrittura. Allo stesso
modo K. non si riferiva alla lettura dei propri libri, ovviamente.
Si tratta di una indicazione generale sul leggere l'opera di uno scrittore,
e come tale nemmeno troppo originale, che immagino ce ne siamo molte altre
più efficaci e persuasive. Quindi generica ed enfatica indicazione che non
aggiunge nulla, e valevole per Kafka come per chiunque altro. Qua invece di
parlava di strumenti ad hoc. Valeva la pena di pensarci un po' di più.
> -Dottor Brod , lei gli è stato proprio amico in pieno, fino all'ultimo, al
> povero K?Franz le aveva raccomandato , forse perfino comandato che, per
> ciò che riguardava le sue opere inedite , postume...
/cut
Sulla questione del lascito di Kafka e della sua raccomandazione, a Max
Brod, di bruciare tutte le carte, si sono spesi fiumi d'inchiostro.
Addirittura, non ci crederai, se ne è parlato persino qui dentro a icl. Di
ipotesi ne sono state fatte tante, alcune interessanti, altre meno. Resta
che stante il riscontro dei dati oggettivi, solo ipotesi si possono
formulare.
Però Luca chiedeva: come leggere Kafka?
E ti assicuro che la questione di K. che lascia scritto di bruciare i suoi
manoscritti e di Brod che invece li pubblica, non c'entra niente con la
domanda di cui sopra.
Aggiungo che Brod è stato il primo a travisare l'opera del suo amico. Si
leggano al riguardo le pagine introduttive che egli antepone alla
pubblicazione post mortem dei romanzi. Brod opera una lettura di queste
opere in un'ottica misticheggiante che oggi suscita un certo imbarazzo. Per
Brod Kafka era der religiöse Denker, il pensatore religioso. Ma Kafka non
aveva nulla di religioso. Quando parla di grazia, di bene o di male, di
legge divina, lo fa sempre dentro a un lavorio metafisico. L' inferno non lo
riguarda, e nemmeno il paradiso.
Brod invece, chissà perché, lo considerava un santo e in questo malinteso ha
trascinato altri, uno fra tutti, e mica uno qualsiasi, fu Pierre Klossowski.
Insomma, Brod ha meriti inestimabili per il suo lavoro sull'eredità
letteraria di Kafka, ma come primo esegeta è stato anche colui che ha dato
luogo ai tanti fraintendimenti che costellano la storia della cosiddetta
kafkologia.
E questo perché (tra l'altro)? Perché aveva delle tesi sioniste da difendere
e perché, cosa che si dice poche volte, dal 1912, anno del suo matrimonio
con Elsa Taussig, non è stato più così presente nella vita dell'amico. Una
cosa fra tutte. Quando nel 1914 Kafka si presenta al famoso tribunale
del'Askanischer Hof per dirimere le spinose questioni inerenti la rottura
del fidanzamento con Felice Bauer, si fa accompagnare dallo scrittore Ernst
Weiss. Quest'ultimo, in quanto scrittore e pensatore notevolmente superiore
a Max Brod, avrebbe potuto dirci cose e darci un'interpretazione più
equilibrata del lascito. Ma la storia ha voluto diversamente e in fin dei
conti va bene così (anche perché tanto non cambia nulla).
Insomma, se per questo post miserello ti sceglievi un altro tramite era
meglio (chessò, lo studente di medicina Robert Klopstock che fu vicino a
Kafka nell'ultimo periodo, tra il sanatorio sui Tatra e Kierling).
ciao Damiano, grazie per gli interessanti giudizi.
Vorrei chiederti una cosa.
Scrivi:
> Quando Kafka lesse in pubblico a Berlino "Nella colonia penale", davanti a
> degli estranei, buona parte degli spettatori abbandonň la sala.
potresti, se hai tempo, dare qualche dettaglio in piu' su questo episodio?
E in generale, che tu sappia, c'e' qualche testo critico che si soffermi
espressamente su questo racconto e sulla sua composizione?
ciao e grazie
--------------------------------
Inviato via http://usenet.libero.it
.
>ti sei peritato
l'itagliano, benemè. ci si perita di qualcosa. ci vuole il verbo,
lì di seguito.
>(tra l'altro , così per tua informazione, ho fatto anche una riduzione
>della Metamorfosi per una pièce teatrale) dove pare che nessuno storca
>il naso e manifesti il tuo sussiego e la tua aria da professorino di
>bottega.
non hai idea della merda che mangia la gente, benemè.
>Forse (e dico forse) K può aiutarci a venir fuori dalla nostra "zona
>grigia", a scavare in noi stessi, per proiettare le nostre individualità
>nel collettivo [...]
perché pisciare fuori dalla tazza, benemè?
>Tanti auguri, a risentirci...magari più in là...e con meno saccenza da
>parte tua
vedi, damiano? se quel giorno avessimo picchiato covacich!
> Caro Damiano Zerneri, vorrei sapere a questo punto chi è il " saccente"
fra
> noi due.
Caro Augusto,
Sono sicuramente io il più saccente, e lo dico anche in questo caso
senza alcuna ironia.
Non volevo offenderti. Se è accaduto ti chiedo scusa. Sarà che, come
capita, ci sono intransigenze operative, magari dovute a cose che poco
hanno a vedere con Kafka e la letteratura, le quali portano ad essere più
pungenti del dovuto.
Già stamattina, che nel lettore cd del computer abbiamo messo questo
dischetto di Panjabi mc, ecco che il bhangra hip hop ridesta i sensi e
l'attenzione.
> Tu hai detto tante cose interessanti su Kafka , ma ti assicuro che ,
volendo
> , se ne potrebbero dire altre millanta ugualmente ( e forse anche più)
> interessanti . Ma prima di scrivere quelle cose ( ripeto , interessanti)
ti
> sei peritato - in prima analisi , ovvero prima che fossi punto sul vivo
> dalla mia risposta a Luca - con una lapidaria affermazione che grondava
> presunzione e saccenteria : "ecco un chiaro esempio di come non bisogna
> leggere Kafka", dando a intendere che tu sì che sapevi ( che sai) come si
> legge K.
No be', l'ho scritta immaginando di sapere un poco come "non" lo si
deve leggere. In questo caso infatti la differenza tra il "sapere come"
e il "non" saperlo è sostanziale. Perchè la negazione pertiene al
nostro territorio di soggetti interroganti, vagolanti nel dubbio,
nell'ipotesi e nell'interpolazione, mentre il "sapere come si legge" mi
sembra che appartenga più ai territori di Kafka per come è, territorio
che possiamo attraversare sostanzialmente solo sotto l'effetto
appunto straniante originato dalle sue parole.
Eccomi dunque qui ad abbandonare gli utensili della presunzione, a
mettere nel cassetto qualsiasi succhiello o bulino atto a....
> Infatti, ti sei messo di buzzo buono e hai sciorinato tutto il tuo scibile
,
> la tua erudizione kafkiana, ripeto ( per la terza volta) dicendo cose
anche
> interessanti, ma che volevano soprattutto stupire , far vedere a me quanto
> tu sia bravo...
No davvero. Semplicemente cercavo di portare dei dati concreti che
supportassero le mie argomentazioni, come credo si debba fare sempre in
questi casi. Come detto, posso essere stato brusco e poco diplomatico,
ma non ho certo voluto mostrare i muscoli
(eruditi o letterari), anche perchè ho mal di schiena e male alla
spalla.
> Beh, allora sappi caro Zerneri, che non mi aspetto nessun bello e bravo
> dagli articoli che invio ai n.g., cerco di proporre un dialogo ,
sviluppare
> una dialettica , anche percheè si tratta quasi sempre di articoli ( come
> quello che ho inviato) già pubblicati su riviste specializzate
> ( tra l'altro , così per tua informazione , ho fatto anche una riduzione
> della Metamorfosi per una pièce teatrale) dove pare che nessuno storca
> il naso e manifesti il tuo sussiego e la tua aria da professorino di
> bottega.
Ma com'è un professorino da bottega? Conoscevo i garzoni di bottega, i
ragazzi spazzola, ma non i professorini. Come detto, non volevo manifestare
nessun sussiego, credo quindi ci sia stato un malinteso.
Riferendomi alle tue credenziali, le accetto senz'altro, ma devi anche
capire che qua dentro non mi faccio influenzare da nulla e, nell'ambito
dell'IT e del rispetto dei miei interlocutori, mi sento libero di dire
quello che voglio. Al limite si può discutere sul tono, ma non sulla
sostanza, in quanto mi sento pienamente responsabile della mia onestà
intellettuale, che autocertifico e controfirmo. Poi ognuno la può valutare
come meglio crede.
> Potrei obiettare o aggiungere altre cose rispetto a quelle che hai detto ,
> ad esempio che il tuo concetto -base su come leggere K. era stato
espresso
> già da Kundera ."A proposito, si rende conto che la gente non sa leggere
> Kafka perché cerca di decifrarlo? (M. KUNDERA, Intervista di E. Trevi)
Ma ci mancherebbe altro Augusto. Già è un fatto che su Kafka tutto sia già
stato scritto, figurati poi se mi metto in testa di dire alcunchè di nuovo
sull'argomento. Sarebbe grottesco, oltre che lontanissimo dalle mie
intenzioni. Ma la ricerca dell'elemento novità mi pare proprio non traspaia
da quanto ho scritto.
Preciso inoltre che nel post di risposta a Luca Tassinari quando parlavo di
coloro che straparlano su Kafka non mi riferivo a te in particolare.
/cut
> Tanti auguri, a risentirci...magari più in là...e con meno saccenza da
> parte tua
> ...Ah, volevo dire, sul fatto che K sia di tutti o di nessuno....sono
> entrambi pareri rispettabili, entrambi validi ( a mio avviso s'itende), è
> come il Nulla e il Tutto, ci puoi scrivere su una trentina di tomi.
Va bene, ci risentiremo, sperando che il "più in là" non abbia implicazione
toponomastiche, cartografiche, geofrastiche. Auguriamoci che alluda ad un
qualsiasi tardo pomeriggio.
Nel frattempo qua c'è da discutere dei sorteggi di Cahmpion's league.
Personalmente considero chiuso l'incidente
ottima giornata
> potresti, se hai tempo, dare qualche dettaglio in piu' su questo episodio?
> E in generale, che tu sappia, c'e' qualche testo critico che si soffermi
> espressamente su questo racconto e sulla sua composizione?
Dearest kalle, sull'episodio devo andare ad approfondire. Qui, da questo
luogo, posso dirti che se non vado errato la lettura si tenne a Berlino nel
1917 e ad essa fu presente la ormai pluricitata fidanzata di K., Felice
Bauer. L'evento fu un insuccesso in quanto molti tra i presenti inorridirono
nell'ascoltare la storia della trebbiatura dell'ufficiale. Comunque raccolgo
ulteriori particolari e poi ti faccio sapere (nome del luogo, data, chi
organizzò eccetera).
Guardo poi a casa nelle scartoffie e ti faccio sapere qualcosa anche sul
trattamento critico di "In der Straftokolonie".
> vedi, damiano? se quel giorno avessimo picchiato covacich!
/cut
Le ha scritte grosse quella volta Covacich, e a diffusione nazionale. Non ho
più avuto notizie della cosa, come ampiamente previsto.
"meglio litigare su Kafka piuttosto
che per una questione di parcheggio"
(Giorgio Agamben)
sarà apocrifa questa cosa?
:-)
> "Luca Tassinari"
>
> > Ecco. Come "bisogna" leggere Kafka?
> >
> > Lo chiedo seriamente, perché io non l'ho ancora capito
> > come "bisogna" leggere Kafka.
>
> Come bisogna leggere Kafka? Questa domanda sta lì un attimo e
> poi schizza via verso panorami più ampi, per trasformarsi in qualcosa
> di simile a: come si deve leggere il tale autore? D'altronde la cosa è
> perniciosa, che ai tempi miei a scuola cercavano di costringerti a
> spiegare cosa voleva "dire" l'autore. E, per lo choc traumatico
> susseguente, giù mandrie successive di non-lettori forti.
Ehm, temo di aver scatenato mio malgrado un piccolo
malinteso. Non avevo e non ho intenzione di distribuire
torti e ragioni sulle interpretazioni o sui "metodi di lettura"
di Kafka. Non ne ho facoltà.
Ho le mie opinioni so come "bisogna leggere", Kafka o
non Kafka, le ho già espresse e dubito che riesprimerle
serva a qualcosa, ergo taccio.
> [...]
> Da parte mia su Kafka posso dare un paio d'indicazioni.
> Non bisogna leggere Kafka in un'ottica strumentale.
Taglio l'elenco dei "non licet", sui quali peraltro concordo
in pieno, e non solo per Kafka. In particolare:
> [...]
> non bisogna leggere Kafka facendosi i cazzi suoi, anche perché
> lui non è qui per potersi difendere.
che sarebbe un sainte-beuvismo (o un maxbrodismo) di
ritorno pernicioso assai.
> [...]
> Una cosa tra le altre. La comicità in Kafka. Io Kafka non lo trovo
> mai comico. Non mi fa ridere.
A me fa *anche* ridere, ma non è certo la sensazione dominante
nella lettura. Nei racconti, soprattutto, mi capita di sorridere per
un procedimento"reiterativo": in La tana, ad esempio, la ripetitività dei
percorsi, degli aspetti "caratteriali" dell'animale, delle sue preferenze
alimentari genera un certo effetto comico, che probabilmente aiuta
a solidarizzare con quell'individuo e a riconoscersi nei suoi tic, nelle
sue paure e anche nei suoi piaceri.
Il sorriso, comunque, è sempre bene amalgamato ad altre sensazioni
che col comico hanno poco in comune.
> [...]
> Kafka a parere mio è un narratore puro, che scrive delle storie,
> per quanto inquietanti e misteriose.
Orpo se lo è.
> Leggendo le carte del suo lascito e in
> particolare i Quaderni in ottavo, ci si rende conto di come nella sua
> scrittura non ci fosse nulla di programmatico.
E, mi consenta di aggiungere, zero attenzione per il destinatario
dello scritto. Kafka è magnifico, secondo me, anche perché
leggendolo ci si rende conto che davvero costui scriveva "per
se stesso", e non per un qualsivoglia "pubblico".
> [...]
> Quindi leggere tenendo conto di questo, ovvero che non ci sono
> chiavi da scovare nella scrittura di Kafka. Attenersi al fatto
> schiettamente narrativo
> e farsi portare dalle volute della narrazione, da certi particolari
> assolutamente stranianti, dalle intuizioni di folgore, dal dipanarsi sulla
> pagina dell'assoluta peculiarità del mondo immaginario di questo scrittore
Lettura da volpe, quindi, non da riccio. Erostratos, se è in
ascolto, mi bastonerà.
> [...]
> Mi pare che il procedere dello straniamento
> agisca in questo modo: tu leggi una storia, poniamo si tratti del
> Processo di cui abbiamo appena parlato, nella quale non c'è
> nemmeno un particolare il
> quale nella sua essenza sia meno che reale. Eppure quella realtà è come
> traslata in un'area straniante, reale ma nello stesso altra, da suscitare
> sensazioni contrastanti. Riemergi dal libro, vale a dire dalla realtà
> "altra" e subito hai voglia, per reazione, per disagio, di una realtà
> "questa". Perfetto.
Sì, direi che ci siamo. Kafka è realista in una realtà che
appartiene interamente solo a lui. Non è "surrealista", non
è "impressionista", non rimanda in alcun modo "intenzionale"
alla realtà "questa", come dici tu. Quando leggo Kafka so
perfettamente dove sono, ma non saprei dire come ci sono
arrivato; so che non è il mio mondo, ma non saprei dire
perché non lo è.
Ciao
Luca
> [...]
> Kurt Wolff verlag di Lipsia
C'č un bel ricordo di Kafka a firma Kurt Wolff
nell'Adelphiana. Disponibile fortunatamente anche
on line.
http://www.adelphiana.it/archivio2001.htm
Ciao
Luca
> C'è un bel ricordo di Kafka a firma Kurt Wolff
> nell'Adelphiana. Disponibile fortunatamente anche
> on line.
> http://www.adelphiana.it/archivio2001.htm
La lessi a suo tempo. Consigliabile e interessante.
In aggiunta e a costo zero, come nelle televendite dei set di coltelli,
di mio ci aggiungo il seguente link, nel quale si può trovare una
lettura accurata del tema natale di Kafka (nato il 3 giugno, sotto il
segno del cancro) e una spiegazione astrologica della sua protratta
zitellaggine.
(chiamate il numero in sovrimpressione :-)
http://www.convivioastrologico.it/collaboratori/r_fianchini/scapolo.htm
Usando il macete senza risparmio taglierei tutti gli "ismi" non necessari
per un racconto che deve vedersela solo con se stesso, quanto a corenza e
sostenibilità.
Quindi se ad esempio intendi che l'immonda bestia di Kafka è reale nel modo
che lui ha creato e che ci si appassiona per quella metamorfosi come se
fosse possibile, mi convinci; quanto al fatto che tu non sappia perchè
quello non è il tuo mondo, non ci credo.
Dai che lo sai......
Quello non è il tuo mondo perchè da noi gli scarafaggi sono lunghi intorno
ai tre centimetri e se son molto più grossi li chiamiamo "teste di..." o più
genericamente "uomini"))))))
sgoms
:::zan;-))))
> "Luca Tassinari" <luca...@libero.it> ha scritto nel messaggio .....
> > Sì, direi che ci siamo. Kafka è realista in una realtà che
> > appartiene interamente solo a lui. Non è "surrealista", non
> > è "impressionista", non rimanda in alcun modo "intenzionale"
> > alla realtà "questa", come dici tu. Quando leggo Kafka so
> > perfettamente dove sono, ma non saprei dire come ci sono
> > arrivato; so che non è il mio mondo, ma non saprei dire
> > perché non lo è.
>
>
> Usando il macete senza risparmio taglierei tutti gli "ismi" non necessari
> per un racconto che deve vedersela solo con se stesso, quanto a corenza e
> sostenibilità.
Voto a favore della mozione, senza se e senza ma.
Gli è che a volte, per dovere di sintesi, ci si appiglia
a un precotto qualunque, che ci pare consimile al
finissimo concetto che alligna nella nostra mente, ma
che tarda a prender forma intellegibile a terzi.
> Quindi se ad esempio intendi che l'immonda bestia di Kafka è
> reale nel modo che lui ha creato e che ci si appassiona per quella
> metamorfosi come se fosse possibile, mi convinci;
Ne gioisco!
> quanto al fatto che tu non sappia perchè
> quello non è il tuo mondo, non ci credo.
>
> Dai che lo sai......
No, non lo so.
> Quello non è il tuo mondo perchè da noi gli scarafaggi sono lunghi
> intorno ai tre centimetri e se son molto più grossi li chiamiamo
> "teste di..." o più genericamente "uomini"))))))
Il punto è che nell'aldilà kafkiano la dimensione del coso
(non chiamiamolo scarafaggio che poi Damiano giustamente
s'incazza) è perfettamente giustificata, così come lo sono
le sue pubbliche relazioni, i suoi gusti e disgusti alimentari,
eccetera. Tutto torna, tutto quadra. Non ci sono motivi
"logici" per cui quello non potrebbe essere il "mio" mondo.
Dopotutto, se in qualche modo ci sono entrato, potrebbe
davvero esserlo.
Va da sé che, una volta appoggiato il libro sulla mensola
del caminetto, tutto torna come prima. E corro a mangiarmi
un gelato, come dicevo, giusto per accertarmi che "quella
roba là" se ne sta chiusa al sicuro in quelle pagine, e che
salta fuori solo se lo decido io.
Ciao
Luca
/cut
> che sarebbe un sainte-beuvismo (o un maxbrodismo) di
> ritorno pernicioso assai.
Sì, anche perchè su Kafka il procedimento di scavo nel privato è
stato abnorme. Ricordo che mentre leggevo il peraltro bel libro di
Elias Canetti sulla storia tra Franz K. e Felice B. ("L'altro
processo" Guanda ed.), mi chiedevo: "ma è lecito? cosa direbbe Kafka
a vedersi investigato così?". Aggiungo: simili domande sorgono anche
in corrispondenza delle medesime operazioni su altri autori.
La questione è antica. Proust, che aborriva il sainte-beuvismo, è
stato saintebeuvizzato alla grande.
E via acsè.
> A me fa *anche* ridere, ma non è certo la sensazione dominante
> nella lettura. Nei racconti, soprattutto, mi capita di sorridere per
> un procedimento"reiterativo": in La tana, ad esempio, la ripetitività dei
> percorsi, degli aspetti "caratteriali" dell'animale, delle sue preferenze
> alimentari genera un certo effetto comico, che probabilmente aiuta
> a solidarizzare con quell'individuo e a riconoscersi nei suoi tic, nelle
> sue paure e anche nei suoi piaceri.
La Tana, ecco uno di quei racconti che finiscono a metà frase e tu
smadonni come un piccardo. Pare però che in origine fosse stato
portato a termine, e allora tu lì a chiederti: chi è il bastardo che ha
usato le ultime pagine per incartare i pesci persico?
Detto questo, io personalmente non riesco a ridere dell'animale. Quando
lessi e quando rilessi, chissà perché la prima cosa che mi colpiva nel
racconto era che immaginavo questo animale come qualcosa di mostruoso,
una bestia immonda che dorme sotto il terreno. Mi preoccupavo della
sua tranquillità nel raccontare di come sotto i denti sentisse cedere
le ossa degli animaletti di cui si cibava. Immaginavo questa cosa come
un'orgia di sangue. Eppure è molto probabile che chi racconta sia una
semplice talpa, animaletto che, a partire dai fumetti di Lupo Alberto,
non ha mai fatto paura a nessuno.
Poi la paranoia della minaccia dall'esterno, il raspare sotterraneo di
una besta ancora più immonda e atroce. Un po' come nella canzone di
Giorgio Gaber, dove c'è quel tale che si sente sempre addosso un odore
che lo perseguita ovunque vada, o come quell'altro tale nel racconto di
Buzzati, con un fischio al naso che non se ne va mai. Indici di
paranoia, di ossessione.
Come sarebbe finito La Tana? L'animale impazzisce? L'altra bestia lo
sbrana veramente e si insedia nella tana per poi impazzire a sua
volta? Oppure?
Dico anche che se dovessi trovare umorismo in Kafka lo trovo virato
fortemente al grottesco, al sarcastico, al satirico in racconti come
"Relazione per un'accademia" (la scimmia sapiente) e "Il nuovo
avvocato" (Bucefalo cavallo principe del foro).
> > che sarebbe un sainte-beuvismo (o un maxbrodismo) di
> > ritorno pernicioso assai.
>
> Sì, anche perchè su Kafka il procedimento di scavo nel privato è
> stato abnorme. Ricordo che mentre leggevo il peraltro bel libro di
> Elias Canetti sulla storia tra Franz K. e Felice B. ("L'altro
> processo" Guanda ed.), mi chiedevo: "ma è lecito? cosa direbbe Kafka
> a vedersi investigato così?".
Già, e di questo biografismo esasperato possiamo ringraziare
l'ottimo Brod, paladino della canonizzazione dell'uomo, prima
ancora che dello scrittore.
> Aggiungo: simili domande sorgono anche
> in corrispondenza delle medesime operazioni su altri autori.
> La questione è antica. Proust, che aborriva il sainte-beuvismo, è
> stato saintebeuvizzato alla grande.
Eh, ma Proust se l'è anche un po' cercata 'sta cosa. Insomma,
dico, se vuoi essere ricordato per la tua opera non lasci in giro
una "correspondance" di quattrocentomila fogli fra lettere, appunti,
liste della spesa e bigliettini ai portinai. Quell'uomo passava metà
della veglia a scrivere capolavori e l'altra metà a mandare sms
cartacei. Una saintebeuvizzazione al cinquanta per cento se la
merita eccome.
(faccina)
> E via acsè.
Boia d'un mond lèder.
> [...]
> La Tana, ecco uno di quei racconti che finiscono a metà frase e tu
> smadonni come un piccardo. Pare però che in origine fosse stato
> portato a termine, e allora tu lì a chiederti: chi è il bastardo che ha
> usato le ultime pagine per incartare i pesci persico?
Secondo me Brod, a dispetto di quel che ci ha raccontato,
ha acceso le ultime pagine del racconto per appiccare il fuoco
al resto (o per cuocersi il pesce persico).
> Detto questo, io personalmente non riesco a ridere dell'animale.
Ah, ma io non rido dell'animale, povera bestia!
Sorrido della situazione, dei tic, delle ripetizioni. E' un sorriso
di simpatia, dopotutto.
> Quando
> lessi e quando rilessi, chissà perché la prima cosa che mi colpiva nel
> racconto era che immaginavo questo animale come qualcosa di mostruoso,
> una bestia immonda che dorme sotto il terreno.
Confermo. Solo la comparsa della seconda bestia, in forma
di attività escavatoria minacciosa checché ancora remota, mi
convinse che il protagonista non doveva essere 'sto gran mostro
gigantesco.
> [...]
> Come sarebbe finito La Tana? L'animale impazzisce? L'altra bestia lo
> sbrana veramente e si insedia nella tana per poi impazzire a sua
> volta? Oppure?
Fagocitata da un enorme pesce persico?
> Dico anche che se dovessi trovare umorismo in Kafka lo trovo virato
> fortemente al grottesco, al sarcastico, al satirico in racconti come
> "Relazione per un'accademia" (la scimmia sapiente) e "Il nuovo
> avvocato" (Bucefalo cavallo principe del foro).
Grottesco, sì. Mi suona bene. Meglio di comico, che forse
ricorda un po' troppo un riso sguaiato e sereno.
Ciao
Luca
ti ringrazio molto.
a presto
Autore: Cinzia da Boston (---.proxy.aol.com)
Data: 30-11-02 13:49
E quello che non ha fatto.
Come espositore del subconscio, dell'Es freudiano, dell'inferno
personale, e di cose fino ad allora nascoste, e' impareggiabile.
Dunque lui e' riuscito nella sua impresa di usare un libro come
un'accetta per rompere il ghiaccio che e' in noi. Ma poi? Che senso ha
una discesa agli inferi se poi ti fermi li'? (gia' lo sapeva Dante).
Non lo dico in senso teologico, ma nel senso di vivere. Quale lezione?
Kafka rompe il ghiaccio e finisce incastrato nell'acqua gelida. E non
si puo' vivere cosi', non ci si puo' muovere (difficile anche fare una
nuotatina). Freud mi sembra ha fa fatto un passo avanti, proponendo un
progetto- dove c'era l'Es, li' deve stare l'Io, la parte
dell'individuo che interagisce con il mondo. Ma Kafka odia "tutto
quello che non ha a che fare con la letteratura". E con questo
atteggiamento, sia la sua vita che la letteratura sono state sminuite.
E ha relativamente poco da dire a me. Io una discesa agli inferi con
solo biglietto di andata non la faccio.
Cinzia
Vabbe' che non c'e' un copyright esplicito sui post su Internet, ne'
mi interessa l'aspetto legale, ma cosi' non si fa. E tu questa volta
ti fai un viaggio senza biglietto di ritorno nel mio killfile.
Cinzia, tesoro mio dolce, ti riporto pari pari quello che ebbi a
scriver(e)rti sul Forum :il 30-11-02 16:37
""""CaraCinzia , sono sinceramente ammirato della tua straordinaria vitalità
"intellettuale" e temperamentale ( Oh, yes!) Sei una vera e propria amazzone
delle lettere e delle scienze ( la psicanalisi pende su quest'ultimo
versante) e a vedersela con te si rischia assai assai. E tuttavia devo dirti
che è molto più facile scendere (?)nell'inferno dantesco che in quello di K.
La lunga escursione di Dante nell'Inferno - la sua personale "odissea" o "
dantea" che da sola vale il biglietto d'ingresso di tutta la non eccelsa
letteratura italiana - gli serve anche per "sistemare i conti in sospeso "
con parecchi " nemici" oltrechè mostrare la grandezza della poesia , e
poesia d'amore , in specie - che infatti resiste benissimamente a
tutt'oggi.Il povero K, invece,
che va all'inferno con il solo biglietto d'andata ,
senza Virgilio, nè Beatrice che lo segue dall'alto, ci va, perchè - come
afferma Milena - che un po' meglio di noi lo conosceva - non ha
scampo, nèrifugi , nè protezioni ( poteva Freud essere un suo protettore?
Forse,
ma - come tu ben dici -a lui interessava "solo" la letteratura). K è
incapace di furberie , incapace di mentire...di scendere a compromessi. E',
come persona,
la perfetta antitesi dell'italiano medio rappresentato nei film di Sordi (
ma anche da quello che descrisse Guicciardini molti secoli prima che ci
fosse lo Stato italiano ) ed è per questo (forse) che per noi italioti è
ancora più difficile comprenderlo....Con una forzatura banale , ma che forse
rende l'idea , potrei dire che K è come Zeman ( guarda caso , anche lui
boemo) che nonostante....
nonostante perda quasi tutte le partite continua con la sua tattica di gioco
scriteriata , perchè lui "sa" , lui "vede oltre" . E' un donchisciotte? , è
un pazzo? E' un fesso? Forse è tutto ciò, ma è anche - se vogliamo - un
poeta.
La grandezza letteraria di K , oltrechè nello stile impareggiabile,
armonico, asciutto e musicale come il misterioso suono di un'arpa che viene
da infinite lontananze , forse non sta nelle sue " rivelazioni" ,
"allucinazioni" , nel saper vedere " oltre" l'ambigua realtà del fenomenico
o del mero risultato numerico.
Sta nella poesia , nella profondità delle sue espressioni poetiche. E si sa
che i poeti sono pazzi, vedono cose che nessuno vede, ascoltano voci che
nessuno ode, esplorano l'inesplorabile, osano l'inosabile, sondano
l'insondabile...Ma pazzi sono anche i non poeti e non sanno darci altro che
lo squallore e desolazione del loro "avere"...
Ai paradisi dei pazzi non poeti, preferisco mille volte l'inferno dei pazzi
come Kafka, anche se il biglietto è di solo andata"""""
E questa è la tua risposta, anzi le tue risposte:
Autore: Cinzia da Boston (---.proxy.aol.com)
Data: 01-12-02 14:54
Grazie per le gentili (?) parole. Ti faccio presente che Kafka e' sceso
all'inferno da solo per sua scelta. E' stato lui a rifiutare un Virgilio o
una Beatrice, aveva attorno a se' persone che lo stimavano e che gli
volevano un bene sincero. E non e' arrogante per il piccolo impiegato timido
e schivo intraprendere un viaggio cosi' da solo? E come ho detto, la sua
vita e la sua opera ne hanno risentito. Molto.
Cinzia
p.s. magari fosse come Zeman. Un po' di calcio gli avrebbe fatto bene.
Proprio perche' un gioco di squadra.
> Autore: Cinzia da Boston (---.proxy.aol.com)
> Data: 30-11-02 13:49
>
> E quello che non ha fatto.
> Come espositore del subconscio, dell'Es freudiano, dell'inferno
> personale, e di cose fino ad allora nascoste, e' impareggiabile.
> Dunque lui e' riuscito nella sua impresa di usare un libro come
> un'accetta per rompere il ghiaccio che e' in noi. Ma poi? Che senso ha
> una discesa agli inferi se poi ti fermi li'? (gia' lo sapeva Dante).
> Non lo dico in senso teologico, ma nel senso di vivere. Quale lezione?
> Kafka rompe il ghiaccio e finisce incastrato nell'acqua gelida. E non
> si puo' vivere cosi', non ci si puo' muovere (difficile anche fare una
> nuotatina). Freud mi sembra ha fa fatto un passo avanti, proponendo un
> progetto- dove c'era l'Es, li' deve stare l'Io, la parte
> dell'individuo che interagisce con il mondo. Ma Kafka odia "tutto
> quello che non ha a che fare con la letteratura". E con questo
> atteggiamento, sia la sua vita che la letteratura sono state sminuite.
> E ha relativamente poco da dire a me. Io una discesa agli inferi con
> solo biglietto di andata non la faccio.
>
> Cinzia
>
> Vabbe' che non c'e' un copyright esplicito sui post su Internet, ne'
> mi interessa l'aspetto legale, ma cosi' non si fa.
Cara Cinzia, dolcezza mia , che cosa
vai blaterando sul copyright non capisco proprio, dal momento che il titolo
è stato mio " ab ovo" e certamente non tuo.
E tu questa volta
> ti fai un viaggio senza biglietto di ritorno nel mio killfile.
Se poi mi vuoi mettere definitivamente in questo tuo benedetto killfile
...vorrà dire che piangerò molto, incosolabilmente , perchè sai che t'amo,
però....che posso farci, Cinzia mia?
Non si va a gloria senza ...sofferenza!
Un bacio ( castissimo)
Augusto
Chiunque puo' andare a consultare l'archivio de La Repubblica su Il
Processo e vedere che hai ripreso le mie parole e le mie idee. Il mio
post era del 30-11-02 ore 13:49, il tuo dello stesso giorno, ore
16:37.
Il copyright esiste anche nel ciberspazio, informati.
Sei gia' stato beccato da un altro forumista del giornale a copiare da
un sito Web, peraltro abbastanza noto.
Good riddance.