Potrebbe persino essere "risposta" (patologica) alla sensazione (inconscia)
che la propria vita non ha senso.
In questo caso -nonostante fosse risposta patologica (perch� non
risolverebbe la questione della mancanza di senso ...)- IMHO si dovrebbe
riconoscere che salverebbe la persona dalla depressione e dalla
disperazione.
Dico questo (opinabilmente) perch� ho visto molte depressioni (manco tanto
inconsce!) motivate dal fatto che ... una volta che si sia riempita *la*
pancia che si ha, e si sia procurato riparo a *il* corpo dentro il quale si
alligna ... o si diventa "avidi", andando alla ricerca del non-necessario, o
non si sa quale senso dare alla propria stessa vita.
Ci� -beninteso- se non si ha la *salute mentale* sufficiente per intravedere
che -dopo aver provveduto a se stesso- "c'� solo" da darsi da fare per gli
altri.
Messa cos� (opinabilmente) la cosa ... non vedo proprio come l'avidit�
potrebbe essere una buona cosa per l'Umanit�; forse (molto forse!) � "buona"
solo per s�, e per non impazzire.
E dico sul serio.
--
Vincenzo
Eppure, caro Vincenzo, c'� chi dice che � sul desiderio alla propriet�
privata che si regge il desiderio a produrre e poi fare incetta.
Che questa � stata la ragione del perch� il regime sovietico sia
imploso.
Forse non si pu� chiamare avidit�, ma solo conflitto tra avere ed
essere, come Fromm teorizza.
Per� le dinamiche del possedere solo molto strane.
Se uno le studia si accorge che nessuno � in grado di separare il dentro
e il fuori, ossia l'egoismo e l'altruismo in modo purissimo, ma sempre
un ibrido che ciascuno organizza a modo suo ..
Anche quello che ti dice: "Io penso alla mia famiglia .. che gli altri
si arrangino" .. poi se gli fai notare con chi si dovrebbero sposare i
suoi figli comincia ad avere il sospetto che noi stessi ci nutriamo -in
prospettiva- anche del benessere degli altri.
La stessa situazione politica si esaspera sul concetto di avere =
capitalismo, e di essere = comunismo.
Ma � mai stato uno o l'altro in modo purissimo? sarebbe mai possibile?
A che serve avere se poi non si spende?
A che serve dare se noi non siamo relazionati con ci� che accade di
quell'output?
E' il concetto di feedback -che � nel reale- che dovremmo portare a
livello coscienziale, secondo me.
Non rincorreremmo i concetti astratti e ci relazioneremmo con la realt�
senza pensare di non potere influire su di essa e che essa non possa
influire su di noi.
Grazie della chiacchierata,
L
> riconoscere che salverebbe la persona dalla depressione e dalla
> disperazione.
>
anche pala e badile salvano dalla depressione!!
se questi non sanno il senso, c'� chi lo sa!!
c'� chi pagherebbe tutto per porsi questi broblemi di
senso; conosco un sacco di cure, per i problemi di
mancanza di senso. Che uno arrivi a disperarsi, sar�
vero, non lo metto in dubbio...
in genere un calcio in uno stinco � molto immediato!!
Questa � la malattia delle larve....
"c'� solo" da darsi da fare per gli
> altri.
Ma , l'altruismo e' una delle forme dell'egoismo e allora ???
Ci muoviamo sempre li tra vuoto e pienezza , tra orrore e intollreranza tra
avidita' e desiderio.
> Ma , l'altruismo e' una delle forme dell'egoismo e allora ???
Certamente. La stragrande maggioranza, per non dire la totalit�, di chi si
dedica agli altri lo fa perch� in un modo o nell'altro ne trae piacere, ne
trae una autogratifica. Alla fine, tolti tutti gli orpelli
sentimentalistici, � una transazione commerciale: si d� qualcosa (soldi,
tempo, beni, fatica) in cambio di qualcos'altro (gratificazione nel sentirsi
altruisti).
Pu� sembrare paradossale -ma se uno ci pensa bene non lo �-, l'azione
genuinamente altruistica � quella fatta controvoglia, fatta solo perch�
*razionalmente* si sa che � giusto farla, per puro dovere morale, ma senza
trarne alcun piacere di sentirsi buoni o magnanimi o giusti o speciali.
David.
E allora :-)) ... l'altruismo � una forma di egoismo che permette di non
infognarsi nella avidit�, nella quale -a sua volta- ci si potrebbe infognare
per darsi l'illusione che accaparrare (per s�?) ci� che non � necessario sia
dare un senso plausibile alla propria Vita.
> Ci muoviamo sempre li tra vuoto e pienezza , tra orrore e intollreranza
tra
> avidita' e desiderio.
... sei alla ricerca de "la perfezione"?
:-)
--
Vincenzo
E' possibile che quella sia stata *una* delle cause.
Tuttavia ... la causa generale della infelicit� (?) dell'Uomo, IMHO � da
individuarsi nella incapacit� (o nel rifiuto) di "prendere atto" che *per
s�* non si pu� fare nulla pi� che procurarsi cibo e riparo; che la
raffinatezza dei cibi e l'agio del riparo sono accessori e ininfluenti; che
se si vuole trovare un senso (una direzione dove andare ...) della propria
vita, esso non pu� non coincidere con il lasciare *ad altri* qualcosa ...
rinunciando preliminarmente e serenamente ad "avere", se non *pro-tempore*.
> Forse non si pu� chiamare avidit�, ma solo conflitto tra avere ed
> essere, come Fromm teorizza.
Vedi bene per�, che tu stesso "devi" parlare di conflitto.
Di un conflitto che investe la identit� del proprio SE' ... al quale non si
riconosce la dignit� di rappresentante del proprio IO nel Mondo reale (e
nemmeno quella "riduttiva" di complemento oggetto guardato da un IO soggetto
dell'azione del guardare ... e del quale l'IO ha "motivo" di preoccuparsi
che non sfiguri e che non sia disperantemente "aporetico" nei suoi stessi
confronti).
Se l'IO non sa nemmeno se la sua identit� � quella dello <<essere>> o dello
<<avere>> ... e in pi� questo produce un conflitto (inconscio?) in lui, mi
pare una condizione difficile da superare, al fine di rendere "sensata" la
propria vita.
> Non rincorreremmo i concetti astratti e ci relazioneremmo con la realt�
> senza pensare di non potere influire su di essa e che essa non possa
> influire su di noi.
IMHO ... se uno *si* riduce allo <<avere>> ... manco se lo pone, l'obiettivo
di <<essere con>>, o di <<fare>> o di <<farsi fare>>.
> Grazie della chiacchierata,
Sempre un piacere!
--
Vincenzo
> ... sei alla ricerca de "la perfezione"?
Come nel mito di sisifo di Camus alla fine della corsa si prova piacere
nella coazione a ripetere, nel bene, nel male, nell'omettersi .
A ognuno il suo.
... non capisco "il tono".
Io parl(av)o sul serio, opinando che ci sono poche cose da fare nel Mondo
reale, per dar*si* un senso della Vita.
Tra queste ... pu� esserci persino la ricerca del superfluo, nonostante sia
un obiettivo intrinsecamente "malato", dovendosi concludere per forza con la
perdita di tutto quanto.
Ed opinano che la ricerca de "la perfezione" � parimenti malata, stante che
si � nel Mondo reale, soggetto intrinsecamente a parecchi "vizi e difetti".
C'� "solo" da porsi in una posizone mediana ... tra "il Bene" e "il
Possibile".
--
Vincenzo
Il sacrificio da un senso sstanziale alla vita.
>
> Pu� sembrare paradossale -ma se uno ci pensa bene non lo �-, l'azione
> genuinamente altruistica � quella fatta controvoglia, fatta solo perch�
> *razionalmente* si sa che � giusto farla, per puro dovere morale, ma senza
> trarne alcun piacere di sentirsi buoni o magnanimi o giusti o speciali.
>
questo credo che sia un pensiero molto arguto anche se espresso, diciamo
cos�, frettolosamente. ovvero le espressioni "controvoglia",
"razionalmente",
"dovere morale" mi sembrano d'impaccio. Quello che avresti voluto dire...;)
� che un'azione distaccata, pu� essere un'azione perfetta.
E' perfetta in misura del distacco dall'azione stessa, da parte dell'agente.
L'azione deve essere l'unica ad agire e questo succede quando l'agente
sparisce e quindi non pu� indossare quegli orpelli che elencavi.