A famous portrait of Descartes hangs in Gallery 27 of The Louvre. It is the
work of Frans Hals, the same painter whom Bailly honors both early and late
with his portraitizing copy. There are a number of questions about the
provenance of the Hals' portrait, and in particular about how many portraits
Hals actually painted. An apparently identical painting is listed among the
possessions of a Berlin archive30; and countless copies have appeared on
textbook covers and professorial walls. In addition to the copies and
forgeries there may also have been a number of preliminary studies by Hals
himself. What we do know, however, is that there was at least this direct
contact between the painterly and philosophical masters: Descartes must have
sat for many hours for the painter. In one of the smaller Hals' portraits
Descartes has a more wild and disheveled appearance, suggestive perhaps of
Hals' own lost rendering of `The Boy in the Bubble.'31In that study of
Descartes, Hals gives the philosopher the characteristic eye-locking stare
and pose of a self-portrait -- a feature which is preserved, albeit less
dramatically -- in the Louvre portrait. In casting Descartes' portrait as a
self-portrait, Hals shows his understanding of the basic doctrine of
Descartes' philosophy: the insistence that self-conscious self-knowledge is
the foundation of philosophy and the defining characteristic of human
nature. There is at least this evidence, then, that the painters of this
period were conversant not only with the great philosophers of the classical
tradition, but also with the philosophical developments among then. If we
find in Hals' portraits an understanding of Descartes' most fundamental
doctrine, we find in the contemporary Dutch still life tradition both an
articulation of Cartesian self-consciousness and a phenomenological analysis
pointing beyond the limits of the Cartesian account.
Da una nota (inedita :-) di queffe:
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1.0.2.
Ho avuto sempre molta simpatia per quegli standard mimici di molti francesi,
come il fare spallucce ("je m'en fous"), o il sollevare un sopracciglio,
solo leggermente, con le palpebre a mezz'asta e la bocca un pò cadente ai
lati e lo sguardo disincantato ("merde"), e lo stringere le labbra, fare
boccuccia ("Nous, en France, non").
Queste cose si trovano ovunque, ogni comunità ne ha di proprie, e certamente
se potessi osservare la mia stessa faccia e le mie smorfie staccandomi
dall'abitudine a considerarle così normali da non accorgermene neppure,
scoprirei facilmente quali delle mie maschere e delle mie battute usuali
possono avere un effetto altrettanto buffo su uno che vive altrove ed è
abituato ad altri riti. E non ho mai mancato di osservare come questi vezzi,
mentre nelle persone di sesso maschile sono alquanto stucchevoli e sanno di
forzatura, in quelle di sesso femminile hanno una loro collocazione esatta e
un loro fascino, quasi che per le donne questi standard fossero parte di
processi più profondi e integri con la loro persona nella sua interezza.
...
(segue tutta una pallosa digressione sul linguaggio parlato e scritto, sulle
differenze sostanziali degli psichismi che li sottendono, e ve la risparmio
:-)
...
Ed ecco che io, guardando questa copia del ritratto di René Descartes (Frans
Hals, Louvre), mi trovo perplesso a osservare questa faccia dall'espressione
tutta francese, un'espressione che talvolta traspare particolarmente limpida
nei momenti da salotto del suo discorso. Mentre poi, quando riesco a entrare
nel suo ritmo e percepisco l'uomo e la sua acuta attenzione, questo
connotato disincantato, sufficiente, nonchalant e padrone di sé scompare, e
rimane soltanto una profonda tristezza. Un senso di lucida solitudine.
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Ti ringrazio per l'omaggio della nota che mi hai riportato.
Riguardo all'ultima proposizione, il termine "contemporary" non capisco bene
se si riferisca al tempo di Descartes o al tempo della nota (come sarebbe se
'still life' fosse invece 'still live'), con un significato tutto diverso
della proposizione stessa. Ambiguità del linguaggio :-))
Un saluto.
qf
> Da una nota (inedita :-) di queffe:
[...]
> ...
> (segue tutta una pallosa digressione sul linguaggio parlato e scritto,
sulle
> differenze sostanziali degli psichismi che li sottendono, e ve la
risparmio
> :-)
Tu sai che ti leggo sempre con piacere, per cui almeno per me fuori
questione la pallosità :)
> nel suo ritmo e percepisco l'uomo e la sua acuta attenzione, questo
> connotato disincantato, sufficiente, nonchalant e padrone di sé scompare,
e
> rimane soltanto una profonda tristezza. Un senso di lucida solitudine.
Caratterizza, penso, tutti coloro che si sono spinti un po' più oltre,
potremmo dire. Ricordo una lettera degli ultimi tempi di Ribera, colpito da
una serie di lutti e dalla malattia. Quante cose dietro la supplica
"ufficiale" rivolta ai monaci della Certosa...
> Ti ringrazio per l'omaggio della nota che mi hai riportato.
È stato un piacere. Ho salvato tutto il saggio (sui rapporti tra la
fenomenologia e la pittura di natura morta del Seicento), se trovo altri
elementi interessanti li posto qui.
> Riguardo all'ultima proposizione, il termine "contemporary" non capisco
bene
> se si riferisca al tempo di Descartes o al tempo della nota (come sarebbe
se
> 'still life' fosse invece 'still live'), con un significato tutto diverso
> della proposizione stessa. Ambiguità del linguaggio :-))
Per quanto la mia conoscenza dell'inglese mi permette, credo si riferisca al
tempo di Descartes. Nella natura morta del tempo di Descartes si
ritroverebbero un'articolazione dell'autocoscienza cartesiana e un'analisi
fenomenologica che punta al di là dei limiti della dottrina cartesiana
(forse un po' forzato per "Cartesian account", ma il senso grossomodo è
quello).
> Un saluto.
> qf
Salutoni
A. C.