Rafminimi
unread,Apr 25, 2013, 6:27:39 AM4/25/13You do not have permission to delete messages in this group
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Sul "consiglio della corona", tra peana clerical-pop e timori e incertezze
Chiesa e post concilio
Dove sta andando la Chiesa cattolica? È vero che quella visibile (la Chiesa
Una Santa è Viva e immacolata nel Suo Sposo) rischia di subire una
'mutazione genetica' o questa è già avvenuta nostro malgrado e ne vediamo
solo ora gli effetti? Siamo in tempo per rimediare e come?
giovedì 25 aprile 2013
Sul "consiglio della corona", tra peana clerical-pop e timori e incertezze
Inserisco di seguito un articolo di Mattia Rossi, redattore della rivista
«Liturgia culmen et fons». Esso è apparso alcuni giorni fa su Il Foglio, che
ha pubblicato altri interessanti articoli dello stesso autore, tra cui, il 4
aprile scorso: La Liturgia non può essere povera.
Sostanzialmente Mattia Rossi afferma e argomenta perplessità da noi già
espresse. Lo riprendo perché è apparso oggi su Messa in Latino, preceduto da
un commento un po' sopra le righe, che rischia di danneggiare l'autore ancor
più della sorprendente per non dire esagerata e inopportuna stroncatura di
Tornielli, pubblicata sul suo blog. C'è da aggiungere che non manca un
precedente, sempre nei riguardi di Mattia Rossi, sui "segnali di
discontinuità" dati dal nuovo papa. Sono rammaricata che la ricerca su
google offra solamente rinvii agli articoli di Tornielli moltiplicati anche
da diversi blog anche stranieri come "ripetitori", senza poter risalire agli
originali di Mattia Rossi da lui stroncati. Sarei grata a chi sappia
recuperarne i link o disponga dei testi.
Colpisce piuttosto che la segnalata sottolineatura venga fatta in simultanea
ad un articolo nel quale Tornielli riporta invece, senza alcun commento, le
dichiarazioni del vescovo Piero Marini circa le unioni di persone dello
stesso sesso [di cui abbiamo parlato qui]. Evidentemente i rischi di
demolizione della Chiesa dal suo interno non toccano più di tanto uno dei
vaticanisti più gettonati anche all'estero.
Cito la conclusione:
È sempre difficile fare previsioni, e con queste poche righe non intendo
certo depotenziare la portata delle critiche messe in pagina dal «Foglio».
Mi limito soltanto a dire, sommessamente, che il papato, essendo già
sopravvissuto alla «novità epocale» del 1288, forse sopravviverà anche alla
«novità epocale» del 2013.
Tornielli, prima lancia il sasso poi si dichiara sommessamente tranquillo
sulla sopravvivenza del papato alla novità epocale del 2013, alla stregua
della sopravvivenza dello stesso alle "novità epocali" del 1288. A parte la
totale assenza di argomentazioni e il confronto non appropriato tra i due
eventi innovativi sulla base della realtà statuale del papato di allora, mi
chiedo la ragione di questa 'gogna mediatica' imposta ad una delle voci
"fuori dal coro".
Nel frattempo c'è chi vede anche nell'eliminazione del numero ordinale al
nome del papa, giustificato da sommarie comunicazioni vaticane, un aspetto -
mentre gli altri non sono pochi né di poco conto - del progetto di modifica
della figura del pontefice per privarla delle caratteristiche che gli sono
proprie, segnalando come ulteriore indizio la sparizione del pallio dallo
stemma papale, che non è una dimenticanza perché la notazione è presente
sulla sua descrizione nel sito della Santa Sede; eppure essa è passata sotto
silenzio. È vero che non è tradizione recente che i Papi lo rappresentino
nel loro stemma. Tuttavia il pallio è la tipica insegna liturgica del Sommo
Pontefice, e compare molto spesso in antiche raffigurazioni papali. Indica
la prerogativa di pastore del gregge a Lui affidato da Cristo ed è un'altra
delle scelte di Benedetto XVI abbandonata dal suo successore.
Si alzeranno le "voci del coro", definito sottilmente da Gnocchi e Palmaro
clerical-pop[1], per dire "si tratta solo di paramenti, di elementi
esteriori". Ma come si fa a ignorare che ci sono gesti e anche elementi
esteriori che sono un chiaro specchio delle intenzioni interiori? E che non
si tratta di formalismi ma di attentato alle "essenze" attraverso un
indiscriminato abbandono e /o sovvertimento della "forma"? Da tutto quanto
abbiamo visto e sentito finora - e non siamo i soli a dirlo - "sembra si
voglia limitare o ridimensionare, se non addirittura negare, il Primato
Petrino in favore di una più ampia collegialità episcopale, non più solo
consultiva, ma anche autonomamente deliberativa".
E dunque facciamo in modo che le "voci fuori dal coro" non siano titubanti
nell'esprimere e motivare le loro ragioni illuminate dalla Fede di sempre.
Nuovo passo «verso la demolizione del papato»?
Quella che è stata salutata come il primo segnale verso la tanto bramata
riforma della Curia, la nomina da parte di Francesco di una commissione di
otto "saggi" - i quali, per inciso, non hanno mai avuto esperienza alcuna
della Curia: una sorta di "grillismo" vaticano (ma, a proposito, sapranno i
cardinali riformator-curiali trovare i bagni del Vaticano?) -, porta con sé
una novità epocale: mai, nella storia della Chiesa, un Sommo Pontefice si
era avvalso di un organo consultivo.
Da più parti, nel mondo tradizionalista, è stato messo in evidenza come
anche quest'ultimo atto di Papa Francesco vada nell'esatta direzione di
ennesimo tentativo demolizione del concetto di papato - inteso come divina
istituzione di un "primus super pares" - in favore di una collegialità
episcopale all'interno della quale il Papa, che diventa nientemeno che il
"vescovo di Roma" e basta, è un "primus inter pares".
Certo, il Papa rimarrebbe come decisionista ultimo, è vero, epperò è
altrettanto vero che tale nuovo organismo viene a rappresentare una palude
di sabbie mobili per la stabilità della gerarchia apostolica e del primato
petrino.
La fonte legittimatrice di tale dottrina di collegialità orizzontale è il
numero 22 della costituzione "Lumen gentium" partorita dal Concilio Vaticano
II: "L'ordine dei Vescovi (.) insieme col suo Capo il Romano Pontefice, e
mai senza questo Capo, è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta
la Chiesa".
Secondo le più innovatrici interpretazioni di tale passo (che, si dice, fece
piangere amaramente Paolo VI), appunto, il Papa non dovrebbe più conservare
un primato verticale sugli altri vescovi, ma solamente un primato
orizzontale, onorifico, nel quale egli sarebbe un vescovo e le varie
conferenze episcopali altro non sarebbero che organi consultivi.
Ora, è evidente che con la creazione della commissione degli otto cardinali,
esplicitamente chiamati per "affiancare" il "vescovo di Roma" nel governo
della Curia, non si fa altro che istituzionalizzare i sospetti che arrivano
da destra circa la nuova teoria di collegialità.
E lo ha anche dichiarato, sul Corriere della Sera di lunedì, monsignor
Marcello Semeraro, segretario del gruppo degli otto, il quale ha definito il
neonato consiglio "uno strumento che si aggiunge, in aiuto al Pontefice",
"un piccolo sinodo di comunione che riunisce vescovi di tutto il continente
(.) Non c'è solo collegialità, c'è comunione".
Se i timori di quanti paventano un ridimensionamento, più che della Curia,
del papato, saranno fondati, lo si potrà definire solamente nel tempo.
Intanto, la dottrina cattolica è quella del Magistero di sempre.
Il Papa è papa, sì, perché è vescovo di Roma, ma proprio perché Roma, da
sempre, sin dal cristianesimo primitivo, conserva un primato di
universalità- Egli è Papa perché regge l'Orbe cattolico con un governo
assoluto.
Il Papato, al netto della scomparsa del triregno, è un'istituzione
monarchica assoluta di derivazione divina, prima di essere "una comunione"
con il collegio episcopale.
Se la de-sacralizzazione dell'istituzione, con il consiglio degli otto,
portasse il papato a una banalissima democrazia episcopale rappresentativa
con il vescovo di Roma quale portavoce, avrebbe, come già evidenziava De
Mattei (Il Foglio del 28 marzo scorso), tremende ricadute teologiche: « il
Papa prima di essere un uomo è un'istituzione divina: prima di essere il
Papa è il papato ».
Mattia Rossi
© IL FOGLIO, 19 aprile 2013
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1. Da un saggio di Lucio Spaziante: « La cultura pop si contraddistingue
come una cultura del fare piuttosto che del sapere, dove per lasciare spazio
alla spontaneità si preferisce non sapere, dove la pratica conta più della
teoria. Chi ascolta rock sa che in quel mondo è per la prima volta padrone
di un territorio. Non ci sono professori, non ci sono migliaia di libri da
leggere, la cultura e la politica da capire. Basta amare un cantante, a
volte imitarlo, indossare gli stessi abiti mentali e fisici e ci si auto
genera socialmente. Nel pop non c'è un reale sforzo di teorizzazione. I
contenuti, per essere esplicitati, devono essere estratti... Il pop riesce a
sfondare, in Italia come altrove, nonostante la barriera linguistica
dell'inglese. Il motivo risiede probabilmente nel fatto che il senso della
parola è l'ultima cosa che si coglie ».
Pubblicato da mic alle 11:19
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