Sono considerazioni condivisibili, ma con una serie di precisazioni.
La più importante: la questione non è tanto che "non bisogna fare"
esercizi per sviluppare i muscoli delle dita, ma che proprio esercizi
di questo genere *non possono esistere*, perché, semplicemente,
suonando il pianoforte la muscolatura delle dita (e della mano) non si
sviluppa. Punto.
In una mano normale, di un non pianista intendo, i muscoli per "premere
i tasti" ci sono già tutti; la "forza" c'è già (ricordiamo che per far
scendere completamente un tasto di uno strumento moderno occorre
applicare un peso non superiore ai 60 grammi, un'inezia).
Quello che manca, e che costituisce lo scopo dell'addestramento del
pianista, è la capacità di utilizzarli al meglio e di ottenere il
massimo risultato col minimo sforzo.
In termini tecnici si dice "dissociazione muscolare", cioè la capacità
di attivare solo i muscoli necessari per eseguire un certo movimento,
senza cioè attivare nel contempo altri muscoli contigui che producono
un effetto di contrasto all'azione dei primi (caso tipico: la
contrazione dell'avambraccio nei passaggi veloci).
Quindi anche l'esercizio illustrato (sulla cui logica sono stati
scritti interi metodi, a cominciare dal Pischna), non è affatto
da buttare, a patto che venga eseguito con la finalità corretta,
ossia per sviluppare l'indipendenza delle singole dita o di gruppi di
dita, e non una fantomatica "forza" o "resistenza" nelle medesime.
Così anche Hanon e tutti gli altri.
Il che, in buona sostanza, significa eseguirlo con lentezza, e
concentrandosi sull'azione delle singole dita o gruppi di dita interessati
piuttosto che, ad esempio, sulla rapidità o sul volume di suono.
Alcuni distinguo, poi.
Intanto non è vero che "nelle dita non ci sono muscoli": ci sono
eccome, si chiamano "lombricali", non servono a flettere ed estendere
le dita (perché - come giustamente viene rilevato - sono i muscoli
flessori dell'avambraccio a farlo), ma le falangi e - ancora più
importante -
servono a tenere costantemente in assetto il dito con la leva formata
dal dorso della mano e l'avambraccio.
Tenere le dita "molli" può essere un difetto dell'esecutore, che magari
è bravissimo nella parte iniziale del gesto - poniamo: la classica
"caduta" - quindi nel far partire il movimento dal braccio, mettendoci
il "peso", ma essendo appunto la parte terminale "molle" ha il
risultato disperdere questo peso e vanificare il gesto.
Conseguenza: suono soffocato e successiva contrazione dell'avambraccio.
Occorre quindi essere consapevoli di avere dei muscoli anche "lì",
per fare mente locale e tenerli sempre all'erta.
Qui l'altro punto. Mi spiace per il buon Casella, ma sono convinto che
una minima
infarinatura sull'anatomia della mano e del braccio non faccia proprio
per niente male
al pianista di qualunque livello: sapere quali muscoli entrano in gioco
nei gesti pianistici contribuisce a rendere più comprensibili e
replicabili le indicazioni degli insegnanti che spesso (non sempre,
dipende dall'insegnante ovviamente) sfiorano l'esoterico. :-)
ciao
E