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Bianchi cavalli d'agosto
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Gunmen  
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 More options May 22, 2:16 pm
Newsgroups: it.arti.cinema
From: "Gunmen" <uland...@alice.it>
Date: Thu, 22 May 2008 20:16:18 +0200
Local: Thurs, May 22 2008 2:16 pm
Subject: Bianchi cavalli d'agosto
Un affettuoso saluto ai miei lettori

Oggi vorrei riprendere il mio ciclo di retrospettive dedicate al cinema
di Raimondo Del Balzo, un autore ingiustamente dimenticato dalla critica ma
molto amato da una certa nicchia di pubblico di qualità, attenta a cogliere
certi passaggi del comportamento umano e non certo classificabile come
qualunquista sentimentale.
L'enorme successo di pubblico consente a Del Balzo di girare il suo secondo
film subito dopo il suo primo capolavoro, L'ultima neve di primavera.
Il discorso psicopedagogico iniziato con il primo film sembrava aver
approfondito alcuni aspetti delle tematiche tanto care all'autore romano
rivelando però alcune incertezze registiche e una certa faciloneria nel
caratterizzare taluni personaggi di contorno, focalizzando, c'è da dire in
maniera superba, il difficile rapporto tra padre e figlio.
Stavolta Del Balzo si accorge che è necessario rendere, con una certa
enfasi e convinzione stilistica, aspetti forse ritenuti marginali da un
pubblico facilone filopopcorn ma fondamentali per un autore che intende dare
profondità alla sua poetica cinematografica come insegnano taluni maestri
della Nouvelle Vague.
Così, accanto alla tenera e struggente storia di Bunny (ancora una volta,
il grande Renato Cestiè), ritroviamo il ritratto "in nero", di per se'
autosufficiente e autofunzionale (e autoreferenziale) alla storia, di una
coppia di genitori totalmente alla deriva, sia nei (mal)costumi tipicamente
borghesi, sia nella muta incomunicabilità tipica di una coppia messa insieme
dalle circostanze e costretta in una prigione esistenziale eretta dall'amore
per il proprio figlio.
La vicenda è ambientata sul Gargano, i protagonisti sono una famiglia
americana, i Kinsburg, venuta a trascorrere le vacanze estive in un ridente
paesino collocato nei pressi del promontorio.
Il piccolo Bunny, figlio di Lea e Nicolas, è un bambino sensibile, soggetto
a taluni alti e bassi emotivi condizionati dal difficile rapporto tra i
genitori che, benchè si sforzino di celarlo al bambino, è tangibile dal
giovane come se fosse in possesso di un sesto senso tutto prerogativa dei
bambini della sua età.
Nelle sequenze inziali, Del Balzo ci mette al corrente della difficile
situazione generazionale vissuta dal giovane Bunny che trova conforto
soltanto nel suo fido Clipper, una versione, sbiadita ma funzionale, del
cane Lessie.
Il tema della vancanza estiva viene proposta come un'evasione dal frenetico
modo di vivere americano, la giungla di cemento della grande mela pervasa da
quella gelida monotonia, dagli sguardi assenti dei camminatori di Manhattan,
taxi giallo pallido a causa dell'effetto corrosivo delle piogge acide.
In contrapposizione Del Balzo ci mostra le soleggiate cime del Gargano,
quasi un paradiso in terra paragonato alla grigia New York meccanica, grandi
panoramiche, lunghi piani sequenza, fotografia sublime.
L'unico collante a tenere ancora insieme Nicolas e Lea è proprio il piccolo
Bunny, dado impazzito di questo gioco pericoloso fatto di tradimenti e
false promesse di amore eterno; Lea, alla prima occasione, instaura una
relazione sentimentale con Aldo, un giornalista guascone alla ricerca di
amori facili, Nicolas da parte sua, non prova più nessuna attrazione per
Lea, prigioniero del suo intellettualismo americano, nutrito solo da visite
a musei e rappresentazioni teatrali, sembra non esserci spazio per Lea,
americana di origini italiane, legata alla famiglia e incline a un certa
mondanità, popolare forse, ma sana.
Nicolas, dal canto suo, vive in una condizione di sonnambulismo
esistenziale, non ha nessuna reazione quando sorprende Lea a letto con Aldo
di ritorno da un'ennesima escursione nei pressi di Pompei, anzi, senza
battare ciglio si imbarca in altre escursioni culturali alla volta di Roma e
Venezia, lasciando al subconscio la sua condizione di padre assente.
Alcuni anni prima, De Sica proponeva un ritratto analogo con il film Una
breve vacanza, dove una meravigliosa Florinda Bolkan condivideva la medesima
condizione esistenziale di Lea, la vacanza -per malattia- era un escamotage
per trasferire taluni personaggi della classe operaia in un contesto per
loro fuori dal mondo ma sorprendentemente naturale nella sfera sentimentale,
dove non esistono classi sociali.
Alcuni anni dopo, il grande Zinnemann proporrà un quadro analogo nel suo
ultimo grande capolavoro, Cinque giorni un'estate, dove un attempato Sean
Connery, durante una vacanza invernale sulle alpi svizzere, si troverà, suo
malgrado, coinvolto in un gioco sentimentale dove lui stesso costituisce la
carta perdente e solo grazie a un gioco del destino, più forte di qualsiasi
roulette sentimentale, riuscirà a capovolgere la mano realizzando il colpo
vincente.
Ancora più forte è il richiamo a un vecchio film del 1933 del tedesco Robert
Siodmak, Segreto ardente, il film che Kubrick non (ri)fece mai, lasciando
poi il progetto all'inglese Andrew Birkin che adattò splendidamente il
romanzo di Stefan Zweig nel 1988.
Nel film di Siodmak il piccolo protagonista condivide un dramma analogo a
quello vissuto da Bunny nel film di Del Balzo, entrambi sono figli della
solitudine esistenziale vista come ologramma ossessivo-compulsivo dei
genitori che sono intrappolati in un continuo atto proiettivo di se stessi,
uno attraverso la continua ricerca di simboli metafisici nascosti in chissà
quale reperto artistico e alla ricerca di chissà quale sindrome di Stendhal,
l'altro che tenta compulsivamente di soffocare la sua solitudine
intrattenendo relazioni occasionali in figure di paterna reminiscenza.
Questo stato di ipnosi esistenziale viene interrotto da due episodi, prima
debolmente, poi definitivamente, quando il piccolo Bunny rischia la vita
insieme a Pasqualino, il figlio del portiere dell'albergo, mentre sono alla
ricerca dei resti del malvagio capitano Malek.
Soltanto l'intervento di Clipper scongiura la tragedia.
Sul finale, Bunny cade da uno strapiombo ferendosi gravemente a una gamba, i
genitori, adesso riuniti, sono finalmente capaci di destarsi dal loro
egoistico dormiveglia, focalizzano finalmente la loro posizione relativa nei
confronti di Bunny, sono in grado di mettersi alle spalle l'ossessione
esistenziale che li aveva fino a quel momento ghermiti, adesso Lea e Nicolas
sono una nuova coppia, non di marito e moglie ma di uomo e donna, proiettati
verso il ruolo naturale di made e padre.
Di grande impatto simbolico è il sogno ricorrente del piccolo Bunny, la
corsa frenetica di bianchi cavalli sotto il sole d'estate, forte la
somiglianza con la sequenza inziale del film di Pollack Non si uccidono così
anche i cavalli, ma totalmente agli antipodi il messaggio simbolico, qui i
cavalli prendono vita come se fossero plastifcati in una giostra per
bambini, divertente ma fredda e smorta, prendendo vita esplicano la voglia
di vivere del piccolo Bunny, incapace di trovare appagamento nei ludici
intrattenimenti dei suoi coetanei.
Merita, Del Balzo, l'appellativo di incisore del cinema, magistrale la sua
capacità di infondere forza e simbolismo in ogni immagine, in ogni gesto,
come se la macchina da presa fosse uno scalpello e la pellicola una
superficie pietrosa da trattare all'acquaforte.
Una menzione particolare va fatta ai due, bravissimi protagonisti, Jean
Seberg e Frederik Stafford, che pochi anni dopo, nello stesso anno, per un
drammatico gioco del destino, troveranno una morte tragica, lei per
suicidio, lui in un incidente d'aereo, buona visione.


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