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Blaz3r e i disinformatori - Il caso Christiane F.
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Alessia Guidi  
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 More options Jan 10 2004, 4:29 pm
Newsgroups: free.it.religioni.scientology
From: Alessia Guidi <alessia.gu...@libero.it>
Date: Sat, 10 Jan 2004 21:29:31 GMT
Local: Sat, Jan 10 2004 4:29 pm
Subject: [2] Blaz3r e i disinformatori - Il caso Christiane F.
Dopo aver analizzato cinque dei sei punti elencati da Blaz3r sul suo
sito http://digilander.libero.it/Blaz3r/, vediamo ora quello che
riguarda il libro "Christiane F. - Noi, i ragazzi dello Zoo di
Berlino".

Blaz3r scrive:
<<Neanche a dirlo, nel documento incompleto pubblicato da Martini,
ossia la storia raccontata dall'autrice, l'ex-tossicodipendente
Christiane F., mette in cattiva luce la comunità di recupero dalla
tossicodipendenza Narconon e la Chiesa di Scientology.
Ma, conoscendo i "difetti visivi" di Martini e dei suoi soliti
colleghi (CESAP, Alessia Guidi, eccetera), mi sono procurato una copia
del libro, ormai quasi introvabile, e l'ho letto attentamente, sicuro
che avrei trovato omissioni e inesattezze.
Infatti, puntualmente, emerge la tendenziosità della "informazione" di
Martini: dal libro fanno capolino parecchie affermazioni dell'autrice
(evidenziate in giallo nel documento cui si può accedere tramite il
link qui sotto) chiaramente favorevoli al Narconon, ovviamente
ignorate in toto dai signori del Cesap e da Martini.>>

Più che di difetti visivi di Martini mi sembra si tratti di difetti di
comprensione di Blaz3r. Anche io mi sono procurata il libro
(trovandolo con estrema facilità, basta rivolgersi ad una qualsiasi
biblioteca comunale o scolastica) e a distanza di oltre 20 anni me lo
sono riletta. E ancora dopo 20 anni ho provato un forte pugno allo
stomaco, perché la storia di Christiane è davvero sconvolgente e non
può non far riflettere.

Blaz3r sostiene che Martini e i suoi "colleghi disinformatori" hanno
ignorato affermazioni di Christiane favorevoli al Narconon. Leggendo
gli estratti che Blaz3r pubblica si potrebbe pensare che sia davvero
così. Leggendo il libro nel suo complesso, invece, ci si accorge che
quegli estratti sono estrapolati dal loro giusto contesto e non
permettono una chiara visione di insieme. È vero che Christiane ad un
certo punto si intestardisce a voler tornare al Narconon, ma cerchiamo
di capire perché. Per farlo occorre prima parlare di lei e del suo
background.

Christiane e la sorella minore, ancora bambine, vengono catapultate da
un'infanzia felice in un paese di campagna, dove ognuno vale per ciò
che è, alla tetra realtà di un quartiere dormitorio di Berlino, alla
sua mancanza di spazi in cui i bambini possano giocare in
tranquillità, ad una realtà di prevaricazione dove solo i più
aggressivi e prepotenti vincono. Per sopravvivere bisogna emergere in
qualche modo.

I genitori sognano il benessere e la famiglia si trasferisce a
Berlino. La madre non fa che promettere alle figlie un'esistenza
piacevole, promessa che si scontra inevitabilmente con la triste
realtà del vivere quotidiano. Il padre è uno sfaccendato violento con
la tendenza al bere. La madre è l'unico sostentamento economico della
famiglia, di giorno è fuori per lavoro e al ritorno sembra occuparsi
più della casa che della figlie. Sfinita dalle botte e stanca
dell'atteggiamento del marito, ad un certo punto prende le bambine e
lo lascia. Inizia una nuova relazione convivente con un altro uomo, e
al peso del lavoro si assomma il desiderio di ricostruirsi una vita
con un nuovo compagno. Va da sé che le figlie si sentono abbandonate,
incomprese e comunque lasciate a se stesse. La minore sceglie di
vivere con il padre, mentre Christiane resta con la madre. Il distacco
è molto doloroso e l'unico affetto che la ragazza pensa le sia rimasto
è il suo cane. Ma il nuovo compagno della madre decide che nel piccolo
appartamento non c'è posto per un grosso alano, e lo da' via.

A 12 anni Christiane inizia a frequentare un centro giovanile della
chiesa evangelica in cui circolano droghe leggere. I "fighi" si
drogano, e lei vuole essere "figa". Ha un bisogno estremo di
ribellione all'ordine costituito, di accettazione e di rivincita.
Siamo alla metà degli anni settanta, quando Berlino venne
letteralmente inondata di eroina. Adesso i più fighi sono quelli che
bucano. E Christiane inizia a bucare. Si sente grande, accettata, la
droga la distoglie dalle amarezze quotidiane. Conosce e si innamora di
un ragazzo poco più grande di lei, e tra loro nasce un rapporto molto
intenso. Detlef diviene il suo punto di riferimento, ma anche Detlef
si buca. Per procurarsi la droga i due, come tantissimi altri
adolescenti, iniziano a prostituirsi alla stazione Zoo della
metropolitana di Berlino.

Dopo circa un anno dall'iniziazione all'eroina, la madre della
quattordicenne Christiane prende coscienza della situazione della
figlia. Cerca di fare qualcosa, ma l'ignoranza è tanta e le
istituzioni sono assenti. Aiuta Christiane e Detlef nella prima di una
lunga serie di dolorose quanto ingenue ed inutili "disintossicazioni"
casalinghe. I due, per festeggiare la riconquistata libertà dalla
droga, corrono puntualmente e inevitabilmente alla ricerca di un nuovo
buco. E la discesa verso la distruzione totale continua. La madre di
Christiane si sente sola, impotente, abbandonata. Le istituzioni non
sanno fronteggiare l'ondata di eroina che ha travolto Berlino e, se
ancora qualcosa riescono a fare per i tossicodipendenti adulti, sono
assolutamente impreparati ad affrontare i tossicodipendenti bambini o
adolescenti, con le problematiche tipiche dell'età che si assommano a
quelle drammatiche della loro condizione. I passaggi in cui la madre
di Christiane racconta il suo travaglio tra un'istituzione e l'altra
sono agghiaccianti. Così come è agghiacciante il rapporto del
direttore del consultorio di psicologia sociale della Charitas a cui
Christiane si rivolgerà in seguito. I posti in comunità pubbliche e
private sono pochissimi, e sono generalmente riservati ai
tossicodipendenti adulti. Gli assistenti sociali si rendono conto di
essere impreparati ed impotenti di fronte alle problematiche dei
tossicodipendenti adolescenti o bambini, e riservano i pochi posti
disponibili a persone in cui riescono a ravvisare una qualche
possibilità di recupero. Per loro Christiane (come la sua amica Babsi)
è irrecuperabile. Con tutto il cinismo e l'amarezza, la disperazione
che un'affermazione del genere si porta dietro, si rendono conto che è
del tutto inutile dedicare le poche energie di cui dispongono a chi ha
pochissime probabilità di riuscita. Preferiscono concentrarsi su chi
pensano ce la possa fare. Dal rapporto del direttore del consultorio
si legge che nel giro di tre anni (1974/77 circa) la percentuale dei
tossicodipendenti della Germania occidentale e di Berlino ovest di età
compresa tra i dodici e i sedici anni è passata da zero al 20%.

La madre di Christiane passa da una porta chiusa all'altra, fino a
quando è la ragazza stessa a parlarle del Narconon. La comunità è ben
nota tra gli amici. È la preferita da chi frequenta il giro dei
"bucomani". Un motivo ci sarà, non vi pare? Gli estratti pubblicati da
Martini iniziano proprio in questo punto: <<Dissi allora che volevo
andare al Narkonon. Il Narkonon era il centro terapeutico di una
setta, della Chiesa scientista. Nel giro c'erano dei bucomani che
erano stati al Narkonon e che raccontavano che era un posto come si
deve. Al Narkonon non c'erano condizioni per essere accettati se si
pagava in anticipo. Si poteva continuare a portare i propri ciaffi da
bucomane, si potevano portare i propri dischi e persino gli animali.
La consulente del centro (si tratta di un centro per la droga di
orientamento alle comunità. n.d.s.) disse che dovevo riflettere sul
perché così tanti bucomani raccontavano che la terapia al Narkonon era
tanto divertente e sul perché, avendola fatta, continuavano a bucare
tutti contenti. Lei comunque non conosceva un solo caso di terapia
riuscita al Narkonon>>.  

Il libro (estratti non pubblicati da "Allarme") continua così: <<Le
chiesi che cosa dovevo fare se negli altri centri di terapia non avevo
nessuna possibilità di entrarci. Lei allora mi diede l'indirizzo del
Narkonon. [...] Quando mia madre arrivò le dissi: "Adesso mi
disintossico definitivamente al Narkonon. Ci starò un paio di mesi o
anche per un anno, e poi sarò veramente pulita".
Mia madre si comportò come se non credesse più neanche una parola di
quello che dicevo. Ma si attaccò lo stesso immediatamente al telefono
e tentò di raccogliere informazioni sul Narkonon.>>

Intanto passano i giorni e Christiane tenta un'altra disintossicazione
casalinga. Vuole arrivare al Narconon pulita. Trascorre quattro giorni
di dolorosa astinenza e quando è in grado di alzarsi che fa? Per la
prima volta si prostituisce con un automobilista per rimediare i venti
marchi che le servono per arrivare a 40, il costo di una dose. Dice a
se stessa che sarà l'ultimo buco prima della terapia.  Il racconto
continua: <<in realtà il mio ultimo giorno da bucomane me lo ero
immaginato diverso. Riflettevo se non fosse il caso di starci ancora
un altro giorno a cazzeggiare ancora per il Kudamm prima di andare al
Narkonon.
Poi venne mia madre e mi chiese dove avevo passato il pomeriggio.
Dissi "Al Kudamm". Lei mi fece notare "volevi andare già oggi al
Narkonon, per informarti di tutto".
Scattai immediatamente e cominciai a strillare: "Cristo! Lasciami in
pace. Non ho avuto tempo. Lo capisci?" Mia madre mi rispose urlando
"Ci vai da stasera al Narkonon. Vai a preparare le tue cose. Fin da
stasera al Narkonon ci rimani".>>

Gli estratti pubblicati da "Allarme" riprendono da questo punto,
quando Christiane e la madre si presentano al Narconon e la ragazza,
che non viene perquisita e a cui viene concesso di andare al bagno da
sola, si spara immediatamente un buco. Il racconto prosegue con le
sensazioni ed osservazioni sulle due settimane trascorse in comunità,
da cui fuggirà assieme ad alcuni compagni: <<Ce la facevamo quasi
sotto per la gioia di farci un buco>>.

Christiane continua il suo racconto: <<Scappai dal Narkonon ancora due
volte. L'ultima volta rimasi in giro per quattro giorni. Per la prima
volta dunque feci la vagabonda.>>

Dopo la terza fuga la ragazza apprende che l'amato Detlef è andato a
Parigi con un amico per tentare insieme di disintossicarsi. Le cade il
mondo addosso. Detlef è partito senza di lei, senza nemmeno
avvertirla: <<Non avevo più un ragazzo. Ero completamente sola al
mondo perché con Babsi e Stella ricominciavano le vecchie litigate per
qualsiasi stronzata. Avevo solo Janie [il cane].>>

Gli estratti pubblicati da Blaz3r iniziano a questo punto del libro, e
sono gli estratti che secondo lui Martini avrebbe volutamente omesso
perchè parlavano favorevolmente del Narconon.
Christiane, che si sente abbandonata e sola al mondo, con l'unica
compagnia della sua cagnetta Janie, decide di tornare al Narconon. Ma
la madre, esasperata dal comportamento della figlia e dalla scarsa
professionalità, inefficienza e inutilità dimostrata dalla
costosissima comunità, per pagare la quale si è indebitata, è già
andata a ritirare le sue cose e si oppone ad un suo rientro.

Frattanto anche il padre, con cui la ragazza non ha praticamente
rapporti da anni, rientra nella sua vita con l'ingenua convinzione di
poter fare qualcosa. Il libro spezza le vicissitudini di Christiane
con il racconto della madre, la quale spiega tra l'altro i motivi per
cui aveva permesso all'ex marito di occuparsi della ragazza: <<Non
ritenni affatto una valida soluzione che il mio ex marito, ora, dopo
che eravamo incappati nel Narkonon, prendesse con sé Christiane, per
condurla finalmente alla ragione, come lui disse. A prescindere dal
fatto che lui non poteva badare a lei a tempo pieno, io, per via del
rapporto tra me e lui, avevo - come dire - difficoltà psicologiche a
digerire di lasciargli Christiane. Già poco tempo prima la sorella di
Christiane era tornata da me perché suo padre si comportava troppo
severamente.
Ma non ci capivo più niente e speravo: forse con i suoi metodi lui ce
la fa in quello che a me non è riuscito, ma non voglio escludere che
questo me lo sia raccontato solo per sfuggire momentaneamente alla mia
responsabilità nei confronti di Christiane. Dopo la sua prima
disintossicazione ero permanentemente in una doccia scozzese di
speranze e disperazione, fisicamente e psicologicamente allo stremo
quando pregai il padre di Christiane di intervenire>>.

Inciso: gli estratti pubblicati da Blaz3r tagliano di netto,
riportando solo un <<... [poche pagine più avanti]>>, il racconto
della madre di Christiane. SEI PAGINE in cui la donna parla della sua
esperienza, compresa quella con il Narconon di cui dice: <<Il giorno
dopo misi assieme 500 marchi e li portai al Narkonon. Poi mi feci dare
un prestito di 1.000 marchi e li pagai nel giorno di colloquio con i
genitori. I colloqui con i genitori erano tenuti in genere da un ex
tossicodipendente. Il suo passato proprio non gli si riconosceva.
Grazie al Narkonon - diceva - era diventato un altro uomo, e questo a
noi faceva effetto. Lui mi rassicurava anche dicendomi i progressi che
Christiane faceva. In verità ci recitavano una commedia e avevano
preso di mira i nostri soldi, più tardi venni a sapere dal giornale
che il Narkonon apparteneva ad un'equivoca setta americana che voleva
guadagnarsi del denaro a spese dell'angoscia dei genitori.
Ma come tutte le cose lo capii solo dopo che il pasticcio era fatto.
Per il momento credetti che Christiane fosse in buone mani e ce la
volevo lasciare il più a lungo possibile. Perciò avevo bisogno di
soldi.>>

L'esperienza di Christiane con il padre si rivela prevedibilmente
fallimentare e la ragazza riprende la solita vita di prostituzione e
"pere".

Perché Christiane voleva tornare al Narconon? Credo non sia difficile
capirlo.

Il Narconon era l'unica comunità ad avere sempre un posto, bastava
pagare almeno un mese in anticipo. Era l'unica in cui si potevano
portare <<i tuoi ciaffi da bucomane>>, l'unica da cui si poteva
fuggire senza problemi, l'unica che accettava la sua cagnetta Janie.
Ma soprattutto era l'unica che Christiane conosceva. Era consapevole
di avere deluso la madre, molti amici erano già morti, Detlef era
partito e si sentiva sola al mondo.

Quella che Blaz3r presenta come "autodeterminazione" di Christiane di
cui i genitori cattivi paiono non volere tenere conto è in realtà
soltanto una scelta emotiva dettata dalla disperazione del momento. E
questo nel libro risulta molto evidente. Christiane non sta scegliendo
serenamente tra una rosa di possibilità. È semplicemente disperata, e
la disperazione le fa dimenticare le condizioni della comunità
(<<sporca lurida con le cose sparse dappertutto>>; <<Non ero veramente
una viziata col mangiare. Ma quella roba che ti davano non riuscivo
quasi a mandarla giù. E pensavo che per tutti quei soldi potevano
anche offrirti qualcosa di meglio da mangiare. Anche perché oltre a
questo non avevano molte altre spese>>; <<uno dei primi divieti che
c'erano al Narkonon era quello che non si poteva fare amicizia con
nessuno [...] mi fu chiaro che in tutto il tempo che ero stata lì non
avevo mai veramente chiacchierato con qualcuno>>; <<nella lavanderia
non si riusciva mai ad entrare perché la ragazza che aveva le chiavi
se ne andava continuamente per tornare nel giro. Che comunque ce
n'erano un paio che se la svignavano per procurarsi un buco e
tornavano quando gli pareva [...] queste cose mi buttavano proprio
giù>>; <<ero completamente distrutta perché semplicemente non avevo
abbastanza tempo per dormire. Dissi "Okay, le vostre terapie sono
anche fighissime, sono veramente buone. Ma i miei reali problemi non
li risolvono. Perché tutto è solo un tormento. Voi tentate
regolarmente di tormentarci. Ma io ho bisogno di qualcuno con cui
parlare ogni tanto dei miei problemi. Ho assolutamente bisogno di un
po' di tempo ogni tanto per confrontarmi con i miei problemi ".>>).

Indicativa credo sia una frase di Christiane quando, dopo l'esperienza
fallimentare del Narconon, la fuga dall'ospedale psichiatrico e il
mancato tentato suicidio, si affida ad un consultorio per la droga:
<<Per una settimana andai ogni giorno al consultorio. Lì finalmente
potevo parlare. Era la prima volta che arrivavo in un posto e mi si
faceva parlare. Fino a quel momento mi avevano sempre chiuso il becco.
Mia madre mi aveva sempre riempito la testa di chiacchiere, mio padre,
quelli del Narkonon, tutti. Adesso, al consultorio della mensa del
Politecnico, potevo raccontare e capire da sola quello che mi
succedeva.>>.

Blaz3r accusa Martini e i "suoi colleghi" di avere omesso passaggi del
libro a suo dire pro-Narconon, e perciò di essere "disinformatori
professionisti" e "faccendieri dell'informazione". Si premura di
pubblicare quei passaggi estrapolandoli completamente dal loro
contesto, "dimenticando" però di dire che:

- Babsi, l'amica di Christiane ospite del Narconon, affetta da epatite
non diagnosticata da chi l'aveva in "cura", morirà di overdose pochi
giorni dopo essere fuggita dalla comunità, diventando così la più
giovane vittima dell'eroina in Germania (14 anni);

- Con la stessa "autodeterminazione" con cui Christiane desiderava
restare al Narconon (comunità a cui avrebbe potuto tornare, se
l'avesse realmente voluto, nei momenti in cui sfuggiva al controllo
del padre e che invece trascorreva nel vecchio giro prostituendosi e
bucandosi) si farà ricoverare in un ospedale psichiatrico conosciuto
come "Bonnie Ranch", da cui poi fuggirà alla prima occasione;

- Con la medesima "autodeterminazione" cercherà vanamente di spararsi
il buco definitivo in un cesso della metropolitana, per farla finita.

Ciò che mi sembra evidente è che i passaggi del libro "Christiane F. -
Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino" pubblicati da "Allarme
Scientology" possono essere proposti fuori dal loro contesto e non
perdere assolutamente di significato. Si tratta di semplici
osservazioni e descrizioni di momenti di vita, accompagnati dalle
riflessioni e conclusioni della madre di Christiane.

Gli estratti estrapolati da Blaz3r cambiano completamente di
significato quando non inquadrati nel loro giusto contesto storico ed
emotivo. Chi è che disinforma?

Infine, caro Blaz3r/Antonio, perché non ti vieni a confrontare
apertamente e serenamente qui sul newsgroup? Che cosa temi?

Alessia

Ps: Purtroppo anche l'esperienza di Christiane al consultorio finirà
con un fallimento. Colpita da un'ennesima epatite verrà ricoverata
all'ospedale. La madre ingenuamente permetterà a Detlef, appena uscito
dal carcere, di farle visita. Baci, abbracci e... subito in fuga, con
un buco per festeggiare la nuova vita di "disintossicati".

Christiane riuscirà ad allontanarsi dalla droga quando la madre
deciderà finalmente di mandarla via da Berlino, dai parenti in Assia,
lontana dalle tentazioni, dal giro e dalle cattive amicizie. Tenterà
faticosamente di riprendere una vita normale, troppo adulta e troppo
bambina per i suoi 15 anni.

Ora Christiane Felscherinow ha 40 anni ed è tornata a vivere a
Berlino, con suo figlio. Non ha avuto un'esistenza facile, e la droga
ha periodicamente accompagnato anche la sua vita di adulta:
http://hem.bredband.net/b112579/christiane/pages/article.htm .

A chi non l'avesse già fatto consiglio senz'altro la lettura del
libro, edito da Rizzoli.


 
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