Forse potete essermi di aiuto per farne una lettura seria e non da
dilettante quale sono.
Grazie.
Un saluto.
Neva
Questo che descrivi � un po' bizzarro, a partire da
un titolo troppo "familiare" per un autore troppo straniero(?).
Cos� a naso potrebbe sembrare tra un'operazione com-
merciale classica o una pura sana e semplice new-age.
Per converso mi ricorda un altro libro "il dono dell'aquila"
dove la bizzarria viene stracciata e non si tratta pi� di nutrire
alcuni demoni ma di servire in toto da pasto.
Se vuoi sapere di demoni devi leggere Eschilo, Euripide ecc.
devi appropriarti delle fonti, non degli ultimi ritrovati.
Ma certa roba non � consigliabile o anche Dostoevskij.
I demoni sono rapportabili alle citta-vritti cio� le variazioni
della mente, quindi sistematicamente inquadrate in entrambe
le culture anche se per versi molto diversi.
2 Yogas citta-vrtti-nirodhah.
(la tecnica essenziale dello) yoga / (della) mente / (delle) modifica-
zioni / inibizione; soppressione; sospensione; delimitazione.
Lo yoga � la soppressione delle modificazioni della
mente.
(Yogasutra Patanjali)
4 Vrtti-sarupyam itaratra.
(con le)modificazioni (della mente) /identificazione, assimilazione /
altrove, in stati diversi.
Negli altri stati vi � assimilazione (del veggente) alle
modificazioni (della mente)
Ciao,
non conosco il libro che citi e quindi non posso darti indicazioni in
riferimento specifico al libro che hai letto.
Posso per� darti qualche indicazione su ci� che nella tradizione
orientale il demone rappresenta per l'asceta o comunque per coloro che
percorrono un cammino di anagogia spirituale utilizzando le
tradizionali tecniche orientali della meditazione, cos� come si fa ad
esempio nello Yoga Vedantico e nel Buddhismo Zen.
I vari demoni, in questi casi, sono rappresentati da una delle
innumerevoli e variegate forze della natura che vanno ad interagire
con il mondo interiore del meditante il quale, attraverso la pratica
della meditazione, va ad aprire quelle porte della propria natura
profonda e basale che collega direttamente la natura umana con il
resto della vita presente in natura sotto le pi� diverse forme.
L'eventuale personificazione del demone dipende solamente dal retaggio
culturale e religioso che alberga ancora nelle profondit� del mondo
interiore del meditante come un substrato che ne riveste il "nocciolo"
dall'esterno: qualora infatti l'evoluzione spirituale del meditante
abbia gi� superato i vari condizionamenti indotti nella sua vita
interiore dai pregiudizi culturali e religiosi che permeano la vita
dell'uomo comune, allora gli impulsi interiori generati dalle forze
della natura che vengono a liberarsi durante la corretta meditazione
per nutrire il "nocciolo" della vita interiore del meditante appaiono
al meditante non pi� come dei demoni personificati ma nella loro
natura essenziale di semplici forze naturali la cui azione porta alla
consapevolezza del meditante l'emersione della propria buddhit� (quel
"nocciolo" della vita interiore a cui ho fatto accenno).
Il meccanismo dei cosiddetti demoni � semplicemente questo: essi
possono spaventare il meditante impreparato ad affrontare la graduale
emersione del nocciolo della propria vita interiore, perch� il
substrato formato dai pregiudizi culturali e religiosi che ancora
avviluppa il suo mondo interiore funge da filtro che tende a fargli
interpretare le forze naturali che generano gli impulsi interiori con
elementi appartenenti a questo filtro e quindi a seconda del tipo di
sensazioni che questi impulsi fanno emergere alla coscienza ed alla
consapevolezza del meditante, a costui appariranno con le sembianze
personificate di elementi culturali o religiosi affini alle sensazioni
stesse.
Queste sensazioni potranno quindi essere personificate come demoni
buoni o cattivi a seconda della preparazione del praticante a
padroneggiarne gli orientamenti ed a canalizzare i vari tipi di
impulsi verso la loro corretta finalit� ed utilizzazione.
Questo lungo preambolo per dirti che da questo punto di vista potrebbe
aver effettivamente un certo senso usare il linguaggio figurato di
quell'espressione citata "nutrire i propri demoni", nel senso che la
tradizione della corretta pratica della meditazione considera un
errore reprimerli nel caso essi impersonifichino elementi considerati
negativi dall'uomo comune, cos� come � parimenti errato indulgere nel
coltivare la personificazione di quegli elementi le cui sensazioni
sono considerate benigne dall'uomo comune.
Preciso che per "personificazione" non intendo solamente un'apparenza
simile all'uomo ma anche apparenze del mondo animale, vegetale od
anche minerale che possono assumere sembianze animate.
Tutte queste apparenze ricadono nella fattispecie dei demoni la cui
falsa identit� il meditante deve riuscire a smascherare attraverso la
corretta pratica della meditazione ed il riconoscimento delle corrette
sensazioni; i demoni infatti, quando cessano di personificarsi (cio�
di animarsi in rappresentazioni appartenenti al substrato culturale
e/o religioso di provenienza del meditante) sono anche chiamati "false
sensazioni" nel senso che la loro pericolosit� nella capacit� di
sviare il meditante dalla corretta pratica persiste sotto forma di
pure e semplici sensazioni che egli deve individuare e ricondurre al
loro corretto orientamento ed utilizzazione.
Quest'attivit� svolta durante la pratica della meditazione (si inizia
dai pensieri che percorrono la mente, per arrivare alle sensazioni ed
agli impulsi che percorrono in varie forme il nostro modo interiore)
si concretizza nella cosiddetta "corretta pratica", la quale permette
l'emersione spontanea della buddhit� latente in ciascuno di noi che
nel Buddhismo Zen si identifica nella corretta pratica dello zazen.
A questo proposito il Patriarca Dogen, capostipite della tradizione
buddhista "Soto Zen", si esprime in questo modo:
� Occorre rendere noto che, per studiare la "Via" (della
realizzazione spirituale buddhista), la (metodologia di)
investigazione stabilita � quella della pratica della
meditazione seduta (zazen). Il punto essenziale di questa
metodologia � (comprendere) che c'� la pratica di un Buddha
che non si cura di agire per fare un Buddha (di se stesso).
Nel momento stesso in cui la pratica di un Buddha non
consiste nell'agire fattivamente per fare (di se stesso) un
Buddha, si compie la realizzazione di questo koan. Il Buddha
insito nel corpo non agisce per diventare un Buddha; allorch�
"le catene e le gabbie" si infrangono, un Buddha seduto (in
zazen) non interferisce con l'azione del processo di
realizzazione di un Buddha. In tale preciso momento, da
mille, da diecimila epoche passate, noi abbiamo il potere
ancestrale "di passare attraverso ed andare oltre i Buddha ed
i demoni". �
(Eihei Dogen (1200-1253) - Shobogenzo, capitolo 12, "Zazen shin")
Come vedi il cammino della realizzazione spirituale dell'uomo secondo
il Buddhismo Zen � di "passare ed andare oltre" non solo alla realt�
dei demoni ma parimenti anche a quella degli stessi Buddha: il destino
dell'uomo si trova oltre alla propria stessa buddhit�...
Ciao.
Claudio Kozen Pipitone
__________________________
Autore di *Endogenesi*
http://www.endogenesi.it/
.................
> ancestrale "di passare attraverso ed andare oltre i Buddha ed
> i demoni". �
> (Eihei Dogen (1200-1253) - Shobogenzo, capitolo 12, "Zazen shin")
>
> Come vedi il cammino della realizzazione spirituale dell'uomo secondo
> il Buddhismo Zen � di "passare ed andare oltre" non solo alla realt�
> dei demoni ma parimenti anche a quella degli stessi Buddha: il destino
> dell'uomo si trova oltre alla propria stessa buddhit�...
>
> Ciao.
Sono generalmente d'accordo con questo che hai scritto, naturalmente;
questo � un argomento molto vasto, impossibile da circoscrivere dal
momento che � grazie all'espressione dei "demoni" che ogni cosa avviene.
Anche queste tre righe qui su e tutto il r3sto. Anche i servizi del pc, si
chiamano demoni ed � grazie a questi che essi stessi possono esprimersi.
In mezzo a tutto questo "noi" non siamo da nessuna parte, pur essendone
il punto cruciale in quanto senza le mie dita non ci sarebbe alcun messaggio
e alcun demone. Quindi come dice il quarto sutra la "svista" � unicamente
l'assimilazione o identificazione.
Come quindi afferma per altri versi il "nostro" patriarca � impossibile,
pensare di poter "meditare", ossia pensare di "fare" la meditazione, perch�
questo concetto questa tecnica � antitetica al concetto di azione.
(lo sappiamo tutti)
La meditazione avviene in particolare quando cessa l'azione e sparisce il
soggetto. I demoni in poche parole fanno in modo che tutto esista e in
particolare esiste un difetto e un errore che man mano che diminuisce che
si affina e si corregge perde quindi scorie e spurie fino a sparire nella
perfezione, che per definizione non pu� agire e non pu� neppure esistere.
Ora siccome in mezzo a tutte le incongruenze preferisco ancora una banana,
se voglio, per quanto storta illusoria e gialla, penso che bisognerebbe
bere un bicchiere d'acqua come se si stesse cavalcando la tigre.
Cio� andare a ritroso per ritrovare nella perfezione la banana dispersa e
riportarla all'errore per poterla mangiare.
:))
----------omissis--------
>� impossibile,
>pensare di poter "meditare", ossia pensare di "fare" la meditazione, perch�
>questo concetto questa tecnica � antitetica al concetto di azione.
>(lo sappiamo tutti)
Infatti � proprio questo il senso della "vacuit�" buddhista.
E sempre per restare al grande Dogen, si legge nei suoi scritti:
� Un giorno, mentre il Grande Maestro Yueshan Weiyan
stava seduto (in zazen), un monaco gli domand�: "A cosa state
pensando (in quella postura) cos� immobile?. Il Maestro
rispose: "Sto pensando di non stare pensando (fu-shiry�)".
Il monaco domand�: "Come fate a pensare di non stare pensando?
Il Maestro rispose: "Non pensando (hi-shiry�)" �
(Eihei Dogen - Shobogenzo - capitolo 12, "Zazen shin" )
>La meditazione avviene in particolare quando cessa l'azione e sparisce il
>soggetto.
Precisiamo per� che il soggetto, l'ego sparisce non nel senso che non
c'� pi�, che � stato estinto...
Il soggetto, l'ego sparisce nel senso in cui la tessera del mosaico
sparisce nell'osservazione del mosaico stesso: in realt� la tessera
del mosaico cos� come l'ego esistono ancora ma si fondono in un
tutt'uno con la realt� in cui sono immersi armonizzandosi
perfettamente con essa.
>
> >La meditazione avviene in particolare quando cessa l'azione e sparisce il
> >soggetto.
>
> Precisiamo per� che il soggetto, l'ego sparisce non nel senso che non
> c'� pi�, che � stato estinto...
>
eheh..
;)
> Il soggetto, l'ego sparisce nel senso in cui la tessera del mosaico
> sparisce nell'osservazione del mosaico stesso: in realt� la tessera
> del mosaico cos� come l'ego esistono ancora ma si fondono in un
> tutt'uno con la realt� in cui sono immersi armonizzandosi
> perfettamente con essa.
>
>
Voglio riproporre una pagina dove forse vi si dice lo stesso anche se
certamente in uno stile "pi� complicato"; in particolare la ritengo
ammirevole, per una serie di ragioni che posso anche lasciare al lettore..
Se non altro per puntualizzare una(la) differenza di approcci; chi ha
scritto
� in ogni caso, un profondo ed esperto ricercatore occidentale del secolo
scorso.
.........................................................................
L'Io abitualmente intanto consiste,
in quanto trae sostegno e assicurazione
da una quantit� di elementi periferici
(l'insieme di esperienza, scienza, cultura
affetti, fedi ecc.), da cui dunque fa dipen-
dere la propria certezza. Ora egli deve
poter garantire a s� la propria sussistenza
anche quando questo insieme di appoggi
gli venga meno. Egli deve distruggere ogni
� altro � e, in mezzo all'universale disfacim-
ento, restare ugualmente fermo e intero:
deve cio� generare in s� la forza di darsi la
vita mediante l'incendio e la catastrofe di tut-
ta la sua stessa vita, in quanto vita connessa
ad un esterno o � altro �.
Cos� deve investire in potenza negativa ogni
forma: negare ogni fede, violare ogni legge sia
morale che sociale, disprezzare ogni sentimen-
to di umanit�, ogni amore e generosit�, ogni
passione, riaffermarsi di contro alla scienza e
alla speculazione in uno scetticismo attivo
implacabile e onnipervadente, spingersi infine
fino a una follia cosciente e ragionata.
In una parola: egli deve a s� stesso farsi l'estre-
ma ragione - lo stirneriano - � ich habe meine
Sache auf nichts gestellt � gli deve divenire una
realt� vivente.
...
L'esigenza vuole invece che ogni dinamicit�
trascendentale sia estraposta, se la sovranit�
sul piano efficiente del samskara deve essere
assoluta.
Ora � chiaro che questa esigenza non resta
soddisfatta per un semplice proiettare questa
facolt� proiettante, poich� ci� porta ad un
circolo vizioso: piuttosto, per un nuovo modo
in cui il proiettare in generale venga vissuto.
Questo nuovo modo deve elevare il distinguere
ad una nuova potenza, deve, in un certo senso,
distanziarlo da s�.
Ora il distinguere che dava vita al mondo
dinamico veniva immediatamente riferito all'Io
e si svolgeva secondo una direzione dal didentro
al difuori. Ne segue che quando l'attivit� entro
cui diviene e si forma quel soggettivo, che im-
mediatamente � anche oggettivo, non venga pi�
vissuta come un produrre partendo dall'Io, bens�
come un riceversi, come un accogliersi, come un
venirsi incontro dall'esterno, quando la direzione
venga capovolta e venga intesa quasi come un
pronunciarsi dell'oggettivo verso e dentro l'Io,
allora lo stesso distinguere resterebbe certamente
distinto e esteriorato.
...
L'esteriorit� viene cio� vissuta in interiorit�.
anzi qui l'Io non �, che nella misura in cui si
realizza dinamicamente al di fuori.
L'Io supera e risolve positivamente quella
sua concreta incarnazione, che � correlativa
alle determinazioni sensibili, in quanto esce
da s� e riesce a sentire interiormente e
produttivamente tutto ci� che prima gli si
contrapponeva come mondo esteriore:
pi� egli � capace di una specie di sensibilit�
per le cose esterne, analoga a quella onde il
poeta drammatizza e umanizza la natura col
suo stato d'animo, per� assolutamente
oggettiva - riferita alle cose in s� stesse - ,
pi� egli rende concreta la sua autonomia e
libert�. Egli � ora interiore - e secondo una
interiorit� assoluta perch� redenta nel valore
di autarchia e pi� forte di ogni contingenza -
solo nella misura in cui interiora l'esterno.
Per realizzare questa esperienza, � richiesta
una grande intrepidezza: si tratta come di
rinunciare ad ogni terraferma e di lanciarsi
al di fuori di s�, nell'abisso e nelle tenebre -
e a ci� si oppone un indicibile terrore.
Si comprende allora quanto sia necessaria,
per superare un tale passo, l'abitudine del-
l'abnegazione e della dedizione.
Per conquistare alla libert� il mondo, bisogna
avere il coraggio di slanciarsi al di fuori di s�.
Il piccolo egoismo, contratto e rinchiuso in un
vuoto centro, non esprime che la paura e
l'isufficienza per la potenza creativa dell'Io:
non si sa creare, non ci si sa affermare in
quella potenza positiva che trasfigurerebbe il
mondo sensibile in quello della libert� appunto
a causa di questo egoismo, di questa paura per
l'attivit� pura dell'amore come per una morte,
per questa � avarizia � radicale - come la
chiam� Laotze. La fede attiva, l'energia
creatrice spirituale �, essenzialmente,
(parola greca), trascendersi.
L'intrepidezza di gettarsi l� da s� � l'organo
generatore del mondo dinamico, cos� come
degli altri mondi sovrasensibili, e chi ad essi
non sa farsi sufficiente, chi teme di perdersi,
resta in una astratta vuota consistenza o nel
piano dell'(parola greca). Qui � letteralmente
vero che chi vorr� salvare la propria vita la
perder� e che soltanto chi la doner� la
render� realmente vivente.
Ea
----------omissis---------
>Voglio riproporre una pagina dove forse vi si dice lo stesso anche se
>certamente in uno stile "pi� complicato";
S�, anche le argomentazioni addotte sono effettivamente un po'
complicate...
>.............................................................................. in particolare la ritengo
>ammirevole, per una serie di ragioni che posso anche lasciare al lettore..
>Se non altro per puntualizzare una(la) differenza di approcci; chi ha
>scritto
>� in ogni caso, un profondo ed esperto ricercatore occidentale del secolo
>scorso.
Mi ha colpito la visione compulsiva che questo autore ha del
comportamento dell'ego, questo ricorrente "deve" riferito all'ego ed
anche quando non � espressamente richiamato il "dovere", questa
visione alquanto imperativa aleggia comunque quale elemento
sottostante che pone l'ego in una posizione quasi conflittuale con la
realt� circostante con cui si confronta.
E' un approccio che mi pare differente dalla visione liberatrice
presente nel Buddhismo, costituita da un ego che realizza in modo
pieno ed esaustivo se stesso quando viene a trovarsi in perfetta
sintonia e fusione con l'altra parte si s� presente nella realt� in
cui � immerso.
Per lo meno questa � la differenza di approccio che mi pare di
cogliere nel brano che hai proposto.
> >Voglio riproporre una pagina dove forse vi si dice lo stesso anche se
> >certamente in uno stile "pi� complicato";
>
> S�, anche le argomentazioni addotte sono effettivamente un po'
> complicate...
Si tratta di uno dei testi pi� intricati che mi siano passati per le mani e
le parti che ho riportato, probabilmente sono le sole che mi sembra
di aver compreso, ma mi basta. E in realt� i testi filosofici occidentali
pi� o meno moderni, voglio dire, le argomentazioni sono spesso
connotate da una estrema complessita' costruttiva... in particolare
quelle che riguardano la metafisica e l'idealismo, per non parlare della
logica, che tutto sembra fuorch� quella!! io in realt� non li conosco.
Non ci ho perso mai tempo, a parte qualcuno; ma era appunto la
differenza che volevo evidenziare e che anche se per sentieri diversi
l'autore �, in conclusione, cmq giunto alla realizzazione che non pu�
essere che una, sia essa yogica, buddhista o idealista occidentale;
stiamo parlando sempre dello stesso. Non possiamo dimenticare che
la "crescita occidentale", questo tipo di crescita � stato osteggiato
da sempre e con tutti i mezzi(e ha avuto i suoi effetti).
>
> Mi ha colpito la visione compulsiva che questo autore ha del
> comportamento dell'ego, questo ricorrente "deve" riferito all'ego ed
> anche quando non � espressamente richiamato il "dovere", questa
> visione alquanto imperativa aleggia comunque quale elemento
> sottostante che pone l'ego in una posizione quasi conflittuale con la
> realt� circostante con cui si confronta.
>
infatti l'ego � come un bambino capriccioso che non vuole conoscere
ragioni; bisogna irretirlo, fascinarlo, come usa con i sonagli, un crotalo..
ricordiamoci che a tutt'ora non esiste ancora la formula per "non-pensare":
l'unico "brevetto" � rappresentato dai mantram, cio� la ripetizione orale o
mentale di qualsiasi cosa, in realt�. Qui da noi esiste la preghiera, che
prega... che sembra che dica o si rivolga a qualcosa ma realmente
l'effetto(e lo scopo) � lo stesso: imbrigliare le citta-vrtti.
(quando riesce)
L'unica differenza tra la notte � il giorno e di ogni cosa, � la
consapevolezza. E' impossibile compiere determinate azioni
con consapevolezza.. come disse Nagarjuna al ladro, che voleva
meditare: quando rubi, fallo con consapevolezza e dopo quindici
giorni torna da me.
Il ladro torno' dopo tre e non avrebbe potuto pi� rubare nulla...
poich� tra le altre cose, possedeva gi� tutto e oltre.
.
> E' un approccio che mi pare differente dalla visione liberatrice
> presente nel Buddhismo, costituita da un ego che realizza in modo
> pieno ed esaustivo se stesso quando viene a trovarsi in perfetta
> sintonia e fusione con l'altra parte si s� presente nella realt� in
> cui � immerso.
>
Siamo d'accordo, devo pero' dire che specialmente le grandi religioni,
quelle che si occupano delle "masse" hanno principalmente e doverosa-
mente una funzione sociale. Quindi la soluzione deve essere "di media"
accessibile e accettabile... e come dover portare capra cavoli e lupo...
sull'altra sponda!:)
E io ti ho, pur sempre, presentato una visione particolarissima, credimi;
anche se facente parte di una letteratura dalla mole sterminata, presente
nella penombra e nei bassifondi della cultura occidentale.
(cio� sottoterra;)
> Per lo meno questa � la differenza di approccio che mi pare di
> cogliere nel brano che hai proposto.
>
Ti ringrazio..