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controllo degli impulsi

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mem

unread,
Mar 15, 2008, 11:21:49 AM3/15/08
to
Saluti a tutti. Sono nuovo in questo NG.
Chiedo se qualcuno può aiutarmi a capire come si può curare una persona a
cui è stato detto da una " piscologa-psicanalista-psicoterapeuta-psichiatra"
(cioè tutto!) che soffre di "mancanza di controllo delgi impulsi". Questa
persona non sono io, ma un familiare. L'informazione a me è stata data in
modo molto vago dalla suddetta professionista per motivi di segreto
professionale.
Per una serie di motivi il rapporto con questa professionista ha dovuto
essere interrotto ed ora un'altra psicoterapeuta non intende prendere in
psicoterapia la persona dicendo che deve andare da uno psichiatra. Ma questa
cosa è rifiutata dalla persona interessata.
Grazie infinite a chi mi potrà dare qualunque aiuto, indicazione o
suggerimento.
mem


Spider-Man

unread,
May 3, 2008, 6:31:47 PM5/3/08
to
Neurofisiologia dell´Aggressività

Aggressività e violenza costituiscono purtroppo dei connotati caratteristici
della nostra civiltà: dai conflitti tra stati o etnie, alle violenze omicide
attuate in ambito familiare, le nostre cronache dedicano spazi sempre più
ampi ad eventi il cui comune denominatore è costituito dalla minaccia e
dalla sopraffazione nelle loro più diverse espressioni.
Il problema dell'aggressività, per la sua natura composita, che lo rende al
contempo un campo di specializzazione obiettiva, e un'area che coinvolge la
dimensione filosofica, etica e sociale, ha stimolato molti tentativi di
ricerca a livello individuale, di gruppo sociale, o di specie animale.
Biologi ed etologi, fisiologi e psicologi, psichiatri e sociologi, hanno
affrontato il problema con metodologie diverse, che spaziano dallo studio
delle basi anatomo-fisiologiche a quelle dei meccanismi biochimici, a quelle
dell'osservazione condotta nei contesti più diversi, come la prigionia del
topo nella gabbia, dell'uomo nei lager nazisti, degli astronauti nella
capsula spaziale.
La tematica dell'aggressività è stata quindi oggetto di numerose indagini ed
analisi nei più diversi ambiti disciplinari: infatti, le ricerche anatomiche
e neurofisiologiche hanno riscontrato l'esistenza di un substrato organico
che presiede alla gestione dei vari comportamenti aggressivi, mentre quelle
neuropsichiatriche hanno osservato come la somministrazione di particolari
tipologie di pscicofarmaci possa condurre ad importanti modificazioni del
comportamento aggressivo. Le ricerche condotte in ambito biochimico hanno
invece osservato come i comportamenti violenti siano connotati da precise
modificazioni biochimiche, dimostrando l'esistenza di ordinati rapporti tra
ormoni sessuali e aggressività, tra amine biogene e aggressività, e tra vari
tipi di farmaci o di fattori e controllo dell'aggressività. In ambito
psicologico invece, le ricerche si sono inizialmente articolate in due
opposte fazioni, a cui i vari autori si avvicinano più o meno con sfumature
diverse: ad una estremità troviamo il modello psicoanalitico, per cui l'
aggressività è un istinto primario, e dall'altro il modello behavioristico,
per cui essa è invece una risposta appresa. Le più recenti ricerche condotte
in ambito neuroscientifico hanno però dimostrato che questa antitesi non ha
fondamento oggettivo, e che anzi queste due istanze sono in interazione
continua. Tali ricerche si sono dimostrate validamente utili sul piano
pratico, sia a livello terapeutico che sociale, poichè sono in grado di
contribuire sia al controllo della violenza e dei conflitti sociali, che al
trattamento di varie patologie psichiche. Tuttavia, tali ricerche presentano
vari limiti ed ostacoli, principalmente di ordine etico e deontologico.

INTRODUZIONE
Innanzitutto, alcune difficoltà iniziali derivano già dalla natura
eterogenea del termine; a livello semantico, infatti, "tale termine include
una giungla di idee ed un'ampia gamma di fenomeni ed attività" (Ramirez,
2000), che a loro volta riflettono le idee dei vari ricercatori spesso fra
loro contrastanti.
La parola aggressività può essere considerata una "parola valigia"
(Storr,1968), visto che amalgama significati molto diversi fra loro: un'
emozione aggressiva giustificata o ingiustificata, una legittima
competizione in ambito professionale, un atteggiamento mentale, un conflitto
internazionale, e così via. Questa differenza fra comportamento e
atteggiamento risulta invece ben specificata nella lingua inglese, dove
esistono, rispettivamente per il primo e il secondo significato, le due
espressioni di aggression e aggressiveness. Il termine aggressività viene
quindi usato in modo ambiguo ed equivoco, creando una notevole confusione,
poiché può essere applicato, indiscriminatamente, sia all'uomo che difende
la propria vita in caso di attacco, sia all'omicida che infierisce
mortalmente sulla vittima; l'etimologia stessa della parola testimonia
quindi, in modo efficace, la complessità dei significati che essa può
accorpare: dal latino ad, che significa verso, contro, allo scopo di, e
gradior, cioè vado, procedo, avanzo.
In secondo luogo, si riscontrano notevoli impedimenti sul piano
sperimentale: infatti, la maggior parte degli approcci sperimentali di
studio riguardo la natura biologica dell'aggressività, esige particolari
manipolazioni (del livello di ormoni e/o di neurotrasmettitori) che nell'
uomo non sono assolutamente possibili. Questo settore d'indagine
neuroscientifica risulta quindi caratterizzato dalla pressoché totale
impossibilità di sufficienti correlazioni tra le varie definizioni
operative, dall'assoluta artificialità dei setting sperimentali, e dalla
relativa impossibilità di eseguire studi longitudinali sui comportamenti
aggressivi in un contesto naturale.
A causa dei diversi impedimenti che gli studi sul comportamento aggressivo
presentano nella nostra specie, essi vengono solitamente eseguiti su vari
modelli animali, i quali presentano numerosi vantaggi. Infatti, gli animali
solitamente esibiscono comportamenti stereotipati, parcellizzabili in
frazioni ben precise, ognuna delle quali è dotata di caratteristiche stabili
e quindi facilmente riconoscibili ed identificabili. Emergono quindi
variabili comportamentali ben precise, analizzabili e manipolabili
sperimentalmente, sia a livello quantitativo che qualitativo.
D'altro canto, proprio per l'estrema complessità del tema trattato, un solo
modello animale non può essere di certo rappresentativo dell'intera gamma di
comportamenti aggressivi umani, rendendo quindi necessaria un'integrazione
fra i vari risultati ottenuti sui diversi modelli animali. La specie umana
infatti è unica per la sua abilità di utilizzare la comunicazione verbale
nella regolazione del comportamento sociale, incluso quello aggressivo,
anche se i gesti, le posture e gli atteggiamenti messi in atto nella nostra
specie possono essere comuni a quelli di altri mammiferi.
Ma facciamo qualche passo indietro, ed esaminiamo qualcuno dei numerosi
contributi che gradualmente hanno condotto alle nostre attuali conoscenze
sui meccanismi che regolano l'aggressività. Una prima distinzione è stata
compiuta tra due diverse categorie di comportamento aggressivo, ovvero il
comportamento di attacco e il comportamento di difesa-offesa.
Uno dei primi studiosi ad interessarsi a questa tematica fu Charles Darwin,
che nel 1872 pubblicò una celeberrima opera, dal titolo "The expression of
the emotion in man and animals". In questa sede egli, fra l'altro, descrisse
dettagliatamente la risposta comportamentale del gatto in presenza del cane,
che risultava essere costituita da curvatura del dorso, abbassamento del
capo, dilatazione delle pupille, piloerezione, aumento della frequenza
cardiaca e respiratoria, brontolio sordo ed il soffio finale, che
rappresenta il culmine di questa reazione comportamentale.
Diversi anni dopo, tra il a 1944 e il 1969, Hess riprodusse la reazione di
"difesa-offesa" nell'animale non narcotizzato e libero di muoversi,
stimolando elettricamente specifiche aree ipotalamiche. Era la prova che l'
attivazione di alcune zone del sistema nervoso centrale poteva evocare
risposte comportamentali complesse, integrate ed orientate ad uno scopo (la
preservazione dell'integrità animale, la predazione, la fuga) anche in
assenza di uno stimolo ambientale, fenomeno che in passato era stato
identificato col termine di "falsa rabbia".
Oggi sappiamo che la stimolazione dell'ipotalamo laterale induce nel gatto,
che spontaneamente non aggredisce il ratto, un caratteristico attacco di
tipo predatorio, costituito da comportamenti quali esplorazione dell'
ambiente, puntamento e silenzioso avvicinamento della preda, attacco
repentino con morso alla nuca del ratto e uccisione di quest'ultimo. La
stimolazione del nucleo ventromediale dell'ipotalamo dà luogo invece alla
reazione di difesa-offesa descritta da Darwin e indotta da Hess e, infine,
la stimolazione dei punti situati più rostralmente e lateralmente evoca
reazioni di fuga.

NEUROFISIOLOGIA DELL'AGGRESSIVITA'
Un notevole progresso, nella conoscenza dei meccanismi nervosi alla base del
comportamento aggressivo, si deve ad alcune ormai classiche ricerche,
condotte tramite il metodo delle lesioni chirurgiche a carico soprattutto
dell'ipotalamo. Tali lesioni inducono nel gatto, nel cane e nella scimmia,
una disinibizione dell'aggressività ed un conseguente abbassamento della
soglia d'innesco dei comportamenti violenti, i quali vengono scatenati anche
da stimoli di lieve intensità. Presumibilmente, le aree asportate contengono
circuiti nervosi che normalmente inibiscono l'aggressività. Gli esperimenti
di Allan Siegal e Thomas Gregg (1998, 1999, 2001) dimostrano che i circuiti
celebrali implicati nel controllo dei meccanismi di aggressività/difesa sono
situati nell'ipotalamo mediale e laterale, nell'amigdala e nel grigio
periacqueduttale del mesencefalo.
Tra i mammiferi, quindi, i modelli animali di gran lunga più usati sono il
gatto ed il topo i quali, grazie alla somiglianza che presentano in alcune
strutture neurofisiologiche rispetto a quelle umane, rendono possibili
confronti agevoli ed informativi con la nostra specie. In questi due
animali, tuttavia, il comportamento aggressivo assolve funzioni ecologiche e
sociali diverse, poichè essi occupano "nicchie ecologiche" diverse: il gatto
è solitario ed esclusivamente carnivoro, mentre il ratto vive in colonie ed
è onnivoro.
In ragione di ciò, il gatto mette in atto il comportamento aggressivo d'
attacco principalmente per ragioni di ordine fisiologico, ma non per
difendere una determinata posizione sociale, dal momento che vive isolato e
non all'interno di un sistema gerarchicamente organizzato. Inoltre, egli non
è chiamato ad aggredire un estraneo che invade il suo territorio, poiché
fondamentalmente non possiede alcun territorio. Viceversa il ratto, la cui
alimentazione è molto varia, non ha bisogno di cacciare più volte al giorno
per sopravvivere, ma è chiamato costantemente a difendere il suo territorio
e la sua posizione di dominanza nell'ambito della colonia entro la quale
vive. Conseguentemente, nel ratto si registra una più alta incidenza dei
combattimenti fra conspecifici, mentre il gatto attacca più spesso altri
animali, appartenenti a gradini più bassi della scala filogenetica
(prevalentemente topi ed uccelli); le lotte fra conspecifici nei felini
maschi sono soprattutto legate alla sfera sessuale ed hanno lo scopo di
assicurarsi l'accesso all'accoppiamento.
Le femmine di ambo le specie, invece, esprimono la loro aggressività
soprattutto per proteggere la progenie da eventuali pericoli esterni.
Tuttavia, sia nel gatto che nel ratto è possibile distinguere il
comportamento aggressivo in due fondamentali categorie: offensivo (detto
anche competitivo nel caso del ratto) e difensivo, anche se tale
discriminazione si basa su criteri diversi.
Ci sono però ulteriori differenze fra le due specie, sia sul piano nervoso
che comportamentale; infatti, nel gatto è stato possibile identificare e
distinguere i siti cerebrali che sovrintendono alla gestione dei due tipi di
comportamento, situati prevalentemente a livello dell'ipotalamo e della
sostanza grigia periacqueduttale. Per quanto concerne il ratto, invece,
tuttora si pensa che il substrato cerebrale, la cui sollecitazione conduce
all'espressione dei comportamenti aggressivi, sia costituito da un unico
circuito nervoso polivalente, sotteso sia all'attacco che alla difesa,
localizzato in una precisa struttura dell'ipotalamo, definita area d'attacco
ipotalamica (HAA). La differenza fra le due diverse tipologie di
comportamenti sarebbe dovuta soltanto alle circostanze ambientali (Siegel e
Gregg,"Neurofarmacologia dell'aggressività evocata dalla stimolazione
cerebrale",2000).
Per quanto riguarda il gatto, Siegel e Gregg affermano che esso costituisce
il modello ottimale per questo tipo di indagini, ed è sul modello felino,
infatti, che svolgono i loro studi. Tali studi hanno dimostrato l'importanza
dell'ipotalamo laterale perifornicale nell'espressione ed integrazione del
comportamento di attacco predatorio, e dell' ipotalamo mediale e della
porzione dorsale della PAG nell'estrinsecazione del comportamento aggressivo
difensivo. Siegel e Gregg distinguono inoltre due diversi tipi di siti di
attacco: quelli non direttamente legati all'innesco del comportamento
offensivo, principalmente connessi con l'atto del mordere e dislocati lungo
l'estensione rostrocaudale dell'ipotalamo laterale, e quelli implicati nella
genesi del comportamento di attacco predatorio, situati a livello dell'
ipotalamo perifornicale laterale. Tali siti danno origine a due diversi
patterns o gruppi di proiezioni: il primo comprende delle fibre che, dall'
ipotalamo laterale, si dirigono verso il nucleo settale, il talamo mediale,
la regione perifornicale del tronco encefalico e, limitatamente, anche a
quella segmentale-ventrale. Il secondo riguarda invece proiezioni molto più
estese che partono dall'ipotalamo perifornicale e si dirigono verso l'area
settale, la stria terminale, e caudalmente verso il nucleo del locus
caeruleus e il nucleo motorio del nervo trigemino.
I siti difensivi si trovano invece entro le regioni rostro-caudali dell'
ipotalamo mediale, precisamente entro l'area mediale preottica, ma anche
entro la porzione dorsale della sostanza grigia periacqueduttale
mesencefalica (Fuchs, 1985, Shaikh, 1987, Wasman e Flynn, 1962); quando
vengono attivati, eccitano le cellule nervose del tronco encefalico e del
midollo spinale che avviano le reazioni fisiologiche tipiche della difesa
aggressiva.
Altri neuroni in grado di modulare questa forma di comportamento violento si
trovano nell'amigdala, nel bed nucleus della stria terminale e nell'
ipotalamo laterale; essi contraggono delle sinapsi inibitorie con i neuroni
difensivi della sostanza grigia periacqueduttale e dell'ipotalamo mediale,
in modo da modulare l'intensità delle loro risposte.
Altre strutture cerebrali hanno invece un ruolo modulatorio nel
comportamento aggressivo, e sono: l'ippocampo, il talamo, il giro del
cingolo, il bulbo olfattivo, la corteccia prefrontale e l'amigdala. Fra esse
quella più importante nella modulazione del comportamento aggressivo è senza
dubbio l'amigdala, deputata alla valutazione del pericolo e all'
organizzazione del comportamento conseguente nella sua porzione mediale, e
ai fenomeni connessi all'apprendimento della paura a livello dei nuclei
centrale e basolaterale. Un interessante studio sperimentale, che mette bene
in evidenza le differenze funzionali esistenti fra i vari siti dell'
amigdala, è stato condotto nel 1998 da Micheal Oakes e Gary Coover presso l'
università dell'Illinois. Essi elaborano uno studio sperimentale dotato di
un disegno abbastanza complesso, che si dipana attraverso due fasi.
-I soggetti sperimentali, 59 ratti della linea Long-Evants, vengono divisi
in tre gruppi, caratterizzati da tre diverse lesioni: a 15 ratti viene
praticata una lesione dell'amigdala centrale di circa o.8mm di diametro
(rACe), 11 subiscono una lesione delle stesse dimensioni a livello dell'
amigdala basolaterale (r ABL), mentre a 16 ratti viene lesa per intero l'
amigdala mediale (rAMe).
I restanti ratti sono lasciati intatti e costituiscono il gruppo di
controllo.
Tutti i ratti sono collocati in gabbie individuali, nelle quali il cibo è a
disposizione continua, mentre per quanto riguarda il bere, nella prima fase
dell'esperimento i ratti vengono sottoposti ad un programma di "graduale
restringimento dell'acqua da bere", che si svolge in cinque giorni. L'
animale la attinge da una cannella che sporge per 4 cm all'interno della
gabbia, la quale è connessa ad un dispositivo che libera corrente elettrica
sotto i piedi dell'animale. Se lui prova a bere al di là del tempo
consentito viene liberata una scossa, che aumenta gradualmente nell'
intensità con l'ammontare degli errori.
Gli autori notano allora che i ratti rACe ed ABL ricevono molte più scosse
rispetto agli altri due gruppi, come se non riuscissero a capire che il bere
al di fuori del tempo consentito costituisse per loro un pericolo: infatti,
le lesioni dei nuclei centrale e basolaterale ostacolano l'apprendimento del
pericolo. Nella seconda fase dell'esperimento tutti i ratti vengono
sottoposti ad un classico "test dell'intruder", per quantificare i loro
comportamenti aggressivi, sia offensivi che difensivi; gli animali vengono
ruotati in modo da utilizzarli sia come residenti che come intrusi. Tutti i
ratti si mostrano complessivamente poco aggressivi; l'unica differenza che
risulta statisticamente significativa riguarda il comportamento di difesa
sul lato dei ratti AMe, esibito in misura maggiore rispetto agli altri
gruppi di ratti. Probabilmente, sottolineano gli autori, l'animale usa
questo comportamento di difesa per tenere lontano l'avversario che avanza
lentamente verso di lui, ed il fatto che vi ricorra più spesso significa che
esprime maggiormente la paura di essere aggredito. Sembra quindi che la
lesione dell'amigdala mediale comprometta la valutazione del pericolo
oggettivo. Gli autori concludono confermando l'esistenza delle suddette
differenze funzionali fra i nuclei dell'amigdala.
L´amigdala riceve input dall´esterno attraverso due fonti: riceve una
rapida, ma grezza rappresentazione dal talamo sensoriale, ed una
rappresentazione più tardiva, ma più completa, dalla corteccia prefrontale,
soprattutto nelle sue porzioni mediale ed orbitale. Sebbene gli input dalle
vie talamica e corticale arrivino in tempi diversi, raggiungono gli stessi
neuroni; se essi sono stati attivati dall'amigdala, non possono essere
attivati dalla corteccia prefrontale e viceversa: queste due aree sono in
rapporto di antagonismo funzionale reciproco. Fintanto che l'amigdala
mantiene un elevato livello di attivazione nervosa, non può entrare in
azione la corteccia prefrontale, adibita alla scelta dell'opzione migliore
in situazioni emotivamente difficoltose: il soggetto può così lasciarsi
sopraffare dalla paura finendo col compiere degli "errori emotivi".
Un interessante studio sperimentale che conferma il ruolo della corteccia
prefrontale, ed il rapporto di "antagonismo funzionale" che essa ha con l'
amigdala, è stato condotto nel 2003 all' "Istituto nazionale per la cura
dell'alcolismo e dell'abuso di alcol" degli U.S.A, su alcuni soggetti umani,
definiti "perpetratori di violenza domestica". Gli autori postulano che gli
scoppi d'ira di questi soggetti si originano dal fallimento della corteccia
prefrontale nel ridimensionare l'approssimativa e grezza elaborazione dell'
amigdala degli stimoli minacciosi.
I soggetti che partecipano a questo studio sperimentale sono divisi in tre
gruppi: il primo gruppo è costituito da otto soggetti violenti verso la
consorte che rispondono ai criteri del DSM IV per l'alcolismo (DV-ALC), il
secondo è composto da 11 soggetti alcolisti non violenti, mentre l' ultimo
gruppo consiste di 10 soggetti di controllo che non avevano mai manifestato
problemi connessi alla violenza e all'alcolismo.
La tecnica utilizzata in questo esperimento è la tomografia ad emissione di
postrioni (PET), allo scopo di quantificare il metabolismo di glucosio a
livello delle aree che mediano le risposte condizionate dalla paura e
connesse all'attacco.
Tutti i partecipanti vengono poi sottoposti ad una valutazione del livello
di ansia, di depressione, e di aggressività tramite apposite scale di
misurazione; di tutte e tre le variabili viene calcolata la media che
costituisce il valore rappresentativo del gruppo.
Anche per i risultati ottenuti tramite le indagini con la PET viene
calcolata la media di gruppo; in seguito, i dati relativi all'attività
nervosa delle aree cerebrali d'interesse sono confrontati con quelli
relativi alle scale di misurazione del livello d'ansia, di depressione e di
aggressività.
Contrariamente alle ipotesi postulate dagli autori, i soggetti DV-ALC non
manifestano un livello di glucosio significativamente più basso nella
corteccia prefrontale, ma un suo diminuito utilizzo a livello dell'ipotalamo
e delle fibre che connettono l'amigdala alla stessa corteccia. La ridotta
attività di queste fibre compromette la capacità della corteccia prefrontale
di modulare la prima e grezza valutazione dello stimolo minaccioso
effettuata dall'amigdala; la mancanza di input corticali all'amigdala è alla
base dell'ipersensibilità dei soggetti del primo gruppo agli stimoli
pericolosi provenienti dall'ambiente, e alla conseguente esibizione di
comportamenti di difesa spropositati. Alla base dei comportamenti
iperaggressivi sia di attacco che di difesa, dovuti ad una sopravvalutazione
del pericolo esterno, si troverebbe una ridotta attivazione dei siti
ipotalamici, ma soprattutto delle efferenze della corteccia prefrontale all'
amigdala.
Risultati simili sono stati ottenuti anche in un altro studio, condotto su
un gruppo di pazienti femmine borderline nel 2003 da un gruppo di medici del
"Dipartimento di psichiatria" di Pittsburgh, U.S.A. Essi sottolineano che,
nei pazienti psicotici e nei criminali violenti, il comportamento aggressivo
è spesso associato ad alterazioni dell'afflusso di sangue al cervello e del
metabolismo del glucosio (Raine et al., 1997, Soderstrom et al., 2000), a
livello delle aree prefrontali, frontali e temporali; inoltre, la quantità
di sangue e di glucosio che caratterizza l'attività cerebrale è inversamente
proporzionale alla gravità della patologia.
Un ampio insieme di studi sperimentali condotti su animali, e di
osservazioni di laboratorio sull'uomo, indicano la corteccia prefrontale,
soprattutto nella porzione orbitale, come il principale sito esecutivo nella
regolazione dei circuiti neuronali che mediano l'impulsività, il
comportamento aggressivo e il controllo degli istinti violenti. I test
neuropsicologici nei soggetti impulsivi, con disturbo di personalità
borderline (BPD) o antisociale, mostrano deficit nelle funzioni esecutive
del lobo frontale, specialmente nei processi cognitivi che coinvolgono il
problem solving, la pianificazione comportamentale, l'attenzione selettiva e
il controllo inibitorio dei comportamenti. L'indagine in questione riguarda
i soggetti con BPD, in quanto questa patologia comporta, fra gli altri
sintomi, violenti scoppi di ira e di violenza, diretti contro gli altri e
contro sé stessi; in quest'ultimo caso, essi possono sfociare anche nel
suicidio. Le pazienti appartengono al "Dipartimento di psichiatria" di
Pittsburgh, U.S.A., dove sono state tutte diagnosticate come borderline in
base ai criteri del DSM IV; i soggetti di controllo sono ugualmente donne ma
che non hanno mai manifestato alcun disturbo psichico. Dei soggetti
sperimentali vengono misurati i sintomi depressivi, i comportamenti
aggressivi, ed i tentativi di suicidio; viene poi quantificato il livello di
metabolismo di glucosio della corteccia prefrontale tramite la tecnica della
PET.
In seguito, i dati relativi alla misurazione dei comportamenti aggressivi,
impulsivi e suicidari vengono messi in correlazione, in ambedue i gruppi,
con i risultati della PET; infine vengono confrontati i risultati finali
relativi ai due gruppi.
Le pazienti BPD dimostrano un livello di comportamenti aggressivi, auto ed
etero distruttivi, molto più alto rispetto alle donne di controllo, ed un
metabolismo prefrontale significativamente più basso; questi due dati sono
inversamente correlati, ovvero all'aumentare dell'uno l'altro decresce. La
corteccia orbitofrontale media molte funzioni critiche delle condotte di
regolazione sociale, come il controllo dei comportamenti legati a ricompense
e punizioni, il riconoscimento delle emozioni altrui tramite le espressioni
facciali, e la violazione dei segnali sociali di "quieto vivere" (Hornak et
al., 1996, Blair e Cipollotti, 2000). Altri studi funzionali di
neuroimmagine, che utilizzano il paradigma della rabbia indotta, dimostrano
che l'attivazione della corteccia orbitofrontale ha un ruolo inibitorio
nella regolazione delle emozioni. Lesioni a livello della corteccia
prefrontale sono associate ad con una riduzione della capacità inibitorie di
contenere, controllare e regolamentare l'espressione delle emozioni, che si
ripercuote in un'incapacità di imbrigliare l'istinto violento. Ad essa si
aggiunge una marcata disinibizione comportamentale, comportamenti
socialmente inappropriati, un incremento di impulsività, irritabilità,
labilità emotiva, e cambiamenti devastanti nella personalità, che sono alla
base del disturbo; le altre funzioni cognitive invece sono lasciate intatte.

CONCLUSIONI
Gli studi sinteticamente passati in rassegna indicano chiaramente che le
aree effettrici dei vari comportamenti aggressivi, la cui mera stimolazione
evoca il comportamento corrispondente, sono localizzate a livello dell'
ipotalamo e del grigio periacqueduttale. Tuttavia, in un contesto naturale
di incontro-scontro fra due elementi della stessa specie, i comportamenti
che ne risultano non sono dovuti solo alla mera attivazione delle aree
effettrici, ma anche, alla valutazione del pericolo effettivo ed al calcolo
dei costi e benefici, oppure alla semplice paura ed alla conseguente
necessità di autotutelarsi. A determinare i comportamenti violenti
contribuisce quindi in ultima analisi la disputa fra gli input amigdaloidei
e quelli della corteccia prefrontale.


"mem" <qosmio2...@virgilio.it> ha scritto nel messaggio
news:47dbe98f$0$10623$4faf...@reader2.news.tin.it...

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