La filosofia moderna cominciò con il de omnibus dubitandum est di Descartes,
con il dubbio, ma non con il dubbio come autocontrollo della mente umana per
guardarsi dagli inganni del pensiero e dalle illusioni dei sensi, non come
scetticismo verso le morali e i pregiudizi degli uomini e dei tempi, e
nemmeno come un metodo critico di ricerca scientifica e di speculazione
filosofica. Il dubbio cartesiano ha una portata tanto più vasta ed è troppo
fondamentale nel suo intento per essere determinato da tali contenuti
concreti. Nella filosofia e nel pensiero moderni, il dubbio occupa la stessa
posizione centrale che occupò per tutti i secoli prima il thaumazein dei
greci, la meraviglia per tutto ciò che è in quanto è. Descartes fu il primo
a concettualizzare questo dubitare moderno, che dopo di lui divenne il
motore evidente e dato per scontato che ha mosso tutto il pensiero, l'asse
invisibile sul quale si è incentrato ogni pensare. Proprio come da Platone e
Aristotele fino all'età moderna la filosofia è stata l'articolazione dello
stupore di fronte a ciò che è, così la filosofia moderna, da Descartes in
poi, è consistita nelle articolazioni e ramificazioni del dubbio. [...]
La filosofia cartesiana è pervasa da due incubi che in un certo
senso diventarono gli incubi dell'età moderna. Questi incubi sono molto
semplici e noti. Uno riguarda la realtà, la realtà del mondo come quella
della vita umana, che è oggetto di dubbio; se non ci si può fidare dei sensi
né del senso comune né della ragione, può darsi allora che tutto ciò che
prendiamo per realtà sia solo un sogno. L'altro riguarda la situazione umana
generale come fu rivelata dalle nuove scoperte, e l'impossibilità dell'uomo
di fidarsi dei suoi sensi e della sua ragione; in tali circostanze sembra
possibile che un Dio maligno, un Dieu trompeur, inganni volontariamente e
spietatamente l'uomo, così che Dio non è più l'ordinatore dell'universo. Il
diabolico trucco di questo spirito maligno consisterebbe nell'aver creato
una creatura che alberga in sé una nozione di verità, ma solo per conferirle
facoltà tali da non riuscire mai, attraverso di esse, a raggiungere alcuna
verità e a esser certa di nulla. [...]
Il famoso cogito ergo sum non scaturì per Descartes da una qualche
certezza immediata del pensiero come tale, ma fu una semplice
generalizzazione del dubito ergo sum. In altre parole, dalla mera certezza
logica che quando dubito di qualcosa io rimango consapevole di un processo
di dubbio che si svolge nella mia coscienza, Descartes concluse che i
processi che si svolgono nella mente dell'uomo hanno una loro propria
certezza. [...] La ragione cartesiana è interamente basata "sull'assunto
implicito che la mente può conoscere solo ciò che essa stessa ha prodotto e
trattiene in un certo senso in se stessa"1. Il suo ideale più alto deve
essere quindi la conoscenza matematica come l'intende l'età moderna, non
cioè la conoscenza di forme ideali date fuori dalla mente, ma di forme
prodotte da una mente che in questo caso non ha nemmeno bisogno dello
stimolo prodotto sui sensi da oggetti diversi dai sensi stessi. La ragione,
in Descartes come in Hobbes, diventa la facoltà di dedurre e concludere; è
il gioco della mente con se stessa, che si verifica quando la mente è
tagliata fuori dalla realtà e "sente" solo se stessa. I risultati di questo
gioco sono "verità" obbligatorie perché si suppone che la mente di un uomo
non differisca da quella di un altro: privati di quel senso "comune" che
adegua i cinque sensi animali dell'uomo al mondo comune a tutti gli uomini,
gli esseri umani non sono più che animali capaci di ragionare, di "calcolare
le conseguenze".
Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani 1997 (3), pp. 202-10, passim
Un'ideologia è letteralmente quel che il suo nome sta a indicare: è
la logica di un'idea. L'ideologia tratta il corso degli avvenimenti come se
seguisse la stessa «legge» dell'esposizione logica della sua «idea». Essa
pretende di conoscere i misteri dell'intero processo storico - i segreti del
passato, l'intrico del presente, le incertezze del futuro - in virtù della
logica inerente alla sua «idea».
Si suppone che il movimento della storia e il processo logico del
concetto corrispondano l'uno all'altro, di modo che quanto avviene, avviene
secondo la logica di un'«idea». Tuttavia, l'unico movimento possibile nel
regno della logica è la deduzione da una premessa. Le ideologie ritengono
che una sola idea basti a spiegare ogni cosa nello svolgimento dalla
premessa, e che nessuna esperienza possa insegnare alcunché dato che tutto è
compreso in questo processo coerente di deduzione logica.[...]
Il metodo usato dai dittatori totalitari per trasformare le
rispettive ideologie in armi con cui costringere ciascuno dei sudditi a
mettersi al passo col movimento del terrore era poco appariscente. L'uno si
vantava della «freddezza glaciale del ragionamento» (Hitler), l'altro della
«inesorabilità della sua dialettica» (Stalin), e spingevano le implicazioni
agli estremi della coerenza logica: una «classe in via di estinzione»
consisteva di gente condannata a morte; le razze «inadatte a vivere»
venivano sterminate. Chi ammetteva che esistevano «classi in via di
estinzione» senza trarre da tale fatto la conseguenza dell'uccisione dei
loro membri, o riconosceva che il diritto alla vita era legato alla razza
senza trarre la conseguenza dell'eliminazione delle «razze inadatte» era
semplicemente o uno stupido o un codardo. L'argomento più persuasivo a tale
riguardo, e caro a Hitler come a Stalin, era: non si può dire A senza dire B
e C e così via, sino alla fine dell'alfabeto.
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo,
Edizioni di Comunità 1997 (2), pp. 641-7, passim
L'illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo
progresso, ha perseguito da sempre l'obiettivo di togliere agli uomini la
paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende
all'insegna di trionfale sventura. Il programma dell'illuminismo era di
liberare il mondo dalla magia. Esso si proponeva di dissolvere i miti e di
rovesciare l'immaginazione con la scienza. Benché alieno dalla matematica,
Bacone ha saputo cogliere felicemente l'animus della scienza successiva:
l'intelletto che vince la superstizione deve comandare alla natura
disincantata. Il sapere, che è potere, non conosce limiti, né
nell'asservimento delle creature, né nella sua docile acquiescenza ai
signori del mondo. La tecnica è l'essenza di questo sapere. Esso non tende a
concetti e a immagini, alla felicità della conoscenza, ma al metodo, allo
sfruttamento del lavoro altrui, al capitale. Ciò che gli uomini vogliono
apprendere dalla natura è come utilizzarla ai fini del dominio integrale
della natura e degli uomini. Non c'è altro che tenga. Privo di riguardi
verso se stesso, l'illuminismo ha bruciato anche l'ultimo resto della
propria autocoscienza. Solo il pensiero che fa violenza a se stesso è
abbastanza duro da infrangere i miti. Potere e conoscenza sono sinonimi. La
sterile felicità di conoscere è lasciva per Bacone come per Lutero. Ciò che
importa non è quella soddisfazione che gli uomini chiamano verità, ma
l'operation, il procedimento efficace. Non ci dev'essere alcun mistero, ma
nemmeno il desiderio della sua rivelazione.
Lungo l'itinerario verso la nuova scienza gli uomini rinunciano al
significato. Essi sostituiscono il concetto con la formula e la causa con la
regola e la probabilità. La causa è stata l'ultimo concetto filosofico con
cui la critica scientifica ha fatto i conti, poiché era la sola delle
vecchie idee che essa si trovasse ancora di fronte, l'ultima
secolarizzazione del principio creatore.
Ciò che non si piega al criterio del calcolo e dell'utilità è, agli
occhi dell'illuminismo, sospetto. E quando l'illuminismo può svilupparsi
indisturbato da ogni oppressione esterna, non c'è più freno. Alle sue stesse
idee sui diritti degli uomini finisce per toccare la sorte dei vecchi
universali. Ad ogni resistenza spirituale che esso incontra, la sua forza
non fa che aumentare.
L'illuminismo riconosce a priori, come essere ed accadere, solo ciò
che si lascia ridurre a unità; il suo ideale è il sistema, da cui si deduce
tutto e ogni cosa. In ciò non si distinguono le sue versioni razionalistica
ed empiristica. Il postulato baconiano dell'una scientia universalis è
altrettanto ostile a ciò che non si può collegare quanto la mathesis
universalis leibniziana al salto. La molteplicità delle figure è ridotta
alla posizione e all'ordinamento, la storia al fatto, le cose a materia. La
logica formale è stata la grande scuola dell'unificazione. Essa offriva agli
illuministi lo schema della calcolabilità dell'universo: il numero divenne
il canone dell'illuminismo. Tutto ciò che non si risolve in numeri diventa,
per l'illuminismo, apparenza. L'illuminismo è totalitario.
Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo,
Einaudi 1982 (7), pp. 11-15, passim
Lungi dall'opporsi, in nome della permanenza dei caratteri razziali
o della loro fatale degradazione, alla possibilità di un sostanziale
miglioramento dell'umanità, Hitler esclude la categoria stessa
dell'impossibile. Dall'idea di razza non deduce la forza del determinismo,
bensì la determinazione del Nemico e la dimensione cosmica della guerra che
gli dichiara. Non ci sono limiti oggettivi al fattibile, ci sono soltanto
resistenze soggettive, e dunque eliminabili. Nessun ostacolo che non
dissimuli un modo di agire, nessuna deviazione fra l'obiettivo auspicato e
la realizzazione che non sia provocata da un sabotatore. La non conformità
di ciò che avviene rispetto ai fini perseguiti o ai piani architettati non è
dovuta all'esistenza di altri, ma alla malevolenza dell'Altro. L'avversità
deriva sempre da un Avversario. Lo spazio pubblico è uno spazio di
battaglia. Nel decretare un 'loro o noi' di carattere planetario, il
criminale nazista manifesta il suo rifiuto, non della condizione di uomo
libero, ma dei limiti inerenti la condizione umana. [...]
Tra lo Stato delle SS e il regime sovietico vi sono certamente
numerose differenze. Resta, tuttavia, questo nucleo ontologico fondamentale:
nei due sistemi i fenomeni sociali sono concepiti come processi e i modi di
essere come forze in movimento; vediamo così dispiegarsi, al di là
dell'antagonismo dei valori, una stessa concezione del politico come campo
dell'onnipotenza, una stessa vertiginosa assenza di scrupoli nei confronti
del dato, fondata sul medesimo volontarismo, vale a dire sulla stessa
convinzione filosofica e paranoica che nulla esista indipendentemente dal
conflitto delle volontà. In entrambi i casi, infine non è tanto la
bestialità a spingere al crimine, quanto la radicalità, cioè l'obbligo di
seguire il proprio pensiero, senza esitazioni e senza scappatoie. Il
pensiero totalitario liquida dunque, con il rifiuto di percepirli, la realtà
quale è data e l'evento quale si verifica. Appoggiandosi sull'incrollabile
certezza di una lotta mortale tra l'uomo e il nemico del genere umano, esso
si emancipa dalla realtà che percepiamo con i nostri cinque sensi e «insiste
su una realtà 'più vera', che è nascosta dietro le cose percettibili,
dominandole tutte, e che si avverte soltanto disponendo di un sesto senso».
A questo sesto senso e a questo pensiero, affrancato da ogni
esperienza dal suo stesso potere di spiegare tutto, Hannah Arendt dà il nome
di ideologia. L'ideologia, secondo Arendt, non è la menzogna delle
apparenze, ma piuttosto il sospetto gettato sulle apparenze e la sistematica
presentazione della realtà che abbiamo sotto gli occhi come schermo
superficiale e ingannatore. E' il riassorbimento del 'c'è' che non si può
padroneggiare, dell'indeterminatezza del mondo e della perturbante diversità
degli eventi in un dramma storico a due personaggi, al tempo stesso
sottratto allo sguardo e offerto al sapere. Ciò che rientra nell'ideologia
è, per Arendt, la negazione dell'aleatorio, il rifiuto di rendere giustizia
negli affari umani all'imprevedibilità e a quelle forme di spossessamento
costituite dall'evento, dalla coincidenza, dall'incontro con qualcosa di già
dato; è, in una parola, la soppressione dell'idea stessa di avventura
operata dal concetto di Storia. [...]
Non più una immensa confusione, ma un gigantesco battaglione; non
più una folla cacofonica, ma una struttura omogenea e terribilmente
armoniosa; non più una moltitudine incontrollabile, ma un essere multiforme,
maneggevole e disciplinato: tale appare l'umanità nella guerra totale, vale
a dire nella situazione in cui ogni esistenza è convertita in energia e ogni
individuo - dall'officina al fronte - è ridotto a essere soltanto un pezzo
del dispositivo, una particella della volontà, una ruota della turbina. Si
possono dire totalitari i movimenti politici che hanno eretto a valore
supremo quest'immagine.
A un tale sistema, i campi di concentramento forse non sono
economicamente utili, ma sono ontologicamente necessari, perché, per
assicurare il regno della volontà unica, bisogna al tempo stesso liquidare
il Nemico dell'uomo e, nell'uomo, la spontaneità, la singolarità,
l'imprevedibilità, in breve, tutto ciò che costituisce il carattere unico
della persona umana. Le fabbriche della morte sono anche laboratori
dell'umanità senza uomini. Riallacciandosi all'utopia radicale come alla
politica estrema, mirano non solo all'annientamento fisico dell'Avversario,
ma anche alla scomparsa metafisica del Multiplo nell'Uno. "Finché c'è
qualcuno, l'umanità è imperfetta" proclama, quale che sia il suo colore, il
socialismo concentrazionario. [...]
Nelle pagine finali della prima edizione del suo libro sulle
origini del totalitarismo, apparso in Inghilterra con il titolo The burden
of our time («il fardello del nostro tempo»), Hannah Arendt definisce con il
termine risentimento la disposizione affettiva caratteristica dell'uomo
moderno. Risentimento contro «tutto ciò che è dato, anche contro la propria
esistenza»; risentimento contro «il fatto che egli non è creatore
dell'universo, né di se stesso». Spinto da questo risentimento fondamentale
a «non scorgere alcun senso nel mondo quale gli si offre», l'uomo moderno
«proclama apertamente che tutto è permesso e crede segretamente che tutto.
sia possibile».
Tutto è possibile: questo assioma ha rivelato la sua forza
devastatrice sia nei crimini perpetrati in nome dell'umanità universale sia
in quelli serviti a giustificare l'idea di umanità superiore. Traendo
insegnamenti dalla catastrofe, Hannah Arendt afferma nello stesso testo che
la gratitudine è la sola alternativa al nichilismo del risentimento, «una
gratitudine fondamentale per le poche cose elementari che ci sono
invariabilmente date, come la vita stessa, l'esistenza dell'uomo e il
mondo».
Alain Finkielkraut, L'umanità perduta,
Liberal 1997, pp.73-88, 106-7 e 161-2, passim
Il totalitarismo è esclusivamente moderno perché nasce da una società in
movimento; le sue radici storiche sono in quell'illuminismo settecentesco
che sembra essere di esso la negazione in terminis.
Atteso che esista, e nessuno può negarlo, un divenire storico, i phiIosophes
lo videro e lo descrissero come un processo evolutivo dalla barbarie alla
civiltà, dalla religione e dalla poesia alla filosofia, dall'intuizione e
dalla fantasia alla ragione e alla scienza.
Questo modello di una umanità in progresso, sia esso lineare o complicato da
corsi e ricorsi storici, apparve così convincente e inconfutabile da
confondersi con la natura stessa, anche se molti pretesero di distinguere
nell'uomo e nella storia l'elemento della libertà, della creatività e della
responsabilità. Apparve chiaro soprattutto che l'uomo, con le sole sue forze
o magari aiutato da una provvidenza immanente, può pervenire a condizioni
sempre più mature e umane, fino a poter sognare il raggiungimento, in questa
terra, di una condizione perfetta, di un paradiso terrestre. L'utopismo
moderno ha la propria origine nella negazione del peccato originale e della
corrispondente grazia o salvezza, il totalitarismo nasce qui: dalla
convinzione che chi si oppone a questo presunto processo di liberazione
dell'uomo è disonesto e ignorante. Nascono allora i "reazionari" e le
"destre" (i termini destra e sinistra in senso politico sono contemporanei
alla Rivoluzione francese, e trovano luogo nella Convenzione Nazionale), e
non è meraviglia che gli oppositori di quelle ipotesi che pretendono
conformarsi al senso della Storia sostituiscano i reprobi di cristiana
memoria: con una differenza, che per i nuovi reprobi l'inferno sarà qui, per
lo più sotto specie di solitudine e scherno, e, nei casi estremi, di
annientamento fisico e spirituale. Se è vero dunque che l'umanità è in
movimento verso stadi più maturi e convenienti, emergeranno fatalmente le
avanguardie che pretendono sforzare tutto e tutti verso così desiderabili
traguardi: nascerà così la uniformità coatta e artificiale, pena la
persecuzione, e l'uomo animale razionale verrà trasformato in animale
sociale. Ciò necessariamente; finché si suppone che l'uomo abbia un'anima
personale o partecipi di un'anima universale sarà chiaro che una parte di
lui, la più importante, avrà un destino imprevedibile e socialmente
ingovernabile.
Al totalitarismo politico, di origine illuministico-giacobina, collabora la
scienza moderna, l'altro idolo di coloro che non hanno minimamente meditato
sui suoi principi né sull'eterogenesi dei suoi fini.
La scienza moderna nasce con lo scopo di dominare la natura a utilità
dell'uomo, Il fine conoscitivo è subordinato a quello pratico, e il modello
matematico imposto alla fisica (Galileo) è il solo che possa servire, non
certo il solo possibile e magari non il più desiderabile. Bacone e Cartesio
sono espliciti in proposito: "sapere è potere", "lo scopo della scienza è
rendere l'uomo maitre et possesseur de la nature", e del primo è da
ricordare l'utopia della Nuova Atlantide, dove, fra le altre finezze, è
ipotizzato il prolungamento indefinito della vita umana; del secondo è da
ricordare il progetto di una Mathesis universalis che riduca ogni conoscenza
al linguaggio del calcolo e della prevedibilità, nonché la parallela
riduzione di ogni corpo a macchina. Sono questi i mezzi teorici per disporre
al progresso sul piano pratico, ed è evidente che per tale nozione di
progresso valgono le stesse critiche che valgono per il progressismo
politico (illuministico-giacobino).
Il reazionario, infatti, è sempre antiscientifico, ed è comunque
qualificabile come un irresponsabile che si oppone alle sicure conquiste
dell'uomo. È vero che lo scientista non organizza campi di concentramento:
ma che bisogno ne ha? La sua apparente tolleranza nasce dal fatto che egli
si sente più forte, e di fatto lo è, del progressista politico impegnato nel
mondo della storia e dunque sempre alle prese col "vecchio" uomo... In
verità è comune allo scientista e al rivoluzionario lo schema di un mondo
completamente dominato e dunque di una vita sociale integralmente
artificiale e sottoposta alla coazione.
La libertà dell'uomo non è garantita né dalla politica né dalla scienza,
ormai completamente schiava dell'ideale di creare un uomo nuovo, bensì dalla
vita civile, ovvero da quell'humus inconsapevole, morbido, umido e in
definitiva umano e religioso che protegge senza l'ideologia del conservare e
inventa senza quella del distruggere, che fa apparentemente senza sapere,
che sa contemplare e pregare.
Rodolfo Quadrelli, Capitoli morali, Milano 1979
--------------------------------------------------------------------------------