Google Groups no longer supports new Usenet posts or subscriptions. Historical content remains viewable.
Dismiss

Borgna

0 views
Skip to first unread message

Solania

unread,
Aug 18, 2008, 6:38:23 PM8/18/08
to
A sentirlo raccontare, verrebbe quasi da non credergli. Quando divenne
primario dell'ospedale psichiatrico di Novara - era il 1970 - il metodo
terapeutico era determinato dai sindacati: in nome della "tutela
dell'incolumità del lavoratore" i malati di mente, potenzialmente
pericolosi, venivano tenuti legati. E appena Eugenio Borgna cominciò a
liberarli i sindacati scesero in piazza con tanto di striscioni: "nemico dei
lavoratori". Lui non se ne diede per inteso e, forte dell'appoggio delle
suore che operavano nell'istituto (le prime a cogliere la novità umana della
sua posizione, origine di un'amicizia che dura tutt'ora), del prefetto e del
presidente della Provincia, cominciò a rivoluzionare il manicomio secondo la
propria concezione. «Era la vecchia cultura della follia, basata
sull'esclusione, sulla diversità radicale fra il "normale" e l'"altro": la
follia come tumore della vita psichica, sofferenza dalle radici
esclusivamente biologiche, da curare solo con i farmaci. Era in realtà la
follia della razionalità (la vediamo all'opera in tanti luoghi, per esempio
nell'ultimo libro di Odifreddi) che riduce lo psichiatra a funzionario; è
l'affermazione della "raison" cartesiana che ignora le pascaliane "ragioni
del cuore". Mentre solo la conoscenza intuitiva e poetica è in grado di
affrontare le questioni fondamentali della vita: i nascituri, la speranza,
la morte. La follia della ragione esclude che si possa dire una parola
sensata su questi argomenti, li esclude dall'orizzonte della conoscenza
ragionevole dell'umano: ma quello che rimane è un uomo che, separato dalle
sue questioni fondamentali, non è più un uomo».
La conversazione di Borgna è affascinante come sempre, si dipana lucidissima
tra psichiatria, letteratura, filosofia, arte, musica, seguendo il filo
tenace del male di vivere, della malinconia, dell'angoscia che segnano le
vite di tutti, che emergono in tante opere d'arte, che stabiliscono tra
medico e paziente una solidarietà che affonda le radici nella comune lotta
per cogliere un senso della sofferenza, che è sempre un senso per la vita.
Nel suo ultimo libro, Come in uno specchio oscuramente, Borgna scrive che il
primo compito di uno psichiatra è «testimoniare una speranza». È stato
proprio questo - racconta a Tempi al termine di un'affollata e applaudita
conferenza su "arte e follia" a Brera, Milano - il tratto che ha
caratterizzato la sua vita e il suo lavoro: «Quando sono entrato per la
prima volta in un ospedale psichiatrico ho scoperto un luogo di inaudita
violenza. L'atteggiamento del medico prescindeva da qualunque attesa dei
pazienti. Io invece ho cominciato a partire dalle loro attese. Attese
concrete, certo (il cibo, la pulizia, la passeggiata), ma insieme segno
dell'attesa di qualcuno capace di ascoltare le loro aspettative profonde. E
questo ci interroga: come posso confrontarmi con simili attese? Quali
significati portano? Cercavano medici che vivessero una qualche speranza
(spesso contro ogni speranza) che conoscessero il valore terapeutico della
speranza. Era l'attesa di qualcuno che fosse "di speranza fontana vivace",
come dice Dante della Madonna in quel verso del Paradiso che don Luigi
Giussani citava tanto spesso: di incontri con persone capaci di non ridurre
l'attesa di futuro alle maglie di una prognosi, trasformando in prognosi
falsamente scientifica un quadro che può cambiare, in forza di un fatto
nuovo che sempre può accadere».

Guardare il fondo del fiume
In quegli stessi anni anche altri specialisti, come Manfred Bleuer a Zurigo
e Luc Ciompi a Berna, scoprivano ciascuno per conto proprio che le risorse
interne dei pazienti potevano riemergere solo in un contesto di reciprocità,
in cui la speranza del medico ridesta la speranza dei pazienti. «Ma questo è
possibile solo se la questione della speranza è esplicitamente messa a tema
nel lavoro», incalza Borgna. «Come ha scritto Mario Tobino, "destino di uno
psichiatra è la capacità di far riemergere sulle ali della sua speranza
qualche attesa nel cuore dei suoi pazienti". Anche un attimo di attesa colto
può essere sorgente fatale di guarigione. Come ho sentito dire da don
Giussani, anche la domanda di un passante che ti chiede la via porta con sé
il desiderio di uno sguardo umano che accompagni quella semplice
indicazione. Perché don Giussani aveva una percezione acuta del dramma che
cova sotto le ceneri di tutti; finché un evento, anche una semplice malattia
fisica, interrompe il fiume dell'indifferenza che non vuole guardare il
fondo del fiume».

Senza senso non c'è gioia
È qui il punto più drammatico della posizione di questo psichiatra
innovatore: Borgna non stabilisce una linea di confine tra i "normali" e gli
"altri", ma insiste che la follia mostra in modo più drammatico -
«infiammato», scrive lui - il dolore di ciascuno, ciò che la cultura moderna
fa di tutto per dimenticare. «Badi, non sto celebrando il trionfo del
dolore; dico che ci sono delle sofferenze ineliminabili, e che averle
attraversate permette di cogliere il dolore degli altri. La maggioranza che
apparentemente vive nella negazione di un senso, della riflessione, del
dolore, non è in grado neppure di comprendere la gioia, che è qualcosa di
molto più complesso e significativo della semplice realizzazione degli
impulsi. Il senso della vita si perde, divorato dalla follia,
dall'indifferenza, dall'apatia, dalla soddisfazione istantanea degli
impulsi. La domanda di senso rinasce quando la vita ci risuscita le domande
vere, reali, che costituiscono il fondamento della condizione umana. Nel
dolore ma anche nella gioia, e nel confronto col dolore degli altri».
Una posizione non certo comoda, che tra l'altro ha impedito a Borgna di
vincere una cattedra universitaria. «Ma non solo io, sa? È stato così anche
per Bruno Caglieri, medico di Moro e di Cossiga, perito della Sacra Rota,
quindi uomo dai potenti appoggi del mondo cattolico; e per lo stesso Franco
Basaglia, che pure aveva alle spalle il peso politico del Pci. Tutti
falciati dal nocciolo duro del potere cattedratico, che nel mondo della
psichiatria è massonico e legato alla vecchia psichiatria dei farmaci: gli
psichiatri che riconoscono nei matti le stesse inquietudini che agitano il
loro fondo umano danno fastidio».


Articolo di Persico Roberto

0 new messages