Autoanalisi per non pazienti
di Roberto Melloni, argomento Psicoanalisi
I
libri di Duccio Demetrio, quest'ultimo come altri prima, ricordo
"Raccontarsi", poiché entrano nel campo della coscienza, del dolore
esistenziale, dell'autoriflessione, sono naturalmente vicini e di
confine con la professione di psicologo e con l'attività
psicoterapeutica.
La mia lettura di questo testo di Duccio
Demetrio avviene attraverso il mio occhio di terapeuta clinico in
remissione dall'indirizzo psicoanalitico, diciamo classico, perché
maggiormente convinto, nella pratica clinica, del valore terapeutico
delle terapie umanistiche fenomenologiche e di quelle cognitive
comportamentali.
Chiarisco questo non per la consuetudine, che
peraltro non condivido, di dichiarare, come psicoterapeuti, le scuole
teoriche d'origine, di provenienza, ma mi comporto così in
quest'occasione, per offrire la trasparenza intellettuale necessaria in
un contesto teorico valutativo come questo.
Stabilire i
confini tra il contesto dell'autoanalisi per non pazienti, che è quello
che Duccio Demetrio tratta nel suo libro e l' analisi per pazienti nel
setting terapeutico, ha il significato di mettere "confini" per
traguardarli, per riconoscerli e poi per, eventualmente, spostarli.
Difendere
il territorio in epoca di globalizzazione – che nella ricerca e nella
pratica, peraltro terapeutica significa multidisciplinarietà – non ha
oggi senso.
Forse, nel confronto tra autoanalisi e analisi,
stabilire i confini può voler dire, invece, poter vedere le "terre di
nessuno", che potranno invece proficuamente essere occupate.
Le
riflessioni di Duccio Demetrio in questo libro entrano nel territorio
del "conosci te stesso", del "sapere di sé" attraverso la frontiera
dell'inquietudine, personale, esistenziale e io credo che questo sia
l'ingresso più opportuno e più proficuo verso l'area del poter "pensare
di sé". Dove si trova il disagio psicologico patologico, ed è questa,
io credo la soglia che bisogna marcare ed identificare
professionalmente come psicoterapeuti, rispetto all'inquietudine
esistenziale.
Sono convinto che alcune forme del disagio
psicologico vengono dopo un'inquietudine improvvisamente,
inaspettatamente non più produttiva, come bloccata.
Altre
volte, altre forme nevrotiche sono il risultato di un'inquietudine
soppressa, come coartata, non accettata: in un inseguimento – a tutti i
costi – di una forzosa leggerezza dell'essere, dove, insomma, non si è
data all'inquietudine la sua giusta libertà di esprimersi di rendersi
produttiva.
Allora, dice anche Demetrio " il non essere stati inquieti è peggio che esserlo".
In
entrambi i casi una psicoterapia che tenda a voler far coincidere
salute mentale e unicità della propria autorealizzazione restituirà o
aprirà le porte a una capacità della persona di coltivare -
autoterapeuticamente – dopo, finita la cura – la propria, a questo
punto " indispensabile" inquietudine.
Altre volte la
dimestichezza e la confidenza acquisita nel tempo a trattare la propria
inquietudine costituiranno quella naturale autoeducazione alla cura di
sé, che l'autoanalisi di Demetrio sostanzia.
L'autoanalisi può permettere alla vita di costituire – diciamo – gli ammortizzatori più adatti per poterla affrontare.
Questo
rendersi adatti alla vita con lo strumento dell'autoanalisi, io credo
avverrà se si saprà allearsi ad altri da sé che abbiano saputo rendere
proficua la solitudine dell'inquietudine.
Tutto il processo
del "conosci te stesso", io credo, diventi reale, insomma, se si è in
grado di coniugare la propria autoconoscenza - sofferenza al mondo.
Parlo
di alleanze e della capacità di fare alleanze, della cura delle
relazioni, della capacità di tessere relazioni come la rotta giusta e
indispensabile su cui far correre la propria inquietudine.
Direi quasi di intendere la propria capacità relazionale come il termometro del proprio salutare stato di pensiero inquieto.
Non
i meandri dell'io o il sé metafisico incorporeo, non l''inquietudine
"dell'anima bella" hegeliana, che non vede la sua relazione con l'altro
da sé.
Se c'è un pericolo di deriva o di deragliamento delle
proprie qualità e delle proprie potenzialità introspettive è il
solipsismo romantico della donna e dell'uomo, che fanno della propria
inquietudine un'isola da cui si traguarda un mondo supposto di diversi,
un mondo supposto frequentato da una moltitudine di esseri che non
possono soffrire come lui, come lei.
Questo narcisismo, questa
fragilità narcisistica, a cui accenno, non è quella di natura
patologica risultato di biografie particolari, ma è quella diffusa e
indotta da una cultura che si può chiamare – sinteticamente –
romantica, una cultura che produce di noi un demone errante in un mondo
di supposti nemici, supposti diversi da noi.
Demetrio mette in evidenza questo pericolo, questi gorghi dell'io, li chiama "questi soliloqui esibiti in pubblico".
Questo
tipo di diffusa fragilità arena sul primo scoglio della vita e, a
questo punto, produce patologie, acute nevrosi che meritano, allora si,
purtroppo, terapie adatte.
Questo mi dà lo spunto per chiarire
cosa può essere una patologia nevrotica e come questa possa essere il
risultato di una degenerazione di una natura, di una soggettività che
pur "predisposta" alla sensibilità poi, per una cattiva educazione di
sé, o per cattive letture, come dice della sua Mme Bovary Flaubert,
deraglia in acutissime sofferenze.
Si potrebbero evitare alcune terapie?
In molti casi io credo di sì, per esempio con un'operazione di prevenzione psicoeducativa di cui si sente l'esigenza.
Si
sente, io credo, l'esigenza di uno sviluppo di una cultura di natura
preventiva come di un mezzo di un intervento che preceda, che possa
evitare la psicopatologia.
Ecco, io inserirei il libro di
Demetrio, che educa all'autoanalisi come un mezzo preventivo al
benessere e al malessere psicologico.
L'autoanalisi può legittimamente darsi i suoi autonomi transfert e i suoi setting.
Ecco perché è un territorio vicino all'analisi terapeutica.
Le
nevrosi esistono ma possono evitarsi e con esse le terapie se si dà
corso a un'opera di prevenzione psicologica, psicologica ed educativa.
Come nelle altre branche del curare, oggi è tempo di prevenzione.
Dopo
il donchisciottesco narcisismo romantico l'altra autostrada verso la
psicoterapia è l'adultità negata, il rifiuto di assumere ruoli adulti,
l'adolescenza protratta.
Qui, ma anche con gli altri
precedenti suoi testi, Demetrio metteva in guardia, avvertiva,
indulgentemente, ma con chiarezza, forse sarebbe meglio dire che
suggeriva, l'adultità come una meta da raggiungere, come un successo
della vita.
Come già l'inquietudine, allora, anche l'adultità non costituisce deficit, perdita.
Anzi,
sorge la necessità di dare possibilità, le occasioni, di
autoproteggere, di suggerire, di acquisire adultità e " positiva
inquietudine" perchè potrebbero essere la miglior prevenzione al dolore
nevrotico.
La prevenzione psicoeducativa va costruita, vuole metodi, contenuti, materiali.
Questo, io credo, sia il nuovo territorio da occupare.
Molti
interventi terapeutici potrebbero essere evitati – diciamo
semplicemente - con una valida prevenzione psicoeducativa, di gruppo
naturalmente.
Immagino, per la prevenzione al disagio psicologico, interventi su base formativa con contenuti psicoeducativi.
In
questo senso io vedo il percorso di cura educativa e psicologica di sé
come prospettiva di tutto l'arco di vita, lungo le tracce
dell'inquietudine personale, vitalizzata dall'autoanalisi di cui parla
Demetrio.
In altre occasioni aiutata, integrata, affiancata
anche da momenti di prevenzione psicoeducativa proprio per evitare le
possibili future psicoterapie.
Ma, se si diventa pazienti – se
accettiamo di diventare pazienti – allora, la terapia, comunque, non
rappresenta una rottura ma una tappa non obbligata, non cercata e non
voluta, non intellettualizzata del percorso "inquieto" della vita.
Ma,
se, per sventura, alcuni sintomi chiedono cura, allora. "i sintomi
diventano da risolvere" – come riporta Demetrio da Lacan.
In
sintesi, davanti al sintomo psicopatologico cos' altro abbiamo se non
la psicoterapia, l'assistenza terapeutica professionale.
Dico questo, perché in terapia quasi tutti giungono come dei vinti.
Vinti soprattutto nell'orgoglio ferito di non avercela fatta da soli.
Ora
l'autoanalisi è proprio lo strumento della salute psicologica per fare
da soli – ma non è alternativa alla psicoterapia – non è, dice
giustamente Demetrio: "psicoterapia fatta in casa" ma è un valore, una
risorsa, una chance.
Non ci sono contrapposizioni tra
autoanalisi, come l'intende Demetrio, e il momento terapeutico così
come il possibile, in futuro, momento preventivo psicoeducativo.
Sono e possono essere tutti strumenti complementari.
Tra questi la psicoterapia è una risposta clinica a una domanda solo specifica.
Oggi
tener testa all'esistenza, costretti al perpetuo bilancio di sé da
presentare alla borsa quotidiana della vita per ottenere la quotazione,
minuto per minuto, del nostro valore è gioco pesante; ed è gioco che
vuole attrezzature adatte come dell'autoanalisi, la psicoterapia
clinica quando serve ed anche una, ormai attuale, prevenzione
psicoeducativa.
Duccio Demetrio
Psicoanalisi per i non pazienti
Raffaello Cortina, 2003
Euro 13,00
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