Dopo il successo del documentario su Michel Petrucciani la stagione 2011-2012 si conclude con un‘altra biografia straordinaria.
PINA di Wim Wenders
Nel 1985 Wim Wenders vede per la prima volta "Café Müller", nel quale la coreografa tedesca capofila del teatrodanza, Pina Bausch, danza per 40 minuti insieme ai suoi ballerini sulla musica di Henry Purcell. Ne nasce un'amicizia lunga vent'anni e il progetto di un film insieme, Pina, che comincia a concretizzarsi nel 2008, con la scelta del repertorio da filmare ('Café Müller', 'Le Sacre du Printemps', 'Vollmond' and 'Kontakthof') ma s'interrompe un anno dopo, con la morte di cancro della stessa Bausch. Wenders dà nuova vita ai passi di danza, per contrasto o più spesso in ragione di una tensione condivisa, che invoca e provoca il limite, delle forze umane e naturali, e spazza via dal progetto ogni aura mortifera o agiografica.
Interpreti: Pina Bausch, Regina Advento, Malou Airaudo, Ruth Amarante; Origine: Germania; Sceneggiatura: Wim Wenders; Fotografia: Hélène Louvart, Jorg Widmer, Alain Derobe; Musica: Thom Hanreich; Produzione: Neue Road Movies; Distribuzione: BIM (2011); Anno: 2011; Durata: 103’
Il regista di Alice nelle città e Paris, Texas detta le coordinate per un ampliamento dell’esperienza tridimensionale, al di là di film animati e spettacolari, immergendoci tra i danz/attori del Tanztheater Wuppertal durante gli spettacoli e le prove, immergendoli nella natura, su un treno sopraelevato o nelle strade della cittadina tedesca in un emozionante, di nicchia quanto si vuole ma pulsante e pienamente riuscito omaggio alla fondatrice del teatro danza. Il film doveva essere “con” Pina Bausch, è diventato invece “su” Pina e i suoi compagni di strada a seguito dell’improvvisa dipartita dell’artista tanto amata da Wenders - e dai suoi connazionali, come testimonia il gran successo del film in patria, tanto che correrà per l’Oscar al film straniero. Chiunque abbia assistito ad uno spettacolo dal vivo, un video, un film della Bausch ritroverà intatta l’intensità, lo spirito evocativo, la fisicità delle esibizioni, qui potenziate dalla vicinanza alla scena ed agli artisti, dalle idee di regia e di montaggio, dalla perfezione delle riprese (è il problema di non poche regie televisive, che non riescono a rendere conto della complessità delle coreografie) e naturalmente dalla scelta del repertorio, incentrato su alcune delle creazioni più note della Bausch avanti e indietro nel tempo: Le sacre du printemps, la celeberrima Cafè Muller (utilizzata anche da Almodovar in Parla con me, danzatori ad occhi chiusi e tante sedie in scena), Kontakthof (la sala da ballo con tre gruppi anagrafici di frequentatori che il montaggio intreccia sapientemente), Vollmond con una grande roccia e acqua sul palco. Wenders spezza, condensa e ricompone le coreografie, facendole interagire con la genesi dell’allestimento, montandole con i video del passato, con la Bausch sulla scena in poche ma incisive interviste, video in bianco e nero che fanno rivivere la sua concezione della danza come antidoto all’angoscia, mezzo di conoscenza. La profondità di campo, la percezione dei sospiri e del sudore dei ballerini, il vestito rosso del numero stravinskiano, la preparazione del palco: grazie al notevole senso della composizione dell’immagine del regista ogni singolo apporto si fonde in piena armonia in uno spettacolo indubbiamente rivolto agli amatori della danza ma che riesce ad emozionare non solo restituendo la magia e la progressione delle coreografie ma anche riesumando trovate e atmosfere vintage come la danza nei luoghi più inaspettati o le “interviste della mente”, mostrando i tanti artisti della compagnia mentre fuori campo ascoltiamo la loro voce, le proprie memorie, le proprie esperienze con la Bausch, dedicando loro brevi assoli di presentazione: il tutto funziona egregiamente e si rivela il modo migliore di restituire la semplicità e l’universalità di un messaggio di solidarietà e di forza, l’umanità e lo spessore di un’artista tra le più rappresentative della danza contemporanea.
(Mario Mazzetti - Vivilcinema)
Finalmente un bel film di Wim Wenders, autore di opere che hanno lasciato il segno (Paris, Texas, Il cielo sopra Berlino), di recente in crisi di ispirazione (Palermo shooting). Questa bella biografia di Pina Bausch, ci riporta al filone documentario, aspetto non trascurabile della sua produzione cinematografica (Buena Vista Social Club). Ad andare in scena è una delle compagnie più singolari e più famose del mondo, il Tanztheater di Wuppertal, creatura di una donna lungimirante ed energica, che lavorò instancabilmente fino alla morte improvvisa nel 2009, per rinnovare il linguaggio e la gestualità della danza, per adeguarla ai canoni estetici e contenutistici dell’arte contemporanea, in una circolarità culturale che avvicina le sue sperimentazioni a quelle della letteratura e delle arti figurative, del cinema e del teatro. Wenders coglie egregiamente e con sobrietà di linguaggio il nucleo concettuale, le aspirazioni profonde dietro l’innovazione. La Bausch è quasi assente nel film, realizzato dopo la sua scomparsa. Poche le immagini di repertorio, essenziali ma illuminanti le sue dichiarazioni: «La danza comincia dove finisce la parola», mezzo a volte inefficace di comunicazione. E alla danza, concepita come abbandono istintuale alle emozioni ed alle esigenze che nascono dal profondo, affida la possibilità di empatia, di condivisione con gli spettatori, ma anche folgoranti metafore della vita nel mondo contemporaneo, nei suoi aspetti ora drammatici ed angoscianti, ora positivi e di travolgente energia. Wenders sceglie alcuni spettacoli di grande appeal come Café Muller, Le sacre du primtemps su musica di Stravinsky, Kontakthof e il più recente Vollmond, li riprende all’interno del teatro, e li porta poi all’esterno, in suggestivi contesti naturali. Ci fa conoscere da vicino i ballerini, cosmopoliti e di tutte le età, accomunati dalla stessa intensità espressiva e dalla cifra stilistica di una gestualità a volte parossistica, ai limiti del possibile. Ad alcuni di loro, intervistati o in voice over, è affidato il ricordo della maestra, dei suoi messaggi essenziali e dell’autentica passione per la danza che comunicava ai suoi discepoli. Danzare era per lei mezzo di sopravvivenza, ragione di vita: «Danzate, danzate! La danza vi salverà».
(Eliana Lo Castro Napoli - Il Giornale di Sicilia)