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Circolo Cappuccini

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Feb 28, 2012, 4:35:11 PM2/28/12
to Cappuccini News

Venerdì 2 e Sabato 3 marzo 2012
Inizio Proiezione ore 20:45 - Imola, Cinema Cappuccini

L’INDUSTRIALE di Giuliano Montaldo

 

L’Industriale racconta la storia dell'ingegnere quarantenne Nicola Ranieri proprietario di una fabbrica ad un passo dal fallimento, che non può più ottenere prestiti bancari per tamponare la situazione. Se la procedura di una salvifica join venture con una compagnia tedesca è sempre più incerta, per caparbietà e orgoglio rifiuta anche quell'aiuto economico della ricca suocera che potrebbe salvarlo. Mentre gli operai dimostrano comprensibile preoccupazione per il loro futuro, la moglie Laura appare sempre più distante.. Un lavoro teso, suggestivo e azzeccato nella sua adesione alla storia contemporanea del nostro Paese.

 

Interpreti: Pierfrancesco Favino (Nicola), Carolina Crescentini (Laura), Eduard Gabia (Gabriel), Elena Di Cioccio (Marcella), Elisabetta Piccolomini (Beatrice); Origine: Italia; Soggetto: Vera Pescarolo Montaldo, Giuliano Montaldo; Sceneggiatura: Adrea Purgatori, Giuliano Montaldo; Fotografia: Arnaldo Catinari; Musica: Andrea Morricone; Montaggio: Consuelo Catucci; Produzione: Bibi Film - RAI Cinema; Distribuzione: 01 Distribution (2012); Anno: 2011; Durata: 94’

 

Forse tutto il film ha preso via dal paradosso divertente, sotto diversi aspetti, della ‘madamin’ torinese della buona società che fraternizza un po’ troppo con il guardamacchine rumeno, seguendolo in quartieri di cui ignora perfino l’esistenza. Ma il protagonista assoluto è lui, l’industriale, Pierfrancesco Favino, e sappiamo che il film di Montaldo, presentato già fuori concorso al festival di Roma, ha preso il via dall’esplodere della crisi. È stato letto per lo più come film della crisi non solo economica, ma anche sentimentale, ci sembra invece tutto concentrato sulla dissoluzione del capitalismo per concentrarsi, sulla funzione del ‘padrone’, del capitalista, come si diceva una volta. Il percorso che ci fa compiere Montaldo attraverso le banche, le finanziarie, gli usurai camuffati da amici, le grosse aziende ben salde del nord Europa, accompagna un uomo dall’apparenza sensibile perché, pur travolto dalla crisi mondiale (come non si stancano di ripetere a giustificazione interi settori politici) sembrerebbe determinato a risolvere i problemi, a evitare licenziamenti dei suoi operai. Un po’ alla volta emerge la sua vera natura: il tornaconto personale, l’approssimazione, la grettezza. L’obiettivo è in realtà dimostrare alla famiglia della moglie, quella sì ben ferma su solide basi economiche e non da ieri, che anche lui può farcela, come fece suo padre. Così non chiederà mai aiuto all’odiata suocera piemontese doc, lui, figlio di gente venuta probabilmente dal sud come indica il suo nome, Nicola. Ostinato nel voler risolvere la crisi della sua azienda, quanto disperato per mancanza di soluzioni, la sua attenzione si sposta sulle tante assenze della moglie (Crescentini), architetto a cui bisogna chiedere anche il permesso di fare colazione insieme. Neanche lei ostenta albagia sabauda, anzi sembrerebbe altrettanto fragile, non fosse per il fatto che non si lascia coinvolgere in maniera irreparabile dalle timide avances del giovane Gabriel (Eduard Gabia, già coprotagonista di “Cover Boy” di Carmine Amoroso). La curiosità ha un limite, non esageriamo. Così come furono già sottilmente perfidi Fruttero e Lucentini nel delineare l’attrazione assai poco ortodossa, anzi decisamente sconveniente tra Carla, la torinese bene, per il suo poliziotto in “La donna della domenica” portata sullo schermo da Comencini, così Montaldo traccia le linee di confine, usa questo gioco in maniera impeccabile per rendere finalmente evidenti le crepe di una classe dirigente di bassa lega e l’incolmabile differenza con chi ha in mano le leve del potere. In una Torino di un grigiore inventato, memore ancora dei “Demoni”, artisticamente ricreata da Arnaldo Catinari per non distrarre lo spettatore, affinché si concentri sul cuore politico del film, vediamo questa classe dirigente deludente e via via svelata, non il singolo destino di un uomo, ma quello drammatico di un’intera città nel corso degli ultimi dieci anni. E di un paese.

(Silvana Silvestri - Il Manifesto)

 

Capacità di gestione: scarsa. Disponibilità delle banche: nulla. Futuro: nero. Per il giovane protagonista del film di Giuliano Montaldo, le prospettive non potrebbero essere peggiori. Nel contesto di una crisi che sembra spezzare le gambe a tutti, la sua azienda meccanica, ereditata dal padre, soffre soprattutto per problemi specifici: il primo è l’orgogliosa cocciutaggine del capo, che si rifiuta di accettare i soldi della ricchissima suocera. Il senso di tragedia incombente è sottolineato da una livida fotografia, quasi un bianco e nero plumbeo che accompagna la pellicola dall’inizio alla fine. Una Torino notturna, fredda, umida, in cui ognuno vive per sé e in cui, se sbagli, sei per sempre fuori dal giro che conta. Ma l’opera di Montaldo non è soltanto spietata analisi sociologica: sulla storia della fabbrica si innesta il difficile rapporto con la bella moglie, sempre più incerta e sperduta. Da una parte le durezze del lavoro e della trattativa per salvare il salvabile, dall’altra il confuso desiderio di lei di avere una vita più semplice, meno condizionata da tormenti e bugie. Inevitabile il dramma, che prende la strada abbastanza prevedibile della gelosia: non solo la necessità di pagare gli stipendi agli operai, ma anche (e forse soprattutto) la paura di perdere quella donna così desiderata. Cinema della e sulla crisi, con fotogrammi sospesi d’incertezza. Dove ogni finale consolatorio resta rigorosamente vietato.

(Luigi Paini - Il Sole 24Ore)

 

 



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