Shun Li confeziona quaranta camicie al giorno per pagare il debito e i documenti che le permetteranno di riabbracciare suo figlio. Impiegata presso un laboratorio tessile, viene trasferita dalla periferia di Roma a Chioggia, città lagunare sospesa tra Venezia e Ferrara. Barista dell'osteria ‘Paradiso', Shun Li impara l'italiano e gli italiani. Malinconica e piena di grazia trova amicizia e solidarietà in Bepi, un pescatore slavo da trent'anni a bagno nella Laguna… Un viaggio del cuore, un'amicizia che metterà in subbuglio la comunità cinese e quella chioggiotta. Perché niente fa più paura, oggi come ieri, dell'incontro fra due diversità.
Interpreti: Zhao Tao (Shun Li), Rade Serbedzija (Bepi il Poeta), Marco Paolini (Coppe), Roberto Citran (Avvocato), Giuseppe Battiston (Devis); Origine: Italia/Francia; Soggetto: Andrea Segre; Sceneggiatura: Marco Pettenello, Andrea Segre; Montaggio: Sara Zavarise; Fotografia: Luca Bigazzi; Produzione: Francesco Bonsembiante; Musica: Francois Couturier; Distribuzione: Parthenos; Anno: 2011; Durata: 96 ‘
Non è un avverbio di luogo: si chiama proprio Li, senza accento. E’ il nome di una giovane donna cinese, una delle tante venute a lavorare in Italia. Andrea Segre, un passato da ottimo documentarista, ce la fa conoscere a Roma, la schiena curva in un laboratorio tessile. Ma il film, e qui sta la sua forza maggiore, non intende tracciare uno spaccato sociologico, non si rinchiude nell’opera di denuncia: tratteggia il ritratto di una persona fragile e insieme coraggiosa, decisa a raggiungere la meta sognata e cioè far arrivare in Italia il figlio di 8 anni lasciato in Cina dal nonno. Roma è solo l’inizio, perché la vicenda vera è ambientata al Nord, tra i canali di Chioggia, dove Li è mandata dal suo ‘padrone’ a servire in un bar. La laguna, le nebbie, i casoni da pesca, le limpide giornate invernali, l’acqua alta; e gli avventori, veneti disincantati che osservano morire a poco a poco il mondo dei “veci”. Fra loro un altro “lupo solitario” il pescatore croato Bepi, arrivato dall’altra parte dell’Adriatico da oltre 30 anni. Bepi e Li, due solitudini, due età, due universi. Bepi che scrive rime per scherzo; Li che ricorda con infinita nostalgia i versi di un amatissimo poeta cinese. Bepi e Li, due stranieri per un film italiano che mira in alto, con forza tranquilla.
(Luigi Paini - Il Sole 24 Ore)
Giovane cinese immigrata nella periferia romana, dove cuce vestiti in un laboratorio sotterraneo, Li (Zhao Tao) viene inviata dal suo ‘padrone’ come barista a Chioggia, tra nebbie e maree, in un’osteria affacciata sul canale. Come Li - anche se integrato in Italia da anni - è straniero anche il pescatore slavo Bepi, detto ‘il Poeta’ (Rade Sherbedgia). La comunicazione tra i due è tenera, incomprensibile per le altre veraci ‘mosche da bar’ del cast indovinatissimo: Marco Paolini (Coppe), anche coproduttore, Roberto Citran (l’Avvocato) e un triviale Giuseppe Battiston (Devis). Figure di un sottobosco chioggiotto delineato con (auto)ironia dalla sceneggiatura del regista e di Marco Pettenello, che isola i due straordinari protagonisti in una bolla di poesia e amara solitudine. Il padovano Andrea Segre, classe 1976, viene da un corposo percorso documentaristico, concentrato sul Veneto, regione d’origine, e sui movimenti migratori in Italia ed Europa (da “Marghera Canale Nord” ad “A Sud di Lampedusa”, da cui il libro omonimo di Stefano Liberti). In questo suo felice debutto nel cinema di finzione, distribuito dalla neonata società padovana Parthenos, affronta l’immigrazione con piglio diretto, senza pietismi, dimostrando sicurezza di regia e dimestichezza con gli attori. Luca Bigazzi conquista gli occhi e il cuore fotografando una laguna che rievoca paesaggi asiatici. Cinema lirico, ma anche di sostanza.
(Pietro Lanci - Film TV)
Il più sensibile, originale, commovente film italiano di Venezia parla di una giovane cinese migrante a Chioggia, dove serve «ombre» di vino in un’osteria e sperimenta un tentativo sentimentale col Bepi, pescatore slavo, parlando il linguaggio dei segni affettivo e il mutismo poetico della solitudine. Radicato poeticamente nel territorio, il film di Andrea Segre è un felice esordio che mixa la carica interiore con l’ironia descrittiva di una fetta di mondo nebbioso. Voci soliste Paolini, Citran, Battiston.
(Maurizio Porro - Corriere della sera)
Venerdì 24 e Sabato 25 febbraio 2012
Inizio Proiezione ore 20:45 - Imola, Cinema Cappuccini
ANONYMOUS di Roland Emmerich
Shakespeare era
veramente quello che crediamo? In Anonymous
se lo chiede un anziano su un palco teatrale e così facendo introduce l'inizio
di una storia in costume che mette in scena una delle molte tesi sull'identità
di questo autore.
Nell'Inghilterra cinquecentesca di Elisabetta I è disdicevole scrivere per il
teatro se si è il duca di Oxford, così Edward De Vere paga un attore per
assumere lo pseudonimo da lui inventato di Shakespeare e mettere in scena le
sue opere spacciandole per proprie, così che possano finalmente essere
rappresentate. Il successo è clamoroso, ma nell'ombra qualcuno trama ed è
pronto a svelare il misterioso legame che lega il Duca alla regina…
Che Shakespeare sia nostro contemporaneo non c’è più alcun dubbio, bastava sentire l’altra sera all’’Infedele’ Pippo Delbono recitare Enrico V. Ma il nuovo film del tedesco hollywoodiano Roland Emmerich, tra le penombre della Londra del XVII secolo, va alla radice con un kolossal thriller sullo scambio d’identità: chi era Shakespeare? È esistito davvero? Non è uno scoop, da secoli si dibatte, illazioni molte (anche che Scespir fosse un italiano, Nord Est?) ma sicurezze poche. Sul problema si sono interrogati Mark Twain e Freud, Chaplin e Welles, per cui Emmerich, regista action d’attacchi alieni, Godzilla e fini del mondo, si sente in buona compagnia, avendo fatto culturalmente un passo avanti.
Il regista è tra gli ‘anti stratfordiani’ cioè tra quelli che non credono alla favola del ragazzo incolto e di umile famiglia di Stratford che ha scritto 37 capolavori e 154 amorosi sonetti; invece si riconosce negli ‘oxfordiani’ che, come sostiene il film, vedono in Edward De Vere, conte dandy di Oxford che di soprannome faceva ‘spear shaker’, consigliere legatissimo alla regina Elisabetta I, il vero autore sotto mentite spoglie dell’immortale corpus teatrale di cui non c’è traccia nell’eredità quando William morì nel 1616.
E qui l’autore, seguendo il suo fiuto per ogni catastrofe anche postuma, mescola la storia letteraria ai disordini politici, alla lotta per la successione al trono tra i Tudor e il conte di Essex. Nella storia, raccontata in flash back da un attore, Derek Jacobi, sul palcoscenico - dove se no? - ecco trame, colpi di scena, scandali, intrighi a lume di candela, incunaboli di copioni (‘Romeo e Giulietta’, ‘La dodicesima notte’, ‘Giulio Cesare’...), firme svolazzanti, amori segreti, tutto il melò degli affetti, mescolando due piani temporali in modo non sempre limpido mentre la sceneggiatura di John Orloff non si dimentica di Amleto.
È sempre in un teatro (vedi il Valle a Roma) che cade la coscienza del Re. Anche se la fattura registica non ha colpi d’ala, la garanzia sta nel potere espressivo dei protagonisti: Vanessa Redgrave, prossimo Oscar alla carriera, è un’Elisabetta da antologia e la figlia Joely Richardson la sostituisce da giovane con un dna mattatoriale, mentre il gallese Rhys Ifans (“Notting Hill”, “L’amore fatale”) è il sottile, diabolico finto Bardo.
Nel gruppo d’epoca valorizzato da scene e costumi di una Londra di cinismi in offerta speciale, indietro nel tempo ma sempre attuale, non mancano gli elisabettiani Ben Jonson e Christopher Marlowe, perché il jolly del film è sempre il teatro, qui palpitante con meravigliosi pezzi.
(Maurizio Porro - Il Corriere della Sera)
Chi si nascondeva dietro il nome di William Shakespeare, attore teatrale semianalfabeta che alla sua morte, nel 1616, alla moglie e alle due figlie non lasciò né denaro né, tantomeno, nessun accenno a libri o manoscritti? Parte dalla stessa domanda che per secoli si sono posti studiosi e intellettuali, Roland Emmerich, per il suo “Anonymous”. E finisce per rispondersi come già fecero, da tempo, i cosiddetti oxfordiani: in realtà, dietro Shakespeare si celava il conte di Oxford (qui Rhys lfans), nobiluomo e cortigiano, secondo la leggenda amante della regina Elisabetta (Joely Richardson da giovane, Vanessa Redgrave quando più anziana). E’ vero, l’accostamento Emmerich-Shakespeare potrebbe non lasciar presagire nulla di buono, ma l’operazione compiuta dal regista più hollywoodiano partorito dal continente europeo sorprende per svariate ragioni: forte di una sceneggiatura (di John Orloff) ad alto tasso di complessità, l’artefice dei vari “Independence Day” e “2012”, pur non rinnegando il gusto per una messa in scena roboante, riesce a costruire un anomalo thriller in costume capace di spaziare senza soluzione di continuità su tre livelli linguistici - letteratura, teatro, cinema - e di riflettere sull’importanza dell’arte quale strumento politico tra i più raffinati. E incisivi.
(Valerio Sammarco - Rivista del Cinematografo)