Mostra "Ritorno alla Grande Via - per Anna Maria Ortese",
PrimoPiano Homephotogallery , Via Foria 118, Napoli,
8 marzo - 10 aprile 2008
da
http://www.teknemedia.net/art-atlante/regioni/campania/mostra/28726.html
PrimoPiano Homephotogallery
Ritorno alla Grande Via - Per Anna Maria Ortese
PrimoPiano Homephotogallery
Sede Via Foria, 118, Napoli 80137
Altre informazioni Tel +39 081 19560649 | primopianonap...@gmail.com |
http://www.primopianonapoli.com
Mappa
http://maps.google.it/maps?q=Via+Foria,+118,+Napoli,+Campania,+italy+...)
Data di apertura domenica 02 marzo 2008
Data di chiusura giovedì 10 aprile 2008
Curatori
Natascia Festa
http://www.teknemedia.net/pagine-gialle/curatori/natascia_festa/index... ,
Antonio Maiorino
http://www.teknemedia.net/pagine-gialle/curatori/antonio_maiorino/ind...
,
Valeria Parrella
http://www.teknemedia.net/pagine-gialle/curatori/valeria_parrella/ind...
.
Comunicato della mostra : Ritorno alla Grande Via - Per Anna Maria Ortese
A cura di Natascia Festa, Antonio Maiorino e Valeria Parrella
A dieci anni dalla scomparsa 1998 - 2008
Sabato 8 marzo e domenica 9
Foto, video, installazioni audio e reading:
percorsi multimediali lungo via Foria
"Bildungs Strasse", strada di formazione della scrittrice
Il 9 marzo del 1998 moriva a Rapallo la scrittrice Anna Maria Ortese. L'8 e
il 9 marzo prossimi, l'associazione culturale PrimoPiano le rende omaggio
con l'avvio del progetto "Ritorno alla Grande Via" a cura di Natascia Festa
(giornalista del Corriere del Mezzogiorno), Antonio Maiorino (corrispondente
e amico della Ortese) e Valeria Parrella (scrittrice).
L'8 pomeriggio, alle 18, nella sede di PrimoPiano - Palazzo Ruffo di
Castelcicala, via Foria 118 - vernissage della mostra "Di qui, sono passata
anch'io", dedicata ai luoghi ortesiani, a partire dalla stessa Grande Via
(via Foria appunto), "Bildungs Strasse" strada di formazione per la
scrittrice che le dedicò l'omonimo bellissimo racconto.
All'inaugurazione seguirà un reading di pagine scelte dall'opera di Anna
Maria Ortese, lette da una pattuglia di scrittori e giornalisti, e la
proiezione di alcuni video realizzati per l'occasione.
Il 9, poi, dalle 11, mattinata scientifica con gli interventi di Adelia
Battista, Goffredo Fofi ed Emma Giammattei. Modera Carlo Franco.
ANTEPRIMA AL MADRE (DOMENICA 2 MARZO)
Il progetto "Ritorno alla Grande Via" prevede anche un'anteprima al Madre _
Museo di Arte contemporanea Donnaregina che, da via Settembrini, s'innesta
proprio sulla topografia ortesiana. Domenica 2 marzo, al secondo piano del
Madre, alle 21, l'appuntamento di Apemadre, a cura di Ciro Cacciola,
ospiterà un reading del racconto Grande Via. Protagonista la scrittrice
Valeria Parrella. L'anteprima è anche una presentazione dell'iniziativa alla
stampa e alla città.
IL RACCONTO
Grande Via è oggi pubblicato da Adelphi nella raccolta L'infanta sepolta.
Dalla lettura delle sue pagine è nato il progetto che ha dunque una genesi
topografico-letteraria (non è una coincidenza che i tre curatori abitino
lungo la Grande Via). Ecco l'incipit del racconto: "Da bambina, quando i
miei anni erano così pochi, che mi bastavano a contarli le dita delle mani,
io frequentavo la grande Foria con una semplicità e un abbandono che ancora
oggi, ricordando, mi rendono pensierosa. Non saprei vedere con precisione
quale sicuro motivo, oppure quale sentimento incalzante o irragionevole
inclinazione spingessero la giovane persona che io ero a fare di quella
strada, che come un fiume disseccato attraversa la parte orientale della
città, la meta, il centro preferito delle sue quotidiane passeggiate".
FESTA LETTERARIA DI QUARTIERE / IL READING
Far risuonare in uno dei palazzi più importanti della Grande Via - Ruffo di
Castelcicala - le parole della scrittrice, come in una "festa letteraria di
quartiere". Di voce in voce, senza pretese attoriali. Così Mirella Armiero,
Maurizio Braucci, Leonardo Pica Ciamarra, Anna Correale, Natascia Festa,
Nicola Lagioia, Antonio Maiorino, Vicente Quirante Rives (direttore del
Cervantes di Napoli), Roberto Ritondale, Valeria Parrella, Michele Serio,
Monica Zunica ed alcuni altri leggeranno pagine scelte dall'opera di Anna
Maria Ortese.
LA MOSTRA "DI QUI, SONO PASSATA ANCH'IO"
Vernissage: sabato 8 marzo, alle 18, PrimoPiano HPG - via Foria 118 -
Napoli. Fino al 10 aprile 2008 (orari: lunedì- venerdì ore 15 -19,30)
Dalle visioni e dal realismo magico dell'autrice di "Alonso e i visionari"
nasce la mostra "Di qui, sono passata anch'io". Elaborazioni multimediali
sulla topografia biografico-letteraria di Anna Maria Ortese, a cura di
PrimoPiano HomePhotoGallery: un gruppo di artisti ha ripercorso con lo
sguardo alcuni luoghi dell'erranza ortesiana, a partire naturalmente dalla
Grande Via.
Gianluca Acanfora per Roma (fotografia), Roberto Monte (installazione audio)
e Mauro Rescigno (video in 3D) per Corpo Celeste, Marco Natale (fotografia),
Massimo Pastore (fotografia)e Anna Santonicola (video)per Napoli Tommaso
Perfetti (fotografia e video) per Milano, Margherita Verdi (fotografia) per
Rapallo.
"Le Sue foto mi portano sempre qualcosa della mia vita passata. A volte
guardando certe strade (quelle con le case altissime), provo uno
smarrimento, e mi dico: di qui, sono passata anch'io", scriveva Anna Maria
Ortese a Franz Haas. Lo smarrimento che dalla strada reale rimbalza nel suo
doppio fotografico è stato il punto di partenza di tutto il progetto e in
particolare della mostra che di quell'attraversamento onirico intende dar
conto in maniera del tutto libera e contemporanea. Come un tributo che nasce
da chi calpesta oggi quei luoghi che avrebbero fatto ridire a lei "Di qui,
sono passata anch'io."
LE TESTIMONIANZE
Lidia e Silvia Croce ricordano Anna Maria Ortese, discreta e "leggiadra"
ospite di Palazzo Filomarino.
Un audio-tributo per Anna Maria Ortese di Marco Paolini che leggerà Lo
sgombero da Silenzio a Milano.
LA LETTERA DEL PRESIDENTE NAPOLITANO
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha incoraggiato il
progetto "Ritorno alla Grande Via" con una lettera ad Antonio Maiorino e a
PrimoPiano. Uno scritto non formale nel quale ricorda anche la lacerazione
tra Anna Maria Ortese e Napoli. Vi si legge, tra l'altro: ".Alla scrittrice
va il non comune merito di aver, pur con personale dolore, mostrato al
pubblico la realtà - lontana dall'iconografia corrente - della sua città di
adozione, attirandosi spesso ingiuste critiche. Desidero di farvi giungere i
miei auguri per il successo del vostro progetto che, con il contributo di
alte personalità della cultura partenopea ed italiana e di tanti giovani, si
propone di rivedere i luoghi della poetica ortesiana e di testimoniare il
legame di Anna Maria Ortese con la città di Napoli". (Roma, 19 febbraio
2008).
IL RACCONTO
Grande Via
di Anna Maria Ortese (da L'Infanta sepolta, Adelphi)
Da bambina, quando i miei anni erano così pochi, che mi bastavano a contarli
le dita delle mani, io frequentavo la grande Foria con una semplicità e un
abbandono che ancora oggi, ricordando, mi rendono pensierosa. Non saprei
vedere con precisione quale sicuro motivo, oppure quale sentimento
incalzante o irragionevole inclinazione spingessero la giovane persona che
io ero a fare di quella strada, che come un fiume disseccato attraversa la
parte orientale della città, la meta, il centro preferito delle sue
quotidiane passeggiate. Evidentemente, però, non c'era, in quella
predilezione di quella giovane persona per l'antica e bizzarra via, nulla di
naturale e neppure di ragionato. Qualcosa più grande di me, e di cui io non
potevo rendermi conto, mi portava ogni giorno su quella strada, con la
medesima spontaneità con cui i venti portano le nuvole e le onde trascinano
le spume e la notte conduce con sé il sonno ed i sogni. Maestosa, selvaggia
via! Fiume di pietra, bastimento colossale ancorato tra rive di silenzio!
Quadro, composizione malinconica e superba il cui titolo, come quello di una
tela misteriosamente vivente, avrebbe potuto essere " libertà e
meditazione!". Non esisteva in Napoli un luogo che, meglio di quella via,
così stranamente animata e quieta, aperta e misteriosa - una delle vie più
solenni di questa città e tanto ingiustamente ignorata -, potesse dare
all'anima
un senso di confusione e di festa, di smarrimento e di gioia, di libertà e
di paura; gonfiare il petto di così dolci pensieri e velare la mente con una
musica così dolorosa e distratta; poi, quasi in volo, portare lo spirito
sull'orlo di una valle non segnata sulle carte di questo mondo, dove, per
entro una calma e una lucidità incomparabili, si scorgono passeggiare gli
eterni Simboli e le struggenti Idee.
Ma, come una regina ridotta all'ingiuria del marciapiede, come una donna
delicata, costretta a bussare con mezzi sciocchi al cuore dell'uomo, quasi
per afferrare di contrabbando l'attenzione del passante con una parola che
intenerisse la sua mente ostile e svagata, questa triste via, non amata da
nessuno, sfoggiava sul principio un decoro ordinario e profano, un'euforia e
una piacevolezza borghesi, dei colori e dei sorrisi brillanti, miranti a
dare l'impressione di una comune beltà anziana. E, infatti, dove si mostrava
prima, sopra la piazza intitolata a Dante, essa generalmente piaceva. I
palazzi rossi, fra cui compresa l'allegra facciata del Museo; i verdi,
minuti, graziosi giardini; la corsa dei negozi invoglianti ad acquisti
deliziosamente familiari, tutto contribuiva a circondarla di una grazia
facile, anche se un poco chiassosa. Le alte nuvole su nel cielo, naviganti
con la calma di cigni in un bell'azzurro; l'onda quasi continua, gaiamente
variopinta e vociante degli scolari che andavano e venivano dai vicini
Istituti; il traffico delle carrozze, lo scampanellare dei tram, l'afflusso
dei suonatori ambulanti; apparizioni continue di vecchie venditrici di
crisantemi e di viole; il susseguirsi e quasi rincorrersi dei manifesti
cinematografici rossi e blu, gialli e neri, sui muri blandamente illuminati
dal sole, erano come gridi e gioiosi sorrisi che la bella strada gettava.
Richiami soddisfatti e banali. Sì, cominciando dalla piazza intitolata a
Dante, e per un lungo tratto, la Grande Via non era che una forte arteria
accesa e popolosa, una corrente di traffici, semplicemente più animata del
normale. Ma se in quell'ora che quasi inavvertitamente il giorno discende
dietro l'orizzonte irto di tetti e balconi di una città, e la luce è sempre
più o meno splendente; in quell'ora mutevole e non so come pensierosa, che
preannuncia le sera, ci si fosse lasciati chiudere tra le braccia di così
affettuose apparenze; e, per quell'inclinazione del cuore a lasciarsi
portare dalla corrente di vie lunghe e popolose, si fosse obbedito al
richiamo pieno di seduzioni di questa via; allora, inoltrandosi tra le sue
rive, ci si sarebbe accorti d'un tratto, con un trasalimento, che qualcosa,
in essa, era mutato.
Non era più la stessa strada, il cui inizio appariva al mattino tanto gaio e
tranquillizzante. I bei colori ardenti, che avevano eccitata l'indegna
banalità del passante, e incisa la sua apatia, andavano spegnendosi
gradatamente, in silenzio, sui volti taciturni delle case. Queste parevano
molto più grigie e distanti. Sparite le mostre di dolciumi e i bei negozi di
abbigliamento che ne allietavano le facciate, quelle case non avevano che
freddi portoni e finestre attonitamente chiuse. La stessa folla che, poco
prima, gremiva la strada, si era, come in volo, diradata. Gli scolari
correvano molto più indietro. E indietro erano rimasti i tram, le carrozze,
le automobili, le biciclette, i grandi manifesti cinematografici, i chioschi
di giornali, i suonatori ambulanti, le venditrici di crisantemi e viole. La
strada si era imprevedutamente slargata, era diventata, nella sera
sopraggiunta, un fiume di sbalorditiva ampiezza. Un silenzio incantato
nasceva, come un freddo lume di luna, in fondo in fondo a quel fiume, volava
fermo per le sue rive portando brividi e presentimenti d'ignota e funesta
bellezza. Ed ecco, come non bastassero il mormorio degli oscuri alberi,
emergenti ai lati remoti della via, gli azzurri fumi semoventi, in forma di
animali, di regina, di patiboli e fiori, che qualcuno sollevava
continuamente in quel cielo illividito; come non fosse sufficiente
l'allarmante
sensazione di acque fluviali, provocata dall'eccezionale scintillio dei
ciottoli, a creare un atmosfera stregata di attesa, strane cose cominciavano
a palesarsi all'osservatore stordito. Dei negozi, delle bottegucce che, di
giorno, non presentano interesse alcuno; delle sbiadite mostre di libri
usati, o di gabbie con uccelli, o di gessi funerari, spalancavano adesso, al
di qua e al di la delle due rive (e i loro lumi apparivano deboli e dispersi
nell'oscurità, quasi appartenenti a una povera flotta sconosciuta), i
battenti di porte incredibili, su una luce e su cose più incredibili ancora.
Usciva, da alcuna di quelle botteghe, un odore putrido e dolce di carta
marcita. I giornali illustrati erano disposti a mucchi ai lati della soglia,
e facevano da piedistallo alle colonne di libri anch'essi illustrati, e che
generazioni di fanciulli si erano passati, ardendo di una pura e torbida
gioia, d'una in altra delle loro piccole mani. Molti di quei fanciulli
adesso non c'erano più, o erano diventati uomini corrotti, e comunque non
serbavano memoria di quelle letture amate: ma quei libri e quei giornali
sopravvivevano. Come erano accese, sotto la luce bianca della luna, le loro
copertine colorate! Come ingenui e santamente retorici i volti degli eroi, i
sorrisi e il pianto delle eroine! E come ammantati da una specifica e
accorata bellezza i paesaggi entro cui essi si muovevano: laghi e foreste,
montagne e mari sopra i quali s'era perduto lo sguardo di antichi scolari!
Le bandiere di tutti i paesi del mondo scintillavano al sole sulle antenne
dei legni colorati, che entravano o uscivano maestosamente dai porti più
famosi, sui mari più lontani. Giovani marinai ricciuti come fanciulle, e
vecchi pirati spaventevoli e allegri come aquile spennacchiate, cantavano e
trincavano seduti intorno a tavolacce infami, al lume giallo di una lucerna,
che oscurava, più che rischiarare, volte fumose, dove s'annidavano i
pipistrelli. Rocce, incoronate di nubi temporalesche e avvivate da lampi
leggermente più grandiosi del naturale, s'innalzavano a strapiombo su
spiagge cupe e deserte, dove si rotolavano continuamente lunghe onde di
acciaio, sormontate da un'illividita schiuma. E quei rumori, quelle voci
confuse e allarmate delle onde piene di fioco boato, come di folle
spaventate che fuggissero o di treni che precipitassero o di mandrie
inferocite che venissero avanti, aprivano chiarori selvaggi negli occhi di
Pierre, dei Pescatori d'Islanda, seduto attonito e solo davanti a quel mare.
Passeggiavano qua e la, per le carte strane, inquieti e deliziosamente
minacciosi, personaggi più ingenui. Il Colonnello Cody, a cavallo,
circondato da un nugolo di rossi e ben dipinti Coyotes, e facendosi schermo
allo sguardo con una mano, spiava attento, attraverso la gola di un Cañon
fiammeggiante, chiuso su vallate aeree dove brillava il filo azzurro di un
fiume, o si apriva a ventaglio il diadema scintillante di una cascata, i
movimenti impercettibili e insidiosi del nemico che avanzava. Robinson
Crosuè, vestito di pelli, barbuto, invecchiato eppure magnifico di coraggio
e speranze, usciva in un bel mattino, col suo preistorico fucile, a caccia
di capre selvatiche, nelle paradisiache vallate della sua Isola, e gli
veniva agli occhi, guardando il bel cielo, il rimpianto dell'Inghilterra e
della madre cara. Gli Esploratori dell'Abbisso, gli Eroi delle Ventimila
leghe sotto i mari, avanzavano come larve, stravolti, dimentichi, estatici,
in mezzo a gallerie verdi stillanti gocciole d'acqua del colore dei rubini e
smeraldi, ascoltando nel silenzio primordiale fatate canzoni da'acqua che
corre, d'acqua limpida che si riversa nelle loro gole, e calma la terribile
sete. Gordon Pim, rannicchiato in fondo alla piroga, che si agita tra le
braccia di un mare ignoto, senza luce né speranza, guardava venire avanti,
come un sole malefico eruttato dai ghiacci, il Fantasma del Polo, e sapeva
che presto ne sarebbe stato divorato. E subito il terribile paesaggio
dileguava. Canoe e vele, piroghe e yunche colorate, portavano i personaggi
lungo i fiumi, accosto alle rive dei più diversi paesi, sotto i soli e i
venti più favorevoli. Il mondo delle avventure giovanile si mescolava a
quello delle passioni, la gioia delle scoperte a quella dei sogni, il
piacere dei sorrisi a quello più delicato delle lagrime, in un desiderio di
superare la verità di ogni giorno, per qualcosa di più nuovo e più bello. I
giovani eroi di Barricate di Parigi - sole e furore del Sud, mescolato alla
virginea freschezza del sangue nordico - morivano con la fronte piena di
splendore, sotto le fucilate dei bonapartisti. Cosetta dava la mano a Dea.
Quasimodo orrendo si perdeva in giuoco sull'abisso, nella musica immensa di
Notre - Dame, come il marinaio si perde nel vasto rumoreggiare delle onde.
L'allegra
e smagliante gioventù dei Tre Moschettieri gettava pugni di sole per le vie
cupe di Parigi. Un mondo ne rischiarava un altro; una carovana di immagini
preparava il sentiero più adatto, le luci più suggestive a quella che
seguiva. Ecco la enorme compagnia del Davide Copperfield, con a capo il
signor Micawber, ridente e piangente in mezzo alla sua numerosa figliolanza,
in atto di salire sul bastimento la cui coperta è gremita di emigranti, e
che deve portarlo finalmente in Australia, lontano dagli orrori e le
piacevolezze della Prigione dei Debitori. Ecco tutti i componenti della
famiglia di Pagotty, raccolti intorno alla tavola nella dolce Casa-Barca di
Yarmouth, mentre l'affascinante Steerforth, ignaro ancora di ciò che il suo
traviato cuore deciderà, ascolta pensieroso e attento gl'ingenui discorsi di
Cam e dell'Emilietta. Fuori delle piccole finestre, il mare si stende
obliquo e desolato nella sera, e fa sentire la sua voce confusa piena
dell'orrore
di tutto ciò che accadrà. Fantasmi germanici, dolorosamente universali,
aprivano le porte di un mondo colmo di verità e di splendori. Isotta
carezzava le sue trecce, al lume di luna. Il giovane Werther passeggiava
assorto per le vie della vecchia città. Apparivano ritratti, intensi come di
cento uomini in uno solo, di Beethoven e Schubert. E, subito, il paesaggio,
il cielo, l'aria del tempo, mutavano, e, indietreggiando in uno spazio mille
volte più ampio del vero, apparivano immagini di Cosacchi, Napoleone a Jena,
la tundra, Mosca sotto la neve. Chi erano quegli uomini dall'aspetto
malandato e stanco, e il volto irradiato di una bontà e una gioia immortali?
Le canizie del vecchio Leone, marito di Sofia Andrejewna, splendevano
debolmente nell'aria grigia, fra le squallide pareti della stazione di
Astapovo dove egli, dopo aver narrato la terra, aspetta di partire per il
cielo. In mezzo a turbe lacere e afflitte, a indemoniati e fanciulli, a
principi angelici e a mostri innocenti, Dostojewski spezzava le sue catene,
e nel grigiore infinito di quel carcere ch'è la terra tutte, le sue mani
improvvisamente splendenti erano le stesse pure liberatrici mani di cristo.
Cecov, incurante dell'orribile topo che gli rodeva i polmoni, raccontava
ironiche favole della Russia borghese, ma di tanto in tanto il suo sguardo
si elevava pensieroso al di là di un muro, dietro il quale, roseo di luna,
brillava il vecchio,Giardino dei Ciliegi, dove muore il vento dei Giorni
Passati.
È probabile che, di mattina, qualche ingenuo bambino, qualche scolaro
vagabondo, indugiasse davanti a quelle botteghe, incantato, meditando di
ottenere, contro i pochi soldi che aveva in tasca, qualcuno di quei libri,
dalle cui copertine tante immagini meravigliose e un po' tristi lo avevano
guardato. Ma poi se ne andava, e per tutto il giorno non veniva più nessuno.
Solo la pioggia o il vento, il sole e le nuvole nel cielo turchino
consolavano quelle vecchie carte, quelle antiche storie, con la loro vaga
presenza. Un silenzio, e come una meditazione senza fine, stagnavano, quasi
un'aria dimenticata, su quei poveri marciapiedi, davanti a quelle soglie
consunte. Era evidente che il fine che si proponevano il padrone o i padroni
di quelle botteghe andava al di là di un normale interesse. Non si apre un
negozio in un deserto, non si fanno delle mostre dove non vi sono che nuvole
e ciottoli. E quei negozi non potevano essere quindi, a mio parere, che
composizioni della Memoria; facevano parte di una serie di Segni e Simboli,
con cui quella vecchia e meditabonda Via rappresentava a se stessa l'assurda
bellezza del vivere, i sogni delle giovani persone che durante il giorno
l'avevano
frequentata, e i cui passi leggeri erano, ahimè, solo per poco tempo gli
stessi.
Ed ecco, quando già l'immaginazione del passante era stata tutta trafitta e
turbata da questa apparenze, altri quadri, vagamente biancheggianti, non so
se per la luce della luna che vi batteva, o per la mancanza di sangue nelle
vene delle figure che li componevano, cominciavano a presentarglisi davanti,
con una crescente intensità, lasciandosi indietro, sempre più indietro, le
botteghe di favole e uccelli.
In quei negozietti, d'aspetto molto più misero dei precedenti, non brillava
lume alcuno. Si diceva che in quei locali, durante il giorno, modesti
artigiani venissero preparando simulacri di giovanetti, statue e medaglioni
e busti di gesso, che dovevano adornare tombe di Scolari Scomparsi da tempo,
oppure solo da pochi giorni, nel recinto del non lontano cimitero.
Nessuno tolse a me di mente che, piuttosto che simulacri, quelle figure di
pietra bianca o di gesso fossero qualcosa di ben più vivente. Solo il sangue
era partito dalle loro vene, ma non così remotamente che i corpi non ne
fossero ancora caldi e trasognati.
Lasciati incompiuti alcuni, sul far del tramonto, dal buon artigiano
desideroso di assidersi coi figli alla mensa, giacevano in terra, appoggiati
stancamente su un fianco, con una mano sotto la guancia, come allorquando in
vita, da studenti, s'addormentavano sul problema difficile o il tedioso
compito di latino. I ricci non più bruni o biondi, ma del colore delle nevi
e dell'eterna vecchiezza, ricadevano su una tempia; gli occhi erano
spalancati e vuoti, perché la pupilla era stata rubata dal veloce tempo. Un
gruppo di questi scolari, completamente nudi, come appena tolti dal letto,
formavano una siepe di corpi sottili, di avide facce recline e incantate
intorno a un giovane compagno che, seduto, un libricino disteso sulle
ginocchia magre, pareva intento a leggere non so quali favole e bei canti.
La bocca del fanciullo era semiaperta, ma i suoi occhi vuoti, e solo alcune
lagrime, anch'esse di gesso, ne sgorgavano sulla guancia delicata, ed egli
col dorso dell'altra mano (una mano si fine!) la asciugava.
Ve n'erano altri che, un piede levato appena dal suolo, sembravano in atto
di accomiatarsi da una soglia amata, e volgevano il viso con affetto
indietro, dove forse una madre o diletti fratelli e compagni li salutavano.
Tutt'intorno, su alti e rozzi palchi, erano posate testine in fiore di
ragazzi più piccoli, e alcuna era levata gioiosamente a un invisibile sole,
altra mirava sorridente gl'incanti di un bel giardino, altra fissava timida
e meravigliata un cielo che presto doveva salutare; altra, ancora, non
guardava nulla; un po' piegata sull'omero, con una stanchezza leggermente
più grave di quella di un ragazzo ai suoi primi studi, sembrava riposare.
Un gruppetto faceva su me una viva impressione: era collocato appunto sulla
soglia di una di quelle botteghe, e raffigurava uno scolaro sui dodici anni,
condotto per mano da una giovane e bella signora che gli mostrava, col gesto
della mano, un sentiero invisibile a chi si trova nella strada. La bocca
della giovane era schiusa e s'intuiva che sagge e dolci erano le sue parole,
e piene di consolazione le sue promesse. Perché, dunque, strappandosi alla
pietosa carezza, affannato e sbalordito da un dolore troppo intenso per
uscire in pianto, egli volgeva il capo verso la porta e levava il viso a
spiare con avidità fuor del silenzioso stanzone, se qualcuno venisse in suo
aiuto? Pareva che fiumi e monti e limpide acque e turchini cieli e alberi
frequentati dal vento e mormorii di fronde; e giorni di corse sulla collina
e luminosi risposi e beate carezze materne; e il focolare e la scuola e la
sua infanzia serena fossero al di là di quella porta ch'egli aveva varcato,
e lo chiamassero, ed egli desiderava con tutto il cuore di ricongiungersi ad
esse, alla Vita cara, abbandonata. Ma già nei suoi poveri occhi s'era
asciugata la pupilla, e - tristezza - la mano, la sua debole mano di
scolaro, che si levava a chiedere quei santi beni, forse in seguito ad una
disattenzione dell'operaio che vi aveva lavorato o per un motivo più
profondo e terribile, mancava di dita, era un ramo scheletrito, ed egli non
poteva più stringere né aggrapparsi ad alcuna cosa.
Nessun rumore o luce che veniva dal di fuori aveva mai il potere di scuotere
quegli infelici studenti dalla loro pietosa immobilità, disperata calme. Le
letture che facevano, i sogni che sognavano, gli addii, i sorrisi, le
lacrime, tutto ormai aveva in essi carattere di definitivo aspetto,
immobilità di eterno.
Avresti detto che qui, meglio che altrove, battesse i suoi palpiti più
intimi e maestosi, più spirituali e affannati, il cuore della Grande Via.
Oltre queste porte, dopo queste mostre, non ve n'erano altre.
Foria si allontanava verso le grigie profondità dell'Orto Botanico e,
sembrava, verso un Giardino ancora più grande; come un viaggiatore troppo
stanco delle meraviglie del mattino, dei canti del giorno e della triste
dolcezza della sera, per non desiderare ormai altro che un cammino anonimo e
privo del più tenue riscordo.
SPONSOR
Il progetto è stato realizzato con il contributo dell'Assessorato Pari
Opportunità della Regione Campania e EFI Ente Funzionale Innovazione &
Sviluppo.
SINERGIE
"Ritorno alla Grande Via" è in collaborazione con l'Archivio di Stato di
Napoli, il Corriere del Mezzogiorno/Corriere della Sera, l'Accademia di
Belle Arti di Napoli, l'editore Raimondo Di Maio, Radio Club91, associazione
Centroforia
Presentazione alla stampa e alla città - domenica 2 marzo 2008 ore 21.00 in
collaborazione con ApeMADRE - MADRE - Museo d'Arte contemporanea DonnaRegin
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